disarmare l'economia

Disarmare l’economia quando la guerra è un modo di pensare

C'è un grande bisogno di parole di pace, ma soprattutto di imparare a costruirla. Dalla forza delle relazioni comunitarie alla cooperazione economica, fino alla capacità di trasformare i conflitti, le riflessioni di don Mattia Ferrari di Mediterranea Saving Humans, l'economista Leonardo Becchetti e don Bruno Bignami della CEI
di Maurizio Ermisino 6
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«Si vis pacem para bellum». Se vuoi la pace prepara la guerra. Lo dicevano gli antichi romani. A distanza di secoli siamo ancora a questo punto. Sembra che l’unico modo per pensare alla pace oggi sia riarmarsi. «Si vis pacem para pacem» è invece il ragionamento che oggi dovremmo tutti mettere in atto. Ma per questo va ripensato tutto, va fatta una vera e propria, continua, educazione alla pace. C’è, per reazione a quello che sta accadendo, una grande richiesta di parole di pace. Ma che cosa significa davvero preparare la pace anziché la guerra? Significa anche ripensare il modo in cui viviamo le relazioni, organizziamo l’economia e affrontiamo i conflitti. E disarmare l’economia mettere anzitutto in discussione una logica che contrappone le persone, alimenta la competizione e finisce per considerare lo scontro inevitabile. È su questi interrogativi che si intrecciano le riflessioni di don Mattia Ferrari, Mediterranea Saving Humans, dell’economista Leonardo Becchetti e di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI. Tre prospettive diverse che indicano nella solidarietà, nella cooperazione e nell’educazione alla pace altrettante strade per provare a costruire un’alternativa.

Don Mattia Ferrari: «In Europa siamo incapaci di costruire la pace perché abbiamo dimenticato cosa vuol dire»

Per don Mattia Ferrari, da anni impegnato nel soccorso delle persone nel Mediterraneo e in progetti di solidarietà, il punto di partenza è proprio la forza delle relazioni comunitarie e il protagonismo delle persone escluse. Una prospettiva che affonda le sue radici nel percorso avviato da Papa Francesco e nella sua attenzione per quanti vivono ai margini della società. «Ereditiamo un processo che è stato di Papa Francesco. Quando era Arcivescovo di Buenos Aires aveva incontrato lungo la strada i cartoneros, da cui nasce l’unione dei lavoratori e lavoratrici dell’economia popolare. In queste persone, costrette dalla povertà e dalla crisi economica in Argentina a reinventarsi come riciclatori, raccoglitori di rifiuti Papa Francesco vede l’uscita dall’individualismo e la costruzione dal basso della grande solidarietà che dà dignità a persone escluse ed umiliate dalla cultura dello scarto» racconta don Mattia Ferrari. «Così il suo invito da pontefice è a costruire affinchè le comunità dei poveri, degli esclusi possano portare il loro contributo insieme agli altri attori, essere coinvolti come protagonisti del loro destino». Ciò che tra Spin Time, la scuola Di Donato, MaTeMù e altre realtà si è vissuto nei giorni successivi allo sgombero del Palazzo, è la riflessione di Don Mattia Ferrari, «è stata una solidarietà enorme che ha permesso di tenere in piedi una vera e propria resistenza fisica, manifestazione politica delle relazioni costruite a livello comunitario. Questa è la sfida che ci ha lasciato Papa Francesco: riscoprire il valore politico che hanno queste relazioni comunitarie quando sono relazioni vere perché riscattano le persone escluse e le persone non escluse dal torpore».

Come possiamo costruire la pace se non la comprendiamo?

«È molto difficile per noi trovare delle modalità che abbiamo perso, compresa quella della pace, perché abbiamo perso la comprensione della vita» è la riflessione di Don Mattia Ferrari a partire dalla storia di Mahmoud, nato nel 1999 in Darfur da una famiglia di agricoltori. Il ragazzo si era iscritto all’università per diventare costruttore di pace e aveva studiato economia proprio per questo. Con l’aggravarsi della guerra in Darfur aveva deciso di attraversare il deserto e imbarcarsi per l’Europa, trovando la morte in un naufragio. In uno dei suoi ultimi post c’era scritto «How can we build a peace if we don’t understand it?». Il punto è proprio questo: come possiamo costruire la pace se non la comprendiamo? «È un monito» per Don Mattia. «In Europa siamo incapaci di costruire la pace e crediamo che serva il riarmo per arrivare alla pace perché abbiamo dimenticato cosa vuol dire. Se vogliamo riscoprirla l’unica cosa da fare è mettersi in ascolto degli ultimi: loro sanno cosa vuol dire pace, giustizia, fraternità. Se non lo faremo rimarremo prigionieri di noi stessi, della nostra arroganza e delle nostre delusioni».

