
COMUNITÀ 24 LUGLIO: «IL SOGNO DI UN RISTORANTE PICCOLO MA TUTTO NOSTRO»
Un progetto, un anno per imparare, sperimentarsi in nuovi ruoli, aprirsi a nuovi mondi. E stupire abbattendo pregiudizi. QB – l’impresa sociale è un progetto promosso dalla Comunità 24 Luglio dell’Aquila. E poi c’è il sogno che vuole diventare realtà: «Un nostro piccolo ristorante, con venti posti. Non serve averne duecento. Uno nostro»
12 Marzo 2026
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Ogni bel film, di solito, ha un sequel. Ogni bella serie è formata da più episodi legati tra loro. Tre anni fa vi abbiamo raccontato una bellissima storia, e ora, finalmente, siamo qui con il seguito. La storia era quella di Catering 24, il progetto nato per creare percorsi di inserimento nel mondo del lavoro per persone con disabilità attraverso la cucina e la gastronomia. La storia continua, e nel modo migliore possibile. Qualche giorno fa, infatti, è giunto a compimento QB – l’impresa sociale, un progetto promosso dalla Comunità 24 Luglio – Handicappati e non dell’Aquila e finanziato attraverso un avviso pubblico per iniziative e progetti di rilevanza regionale promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni del Terzo Settore. Per i ragazzi della comunità vuol dire che la strada prosegue. «È un progetto che nasce per dare continuità», ci ha spiegato Anna Romano, la coordinatrice, «che ha ampliato il numero dei partecipanti – nove – e potenziato il livello di formazione. Oltre alla parte teorica abbiamo organizzato lezioni pratiche per la gestione della spesa, la ricerca del prodotto del territorio, la creazione del menù. Con QB – l’impresa sociale ci siamo anche aperti a diverse realtà imprenditoriali territoriali: ristoranti, pub, servizi di catering. Con alcuni abbiamo collaborato durante la formazione, con altri sono state semplicemente delle esperienze conoscitive. I locali che hanno ospitato le attività formative e il project work finale sono Ristorante La Cerella, Osteria Pantasima, Pizzeria Ristorante La Capannina, Bottiglieria Lo Zio, Via Verdi Irish Pub, Associazione Mulino Gasbarri APS, Consorzio Solidarietà Con.Sol., I.C.A. Arrosticini e la Pro Loco di Capitignano». Sono stati 12 mesi di attività con 150 ore di formazione in 40 giornate. Per Chiara Silvia Huzarek, Denis Ferroni, Karimou Arafat, Adis Nebi, Laura Scarsella, Valerio Altarini, Palma Bellotta, Gianluca Corsi e Francesco Scordella è stato un nuovo inizio, un ponte verso un nuovo lavoro. Il progetto è stato coordinato da Anna Romano, con la formazione seguita da Geraldine D’Alfonso.
«C’è stupore in chi si rende conto che la disabilità non descrive totalmente la persona»
Il modo in cui i ristoratori hanno accolto i ragazzi è stato sorprendente. «Quando usciamo dagli spazi dell’associazione, vediamo spesso stupore in chi, ad un primo contatto, si rende conto che la disabilità non descrive totalmente la persona» riflette Anna Romano. «Ma per noi è sempre stato così. Chi non è tutti i giorni con queste persone con difficoltà ed entra in contatto pratico con loro si stupisce. Dice “ma allora questo lo sai fare, su questo ci siamo capiti”. In realtà di fronte a te hai una persona che è “anche” disabile. Non è la disabilità che è anche una persona».
Tutto è iniziato da contatti personali, racconta Anna Romano. «Conosciamo gestori di ristoranti, di altri siamo clienti. Il sì nasce in primis dalla fiducia verso chi lo chiede, dall’aspetto sociale e solidale. Ma poi entrano in gioco le relazioni umane, perché ti rendi conto che sono persone che, al di là della loro disabilità, riescono a fare cose. A seguire la procedura che gli viene spiegata, ma anche ad entrare in una relazione amicale con chi hanno di fronte».
