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Casa Esquilino, come il quartiere ha aperto le porte agli ex occupanti di Spin Time

A poco più di tre mesi dall’incendio e dallo sgombero del Palazzo, i circa 400 abitanti dell’occupazione hanno trovato sistemazione in varie zone di Roma. Con il progetto del Polo Civico, associazioni e cittadini hanno cercato di salvaguardare i legami con il quartiere in cui le famiglie avevano vissuto per anni, aprendo le proprie abitazioni in un’accoglienza dal basso unica nel suo genere
di Antonella Patete 7
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A poco più di tre mesi da quel 29 luglio che, a causa di un incendio dalle origini incerte all’interno di un locale tecnico, ha messo fine dopo quasi tredici anni all’esperienza di rigenerazione urbana di Spin Time, che fine hanno fatto i 400 abitanti dell’occupazione di Santa Croce in Gerusalemme che, in una sola notte, hanno perso non solo un tetto, ma anche i legami, le abitudini, le relazioni costruiti nel tempo con il rione Esquilino e la città di Roma? E cosa resta di quel palazzo abbandonato sottratto alla speculazione, studiato dalle università italiane ed europee come modello di inclusione sociale e produzione culturale in dialogo costante con il quartiere che lo ospita? Dopo le prime settimane in cui molti sono rimasti in strada davanti allo stabile e altri hanno trovato accoglienza su brandine di fortuna presso la Casa del Municipio Roma 1 Centro e Casa del Volontariato di Roma di CSV o del Polo Civico Esquilino, prima gli anziani e le famiglie con bambini, poi anche gli altri, grazie all’impegno dell’amministrazione comunale e alle pressioni della comunità hanno trovato una sistemazione presso famiglie del quartiere, camping, hotel, strutture della Caritas o degli scout e, nella migliore delle ipotesi, in una casa popolare, che per alcuni è arrivata e altri stanno ancora aspettando.

La diaspora di Spin Time tra alloggi popolari, hotel e foresterie

«La situazione degli ex abitanti di Spin Time resta eterogenea», spiega Valentina Costa, tutor del progetto Casa Esquilino e rappresentante dell’Associazione genitori Di Donato all’interno del medesimo progetto. «Le prime assegnazioni hanno riguardato soprattutto i nuclei più fragili, in particolare le famiglie con bambini piccoli e persone con disabilità. Molti hanno già lasciato le strutture di emergenza per trasferirsi nei nuovi alloggi, distribuiti in diverse zone della città. Alcuni si trovano in quartieri centrali o semicentrali, come la struttura appena riaperta di Porto Fluviale, oppure in luoghi comunque ben collegati con la metropolitana. Altri sono finiti in zone periferiche, come Ostia o Spinaceto». Non tutti, insomma, hanno trovato una sistemazione adeguata: c’è chi ha accettato la casa assegnata pur di uscire dall’emergenza e chi l’ha rifiutata, nella speranza di ottenere un’alternativa. «Per altri la precarietà continua, tra convenzioni in scadenza e trasferimenti da una struttura all’altra. Dopo la fine dell’accordo con un hotel in zona Prati alcune famiglie si sono trasferite nel camping di Castelfusano, dove invece la convenzione è stata rinnovata. Mentre altre ancora, tra cui quelle ospitate nella foresteria della Caritas di Piazza Lodi, sono in parte in via di spostamento nell’ostello degli scout a Piazza Bologna».

Casa Esquilino, un progetto partito dalle associazioni del territorio

Una casa, però, è qualcosa di più di un riparo. Le nuove sistemazioni, spesso lontane dall’Esquilino, rischiano di interrompere i legami costruiti negli anni con il quartiere, a partire dalla scuola e dalle attività frequentate dai bambini. È anche e soprattutto per questo che, alla fine dello scorso agosto, è nato Casa Esquilino, un progetto di accoglienza diffusa elaborato dalle 56 associazioni che compongono il Polo Civico e ufficialmente sostenuto e finanziato dal Comune di Roma, tramite un’apposita ordinanza del sindaco. «Le relazioni che le famiglie di Spin Time hanno costruito con la società civile del territorio sono state fondamentali per la loro tenuta», osserva Costa che ha seguito fin dai primi giorni la situazione delle famiglie anche attraverso il monitoraggio delle condizioni dei bambini e ragazzi, cercando di garantire la continuità non solo delle attività scolastiche, ma anche di quelle pomeridiane, sportive e di doposcuola. «Sono relazioni decisive, vitali direi, che consentono ai ragazzi e alle ragazze di restare in contatto con il contesto nel quale sono vissuti», puntualizza l’attivista. «Per questo abbiamo fatto da ponte con l’amministrazione comunale, cercando di evitare che le famiglie venissero trasferite troppo lontano e intervenendo per scongiurare l’interruzione dei rapporti con la scuola. Per esempio, abbiamo chiesto che gli orari delle navette messe a disposizione dal Municipio consentissero ai bambini di continuare a frequentare le attività del pomeriggio. Perché se i genitori lavorano fino alle 19 non possono certo rientrare alle 16.30, quando suona la campanella».