Becchetti: «A scuola ci insegnano le quattro operazioni. La cooperazione è la quinta»

Per l’economista Leonardo Becchetti, una delle questioni fondamentali è il superamento della logica del gioco a somma zero, nella quale il vantaggio di qualcuno comporta necessariamente una perdita per qualcun altro. Nel gioco a somma zero se la torta è la stessa per avere la mia fetta devo toglierla agli altri. Nel gioco a somma positiva ognuno che viene non toglie qualcosa ma la aggiunge. «Abbiamo vissuto un rigurgito del Novecento che ci ha riportato al mondo a somma zero, alla lotta per la terra. Se mettessimo un israeliano e un palestinese alla Silicon Valley le loro diversità sarebbero una ricchezza. Dove vivono non lo sono, perché lottano per la terra. Dobbiamo contrastare questo rigurgito novecentesco: siamo tornati indietro. Per ovviare a tutto questo dobbiamo creare un gioco a somma positiva: per anni Francia e Germania si sono battute per il carbone, fino a che qualcuno ha detto mettiamo insieme le risorse e creiamo la comunità europea del carbone». «A scuola ci insegnano le quattro operazioni. La cooperazione è la quinta» il suo pensiero. «Nessuno oggi immagina una guerra tra Francia e Germania. Perché è scattata la cooperazione, l’esperienza comune. Oggi una parte di politica pensa ancora nel senso del gioco a somma zero. Crea il conflitto e crea il capro espiatorio: se ho un problema che non posso spiegare trovo il capro espiatorio. “È colpa dell’ebreo”, come è accaduto nel secolo scorso, “è colpa dello straniero” oggi».

Educare alla pace

Superare la logica del gioco a somma zero significa allora mettere in discussione una cultura che considera lo scontro inevitabile e la vittoria sull’altro come unica soluzione possibile. Una logica che riguarda non soltanto l’economia, ma anche il modo in cui si affrontano le guerre. Per don Bruno Bignami, il primo passo è proprio riconoscere che fermare un conflitto non significa necessariamente arrendersi. «Come fai a uscire da una guerra? Non basta il principio della ragione, lo vediamo nei conflitti nel mondo: in questo momento nessuno accetta l’idea che qualcuno dica basta, ognuno vuole dimostrare di essere più forte, nessuno accetta la sconfitta. E così si entra in una logica perversa in cui non si vede la fine». Ma bisogna pensare in altri termini, disarmare questo pensiero, educare alla pace. «Giovanni Paolo II è intervenuto per dire “Io che ho vissuto una guerra da dentro vi dico: mai più la guerra”» riflette Bignami. «Bisogna educare. La Chiesa italiana ha fatto una scelta curiosa ma profetica. Ha scritto due documenti sulla pace nel 1998 e nel 2025. Il primo era intitolato “Educare alla pace”. Il secondo “Educare a una pace disarmata e disarmante”. In un tempo in cui sembra che riarmarci, investire in armi sia la soluzione, anche dalla Chiesa la spinta è ad investire nell’educazione. Il primo intervento di Papa Leone diceva “Ogni comunità diventi casa della pace”. E parliamo di ogni comunità, sia essa cristiana o civile».

Trasformare il conflitto

«Il conflitto è parte della vita umana» conclude Bignami. «Bisogna capire come abitare il conflitto. Bisogna educare. Papa Francesco diceva che ci sono tre modi per abitare i conflitti. Il primo è pensare che non c’è. Il secondo è buttarla subito nella violenza. Il terzo modo è trasformare il conflitto: abitare le potenzialità che umanamente abbiamo, iniziare a parlarsi, avvicinare l’altro, ascoltare le sue ragioni, tutta una serie di iniziative possibili per prevenire il peggio, l’uso della violenza. Quando c’è un conflitto la prima cosa non è usare la violenza, ma la parola, l’ascolto. Dobbiamo educare alla pace. Altrimenti educhiamo alla guerra».

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