CARCERE, «CHIEDIAMO DIRITTI, CLEMENZA E UMANITÀ NELLE CARCERI ITALIANE»

A Roma si è svolta un’assemblea aperta promossa da numerose realtà dell’associazionismo e del Terzo settore attive negli istituti di pena italiani. «Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane» è l’appello delle organizzazioni, che è possibile sottoscrivere. Ne abbiamo parlato con Caterina Pozzi, presidente Cnca, tra i promotori dell’iniziativa

di Ilaria Dioguardi

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A distanza di alcune settimane dalla chiusura del Giubileo dei detenuti, dopo un ennesimo anno nero per le carceri, molte associazioni hanno ritenuto urgente rilanciare una riflessione pubblica sulla condizione delle carceri italiane e sulle responsabilità che la situazione drammatica degli istituti di pena italiani chiama in causa. Nonostante tanti appelli, alle parole prima di papa Francesco e poi di papa Leone XIV e le prese di posizione di alte cariche istituzionali, non sono seguiti interventi concreti. «Riteniamo che questa situazione riguardi l’intera società e che richieda un confronto aperto tra soggetti diversi: volontariato e realtà del terzo settore, operatori, garanti per i diritti dei detenuti, cittadini e istituzioni», dice Caterina Pozzi, presidente del Coordinamento nazionale comunità accoglienti. Insieme al Cnca, tante altre associazioni hanno partecipato all’assemblea pubblica che si è tenuta a Roma, presso l’Università Roma Tre, Polo didattico di Scienze della formazione. Dall’incontro arriva la richiesta esplicita di provvedimenti di clemenza, in grado di intervenire sul grave sovraffollamento, causa di condizioni inumane. Si può sottoscrivere l’appello “Chiediamo diritti, clemenza e umanità nelle carceri italiane”, al quale hanno già aderito oltre cento organizzazioni della società civile.

Pozzi, perché questa assemblea aperta?
«Perché la situazione degli istituti penitenziari italiani è insostenibile. Ed è una situazione che non viene presa sul serio dalle istituzioni. Nonostante l’appello di Papa Francesco, per il Giubileo, i numerosi appelli da parte delle tante organizzazioni, non si affronta il tema in maniera seria. Le persone muoiono e stanno male all’interno delle carceri. E non parlo solo delle persone ristrette. Stanno male gli agenti di polizia, stanno male gli operatori sanitari, gli psicologi, gli educatori, stanno male anche i volontari che sempre più fanno fatica a operare negli istituti di pena. Data questa situazione, data una incapacità o non volontà delle istituzioni di prendere in maniera seria questo tema, abbiamo deciso di autoconvocarci. L’assemblea ha visto la presenza di tante realtà del Terzo settore, ma anche i garanti, i volontari, figure istituzionali. Abbiamo chiamato anche gli agenti di polizia penitenziaria. Per quello che ha voluto essere uno spazio di parola, che prova insieme a costruire dei percorsi. Possiamo dire che non finisce qua, vogliamo che sia un percorso che solleciti le istituzioni, che faccia capire alla cittadinanza che la situazione delle nostre carceri è anche un tema di democrazia».