Il prezzo più alto lo pagano i minori

Nei primi giorni dello sgombero le associazioni del Polo Civico si sono prese cura dei più piccoli grazie ad attività di intrattenimento portate avanti all’aperto, presso il presidio organizzato dagli abitanti sui marciapiedi e lungo la strada davanti al palazzo. Poi la scuola Di Donato, frequentata da molti bambini e bambine dell’occupazione, ha aperto i cancelli e i ragazzi di Spin Time hanno potuto frequentare il centro estivo organizzato all’interno dell’istituto e prolungato, in via straordinaria, anche nei mesi di agosto e settembre. «All’inizio dell’anno scolastico, abbiamo inviato una comunicazione alle scuole, raccomandando ai docenti di prestare particolare attenzione alle condizioni emotive e psicologiche dei bambini coinvolti nello sgombero», ricorda Costa. «Già da quello che avevamo osservato durante l’estate era evidente che tornare alle loro abitudini non sarebbe stato affatto semplice. E, in effetti, ne abbiamo avuto conferma». Sono stati proprio i minori, infatti, a pagare il prezzo più alto. Accanto alle difficoltà legate alla perdita della casa e dei propri punti di riferimento, alcuni hanno dovuto affrontare anche il peso dell’esposizione pubblica. «Qualcuno ha accettato di rilasciare interviste ai giornalisti per far conoscere la situazione vissuta. Poi, però, gli attacchi sul territorio e soprattutto sui social hanno esposto le famiglie a un’ulteriore sofferenza».

Il quartiere ha aperto le porte

Casa Esquilino ha coinvolto le famiglie del quartiere in un modello di solidarietà innovativo basato sulla disponibilità ad aprire temporaneamente le proprie case a chi, da un giorno all’altro, si è ritrovato senza un alloggio. L’amministrazione ha stabilito un rimborso per le famiglie ospitanti e, attraverso una raccolta di disponibilità promossa dal Polo Civico, sono state seguite 174 persone, appartenenti a circa 40 nuclei familiari diversi. Non tutti sono stati ospitati in abitazioni private: alcune famiglie hanno trovato posto in strutture ricettive che hanno aderito all’iniziativa, mettendo a disposizione camere a condizioni agevolate. Altre sono state accolte dai residenti che disponevano di una o più stanze libere e, a volte, soltanto di un posto letto. Una scommessa che ha richiesto un’opera attenta di mediazione, anche perché in alcuni casi si trattava di famiglie numerose. «È stato un lavoro delicato, trovare il giusto abbinamento tra chi ospita e chi viene ospitato non è cosa immediata», spiega Costa. «Tuttavia, non tutte le famiglie degli ex occupanti se la sono sentite di accettare. Alcune si sono rifiutate per vari motivi, a volte semplicemente per pudore».

«A chi mi chiede perché lo faccio, rispondo che rifiuto la criminalizzazione di chi si trova in una situazione di disagio»

«Si tratta di ospitare delle persone per mesi, creando nuove modalità di convivenza», commenta Claudio Tosi, vicepresidente vicario di CSV Lazio, che ha accolto una famiglia boliviana composta da padre, madre e due figlie, una studentessa delle superiori e l’altra delle medie. «Le dimensioni del mio appartamento non consentivano di ospitare comodamente tutti e quattro i membri della famiglia e così mi sono temporaneamente trasferito dalla mia compagna, dopo aver chiesto e ottenuto il consenso di suo figlio, che vive con lei». Prima di lasciare la propria casa, Tosi, che abita da solo, ha liberato l’armadio, alcuni mobili e la scrivania per dare modo alle ragazze di studiare. Continua, però, a mantenere vivo il contatto con la famiglia, andando a trovarla tutte le volte che può. «Sono persone dignitosissime, i genitori lavorano nei servizi di cura per gli anziani, si sono trovati per strada a seguito di una truffa: avevano versato un acconto per l’acquisto di un’abitazione che in realtà non esisteva e non hanno più recuperato i soldi. E a chi mi chiede perché lo faccio, rispondo che rifiuto la criminalizzazione di chi si trova in una situazione di disagio. Spesso le difficoltà sono solo uno degli effetti collaterali del sistema».

Replicare lo spirito di Spin Time tra le pareti di un appartamento

Anche Giulia Fiocca, artista, architetta e ricercatrice del collettivo Stalker, ha accolto una persona rimasta senza alloggio dopo lo sgombero di Spin Time. «Con il mio compagno ci siamo chiesti perché un quartiere accogliente come l’Esquilino non potesse rendersi disponibile a ospitare chi aveva perso casa», racconta Fiocca, che è stata tra le ideatrici del progetto. «C’è chi ha una stanza in più, chi ha figli che sono andati via e si ritrova con dello spazio libero, chi normalmente affitta una casa ai turisti e in quel momento poteva scegliere di metterla a disposizione per un’accoglienza solidale». Lei stessa, insieme al compagno e al figlio di dieci anni, ha scelto di ospitare «una donna, un’artista e un’attivista», che ha vissuto a Spin Time per dieci anni. È anche un’amica con cui ha condiviso un percorso artistico legato alla storia delle lotte per il diritto alla casa, partecipando alla mostra Abitare le rovine del presente, organizzata dalla stessa Fiocca insieme al compagno Lorenzo Romito. La mostra, allestita al Macro nei primi mesi del 2026, in precedenza è stata presentata alla Biennale di Architettura di Venezia. «Non abbiamo una casa grande, dorme in camera di nostro figlio, di cui è diventata una specie di zia. Per lei che è single è ancora più difficile trovare una sistemazione, perché le case popolari sono in genere grandi e c’è scarsa disponibilità di appartamenti con una metratura pensata per un’unica persona». Nel frattempo, la convivenza procede al meglio e, settimana dopo settimana, si è creato uno scambio che va oltre l’ospitalità. «Quando io e il mio compagno siamo fuori è lei a occuparsi del bambino: lo accompagna a scuola, gli prepara da mangiare, si prende cura di lui». Nuove forme di convivenza urbana e familiare, insomma. Un po’ come replicare tra le pareti di un appartamento quel modello di accoglienza e mutualismo che ha reso Spin Time celebre ben oltre i confini della Capitale.

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