
Cohousing a Roma, l’assessora Funari: «Le istituzioni da sole non bastano»
Quattordici cohousing, di cui sette di recente apertura per un totale di 220 posti attivi realizzati principalmente in appartamenti sottratti alla criminalità organizzata, dove si vive in gruppi di massimo sei persone e si accede soprattutto su segnalazione dei servizi sociali municipali. Intervista all’assessora alle Politiche sociali di Roma Capitale Barbara Funari: «Importante continuare ad affrontare questa tematica insieme a cittadini, Terzo settore e associazioni»
28 Luglio 2026
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«La solitudine degli anziani a Roma si conferma un’emergenza sociale significativa, con oltre 250mila persone sopra i 65 anni che vivono sole nella capitale»: così l’assessora alle Politiche sociali e alla Salute di Roma Capitale Barbara Funari descrive le ragioni che hanno spinto l’amministrazione capitolina a puntare sui cohousing per anziani, un modello di residenzialità diffusa che affianca alle case di riposo tradizionali appartamenti condivisi, spesso ricavati da beni confiscati alla criminalità organizzata. Il tema è stato al centro anche del Festival del Cohousing, la rassegna promossa dall’assessorato che tra marzo e giugno ha attraversato la città con decine di appuntamenti nei quindici Municipi. Abbiamo chiesto all’assessora Funari di fare il punto sui numeri, sui requisiti di accesso e sui prossimi passi dell’amministrazione.
Perché Roma ha scelto di puntare sui cohousing per rispondere alla solitudine degli anziani?
«Roma presenta un elevato numero di “mono-famiglie” anziane, con il 44% delle famiglie costituite da un solo membro, accentuando la fragilità in una popolazione. È un’emergenza silenziosa e spesso invisibile o mascherata, chiusa dentro case troppo grandi per chi resta solo e, spesso, senza riferimenti familiari o socio-relazionali. L’invecchiamento della popolazione e la necessità di ripensare le forme dell’abitare rendono sempre più urgente un approfondimento su soluzioni innovative che permettano agli anziani di vivere in modo dignitoso, sicuro e socialmente attivo, ma non interroga solo le persone anziane: necessita di una riflessione intergenerazionale, da parte delle famiglie, dei giovani, dell’intera comunità locale, insomma interroga tutti noi. Disagio economico, lutti, isolamento e mancanza di reti di supporto, parziale autonomia e autosufficienza, sono elementi che costituiscono fattori di rischio importanti per le persone anziane. In questa situazione Roma Capitale ha pensato di riarticolare la residenzialità anziane, affiancando alle tradizionali case di riposo altri modelli residenziali a carattere familiare che favoriscono l’autonomia, l’autodeterminazione e l’invecchiamento attivo, e che vedono, oltre ai cohousing, anche le case alloggio».
Quanti senior cohousing sono attualmente attivi a Roma?
«Al momento sono attivi 14 cohousing a Roma, di cui 7 di recente apertura, grazie alle misure previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – Missione 5, Componente 2, Investimento 1.1 – Sostegno alle Persone Vulnerabili e prevenzione dell’istituzionalizzazione degli anziani non autosufficienti, che hanno reso possibili più articolate programmazioni, nonché l’implementazione di nuove azioni nelle progettualità già esistenti nel sistema della residenzialità di Roma Capitale per le persone anziane».
Quante persone vivono oggi nei cohousing romani?
«La nuova residenzialità di Roma Capitale per anziani, al momento, conta circa 220 posti. I nostri cohousing attivi sono prevalentemente realizzati in appartamenti sottratti alla criminalità organizzata e ristrutturati secondo le esigenze delle persone anziane; al fine di garantire l’intimità pur nella convivenza, la scelta di prediligere stanze singole è un segno di attenzione alla persona, pur mantenendo spazi comuni per vivere la convivialità. Nei nostri cohousing vivono al massimo sei persone, secondo la grandezza dell’appartamento».
Quali sono i requisiti per accedere e come avviene la selezione delle persone che vi entrano?