Negli istituti penitenziari italiani ci sono temi che sono urgenti da tempo. Come cambiare la narrazione del carcere?
«Il sovraffollamento crescente, che oggi riguarda anche gli istituti penali per minorenni, le condizioni materiali di vita degradate, l’isolamento drammatico degli istituti penitenziari dal territorio, la difficoltà di garantire i diritti fondamentali, i percorsi di cura, lavoro e reinserimento per le persone ristrette sono problematiche ormai diffusamente comprovate. «I provvedimenti di legge e i decreti sicurezza non solo non risolvono i problemi, ma aumentano ancora di più la pressione sul carcere. Consideriamo che nel 2013, la sentenza Torreggiani portò a un indulto: siamo assolutamente nella stessa situazione di sovraffollamento. (La sentenza Torreggiani e altri c. Italia dell’8 gennaio 2013 è una pronuncia della Corte europea dei diritti umani – Cedu che ha condannato il nostro Paese per trattamenti inumani e degradanti (violazione art. 3 Cedu) dovuti al sovraffollamento carcerario, ndr). Con una differenza: all’epoca già erano stati attuati provvedimenti che avevano in parte alleggerito la pressione mentre oggi siamo in fase assolutamente ascendente. Quando parliamo di sovraffollamento, parliamo di situazioni in cui invece di essere in due, si è in quattro nella stessa cella e gli spazi sociali e ricreativi diventano essi stessi celle, venendo così a mancare la possibilità di fare le attività previste. La sanità penitenziaria non riesce a soddisfare le richieste della popolazione detenuta perché è fatta per un determinato numero di persone, molto inferiore a quello attuale. Oggi c’è la volontà di non rimanere inerti, di non rimanere in silenzio. Quindi, con le nostre forze, con quello che siamo, con le nostre differenze e sfaccettature, andiamo avanti, anche per cambiare la narrazione dominante sul carcere».

Spesso le persone detenute devono subire trasferimenti improvvisi legati a necessità organizzative e sovraffollamento in istituti di pena anche molto lontani e per un periodo di molti anni
«Ciò crea difficoltà enormi e sofferenze ai detenuti e ai loro familiari, e interrompe programmi di formazione e di inserimento lavorativo. Questo ancor di più negli istituti penali minorili, che è un grande tema nuovo. Dal decreto Caivano in poi la situazione degli istituti penali minorili si è andata aggravando: anche qui per la prima volta abbiamo la stessa situazione di sovraffollamento degli istituti per adulti, tanto che c’è l’impossibilità di fare percorsi formativi, educativi, di socializzazione e di inserimento lavorativo. Le misure alternative sono sempre più difficili da attuare. È un sistema che sta collassando per gli adulti, ma purtroppo anche per i minori. Se penso al tema delle persone tossicodipendenti o con problemi di salute mentale in carcere, che sono più del 30%, si vede come la tendenza è quella di affrontare tematiche sociali con strumenti penali. Quello che si propone per abbassare la presenza in carcere è di far diventare le comunità terapeutiche delle piccole carceri. Dobbiamo stare molto attenti».

Il Decreto Carceri (decreto-legge 92/2024), promosso dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, convertito in legge nell’agosto 2024, prevede un incremento delle possibilità per i detenuti tossicodipendenti di scontare la pena in comunità. Il ministro  parlò dell’introduzione di un albo delle comunità per la detenzione domiciliare. Su questo fronte, a che punto siamo?
«In questo momento l’albo delle comunità non c’è più sul piatto, ma c’è un disegno di legge in Senato per far uscire le persone certificate tossicodipendenti dalle carceri e spostarle all’interno di strutture terapeutiche. Da una parte ciò è positivo, dall’altra l’approccio è quello di uno spostamento di un detenuto agli arresti domiciliari e la funzione della comunità è, sì, terapeutica, ma è anche di controllo e contenimento rispetto al percorso di espiazione della pena, che non è il nostro. Quindi dobbiamo stare molto attenti, perché cosa si vuole che facciamo noi comunità terapeutiche? Noi non siamo questa roba».

I promotori dell’assemblea sono: A buon diritto, Acli, Antigone, Arci, Cgil, Confcooperative Federsolidarietà, Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia-Cnvg, Coordinamento Nazionale Comunità Accoglienti-Cnca, Forum Droghe, Gruppo Abele, L’altro diritto, La Società della Ragione, Legacoopsociali, Movimento di Volontariato Italiano-MOVI, ⁠Movimento No Prison, Nessuno tocchi Caino, Ristretti Orizzonti.

CARCERE, «CHIEDIAMO DIRITTI, CLEMENZA E UMANITÀ NELLE CARCERI ITALIANE»

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