«Sono pronto per tutto. Sto aspettando solo qualcuno che mi prenda»
Se le reazioni dei gestori sono state sorprendenti, quelle dei ragazzi sono state entusiaste. Lo vediamo dalle prime immagini del documentario girato da Francesco Paolucci che racconta tutto il percorso, ma fa parlare soprattutto i ragazzi. «Cucinare significa crescere». «Sono pronto per tutto. Sto aspettando solo qualcuno che mi prenda». «Le reazioni dei ragazzi sono state diverse, ma tutte positive» ci racconta Anna Romano. «Qualcuno partiva dall’idea che poteva farcela e non andava oltre il concetto di “sto provando un’esperienza nuova di cui sono capace”. Altri che non erano convinti di potercela fare si sono scoperti completamente capaci. L’entusiasmo è cresciuto man mano che i mesi passavano e il progetto andava avanti».
Ma c’è anche chi va oltre la soddisfazione di avvicinarsi a un lavoro, e prova una vera felicità. «Perché ti piace fare la cameriera?» «Perché servo le persone». «E quando servi le persone, come ti senti?» «Felice». Felicità è anche stare con le persone, aiutarle, parlarci. «Per alcuni il lavoro al ristorante è stato un’occasione di socialità che diversamente difficilmente avrebbero», racconta Anna Romano. «E per qualcuno entrare in un ristorante da lavoratore è stato più facile che da cliente, perché le esperienze personali non ti danno spesso la possibilità di andare a cena fuori, o di frequentare la cucina di un amico, o di un ristoratore. Per queste persone fare questo lavoro è stato un riconoscimento sia lavorativo che sociale. È stato frequentare un posto “normale”, passateci il termine, come tutti gli altri. Il tutor ha seguito passo passo tutti, ma il project work sperimentato all’interno del ristorante è stato tutto in autonomia».
L’importanza del gruppo
Le persone che hanno partecipato al progetto hanno una disabilità di ritardo cognitivo o dello spettro autistico ad alto funzionamento. «Erano necessarie caratteristiche di comprensione e abilità adeguate a comprendere il percorso, ma soprattutto a rendersi conto del pericolo, dei luoghi, del contesto» spiega la coordinatrice. I lavori nel mondo della ristorazione sembrano essere i più adatti per i ragazzi con queste caratteristiche, come dimostra il caso di Pizzaut. «Penso che un fattore importante, nonostante parliamo di autismo, sia il contatto con l’altro» continua. «Quando si parla di cameriere, di cliente, la socialità ha ruoli ben definiti. Così, nonostante una difficoltà sociale, c’è la possibilità di ritagliarsi un ruolo e di organizzare la propria presenza e la dimostrazione verso l’altro. È stato fondamentale creare un gruppo, e che si sia galvanizzato man mano che il progetto procedeva. Attraverso i mesi di formazione ci siamo resi conto di chi potesse essere più indirizzato verso il lavoro di cucina e chi verso la sala. È stata una scelta abbastanza naturale. Loro stessi, nel dividersi i compiti, si assegnavano quello che magari noi, da supervisori, avremmo assegnato loro».
Il sogno di un piccolo ristorante
E poi c’è il sogno. Il futuro. I ragazzi lo dicono chiaramente. «Magari un nostro piccolo ristorante, con venti posti. Non serve averne duecento. Uno nostro». È la terza puntata della storia, quella ancora da scrivere, il film che chiude la trilogia. Il ristorante è ancora un sogno. Ma dopo un anno di lavoro e di formazione, ci siamo vicini. Ci sono due strade che la comunità sta seguendo. «Da una parte, due dei ristoratori con cui abbiamo lavorato hanno fatto delle proposte di lavoro a due ragazze per poter essere inserite nel loro staff» ci svela Anna Romano. «Per motivi burocratici non stanno lavorando, ma fra qualche mese potranno ricominciare. È una breccia enorme che siamo riusciti ad aprire. Dall’altra parte l’associazione porta avanti l’idea di aprire una realtà che possa camminare con le proprie gambe, e dare il via a una cooperativa sociale. Abbiamo un appoggio importante da parte delle istituzioni locali. Una di queste è l’Ater, l’ente delle case popolari. Ci siamo rivolti a loro per sapere se c’erano dei locali ad affitto calmierato, ci hanno dato la massima possibilità e ce ne hanno mostrati alcuni. Il Comune dell’Aquila si è dimostrato interessato a seguirci in questo percorso e ad esserci di supporto in un modo che dobbiamo ancora definire. Spero che nell’arco di quest’anno si possa arrivare a qualcosa di molto concreto». È il finale della serie che vogliamo vedere. Non vediamo l’ora si sederci a quel ristorante e viverlo insieme ai ragazzi.
Foto e video Francesco Paolucci