«Considerato che Roma Capitale ha, tra i suoi compiti principali, quello di rispondere alle esigenze e ai bisogni dei cittadini con maggiori fragilità, gli ingressi sono prevalentemente segnalati dai servizi sociali municipali e/o dalla rete dei servizi di emergenza, a favore di persone anziane con gravi difficoltà socioeconomiche e abitative».
Il Festival del Cohousing aveva anche un importante obiettivo culturale e di sensibilizzazione. A distanza di qualche tempo, quale bilancio fate dell’iniziativa?
«Roma è una città che sa aprirsi al mondo e al tempo stesso sa riconoscere l’importanza di essere vicina alle persone che vivono quotidianamente la città, restituendo importanza e valore alla socialità di prossimità e alla solidarietà, arricchendo la qualità della vita di tutti noi, soprattutto di quelle persone che si trovano in situazioni di difficoltà, di maggiore fragilità, che vivono momenti di isolamento, di solitudine, di precarietà, attivando e implementando una rete di protezione per tutti. Quindi, se le nostre comunità invecchiano rapidamente siamo di fronte a un cambiamento che ci obbliga a ripensare molte cose, a partire dal modo di abitare».
Cosa vuol dire in pratica?
«Portare questo tema al centro ha significato, innanzitutto, iniziare a costruire una nuova cultura dell’abitare e dell’invecchiamento, più fondata sulle relazioni, sulla prossimità, sulla partecipazione e sulla solidarietà. Il nuovo sistema di residenzialità per persone anziane, come amministrazione, che vede soluzioni diversificate di convivenza, non può costituire l’unica forma di risposta all’emergenza silenziosa della solitudine degli anziani nella nostra città. Quest’esperienza ci ha aiutato a condividere anche una riflessione: le istituzioni da sole non bastano se non sono animate da una responsabilità condivisa, dalle reti di prossimità della nostra città. Investire nella facilitazione e nell’accompagnamento della comunità è questo che Roma ha pensato di fare con questo progetto: diffondere idee, condividere riflessioni, paure, dubbi, poter pensare di immaginare e realizzare qualcosa di diverso, un cambiamento, una scelta di innovazione culturale e sociale. Non basta dare uno spazio comune, ma occorre progettare insieme, definire come riempirlo e di cosa, con quali servizi e attività, in base ad attitudini e aspirazioni di chi ci vive, perché il senso di appartenenza, l’essere protagonisti di cambiamenti, mette in moto riconoscimenti, sentimenti di affetto, reciprocità e fiducia, sviluppa potenzialità di agire collettivo, che, soprattutto tra le persone anziane, restituisce dignità e autodeterminazione».
Avete registrato un aumento delle richieste di informazioni o delle manifestazioni di interesse da parte di persone interessate a entrare in un progetto di cohousing?
«Restituire comunità a chi è anziano e anche a chi è adulto può diventare una nuova chiave di trasformazione positiva della nostra città, e l’interesse dimostrato dai cittadini è stato evidente nella partecipazione già dall’evento di apertura all’Auditorium il 30 marzo: le richieste di iscrizione hanno superato di gran lunga i posti disponibili e la partecipazione è sempre stata alta negli eventi successivi, a dimostrazione che la volontà di non restare soli è un obiettivo condiviso da tutti. La necessità è individuare forme e formule diversificate, anche favorendo forme di vicinato solidale, individuando risorse, creando insomma nuove possibilità, per affrontare questo tema. Il percorso del festival si è concluso, ma sarà importante continuare ad affrontare questa tematica, a incontrare i cittadini interessati, il Terzo settore, le associazioni, le realtà romane e di altre città che sono interessate al tema, che hanno esperienze, possibilità e iniziative da condividere, perché l’interesse dimostrato dalla città può costituire una base di programmazione futura».
Quali sono i prossimi passi di Roma Capitale sul tema del cohousing? Sono previste nuove aperture? Se sì, con quali tempistiche?
«Per il momento, nell’anno in corso, non si prevedono nuove aperture».
Foto di Sara Aurora Cimminiello






