
D’ISTRUZIONE PUBBLICA: COM’È STATA CANCELLATA LA SCUOLA
In D’Istruzione Pubblica, il documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre distribuito da Open DDB e in tour in tutta Italia, il graduale smantellamento dell’istruzione pubblica e le origini del processo di privatizzazione della scuola. Che non è più quella scuola che consentiva di emanciparsi dalle proprie condizioni di partenza
23 Febbraio 2026
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«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Lo dice l’Articolo 3 della Costituzione. Che parla di scuola negli articoli 33 e 34. «La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi». «La scuola è aperta a tutti». Quegli articoli disegnano un’idea di società basata sulla cultura emancipante: tu parti povero, ma ti offro una scuola che ti consentirà la tua emancipazione dalle condizioni di partenza. Calamandrei dice che la scuola è un organo costituzionale, il sistema linfatico che irrora tutti quanti gli organi. Possiamo dire che la scuola è ancora questo? È una delle tante domanda che ci facciamo vedendo D’Istruzione Pubblica, il documentario di Federico Greco e Mirko Melchiorre che denuncia il graduale processo di smantellamento dell’istruzione pubblica. Distribuito da Open DDB, è in tour in tutta Italia (le date sono sul sito: https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/). «La scuola dagli anni Cinquanta agli Ottanta aveva dei grandi problemi» ci ha spiegato Federico Greco. «Però, diversamente dalla scuola di oggi, aveva una tensione verso una democratizzazione. Era una scuola di alta qualità e per tutti. Ci sono state tre scuole: quella prima della Seconda Guerra Mondiale, la scuola di Gentile, di altissima qualità ma elitaria. Poi quella fino agli anni Settanta, dalla Costituzione in poi, una scuola di qualità e dedicata a tutti. Dal ‘97 al ‘99 la scuola perde entrambe queste cose, perché perde la qualità. E quindi automaticamente diventa una scuola elitaria: se a scuola il bambino che non ha privilegi e non può prendere un ascensore sociale perché la qualità è bassa, vuol dire che andranno avanti solo quelli che se lo possono permettere dal punto di vista familiare».

La scuola che integrava i disabili e che riportava a studiare gli operai
Eravamo felici e non lo sapevamo, noi nati negli anni Settanta che siamo riusciti a vivere quella scuola democratica e di qualità. È stato un mondo che, con la riforma delle 150 ore del 1973, permetteva agli operai di studiare. «L’operaio che racconta che grazie alle 150 ore può capire che cos’è l’utensile, non solo dal punto di vista della capacità di usarlo, ma dal punto di vista storico, è importante» commenta il regista. «Le 150 ore sono state uno strumento di incredibile consapevolezza. E sono esattamente l’opposto di quello che sarebbe successo 40 anni dopo, l’alternanza scuola-lavoro. Le 150 ore riportano gli operai a scuola dalle fabbriche, l’alternanza scuola-lavoro porta i nostri ragazzi a morire in fabbrica». Ma era anche la scuola che nel 1977 proponeva l’integrazione nelle classi degli alunni disabili per non lasciare indietro nessuno. «L’inserimento dei disabili nelle classi fu una cosa clamorosa» riflette Greco. «Con il tempo la qualità dei docenti di sostegno dei DSA si è abbassata per tanti motivi, quindi non è così scontato dire che adesso è meglio di prima. Prima erano da soli, ma la qualità del sostegno era alto. Siamo stati volutamente equivocati nel passaggio in cui una docente dice di essere stata una DSA. Lei dice: “è ovvio che i ragazzini con DSA devono essere particolarmente seguiti. Ma non facciamo sì che quella certificazione diventi il loro destino”».
Tutto inizia negli anni Novanta
Girato con uno stile alla Michael Moore, ricco di ritmo e di informazioni, con un taglio pop tra grafiche che evocano Star Wars e Il Dottor Stranamore e con le musiche di Another Brick in The Wall dei Pink Floyd, D’Istruzione Pubblica è un documentario, ma è anche un film horror. Perché il racconto della distruzione della scuola è inquietante. Oggi si parla della riforma Valditara, ma questa storia arriva da lontano, dagli anni Novanta e della riforma Bassanini-Berlinguer. Sì, da un governo di sinistra. «Da una parte c’erano gli interessi della Confindustria europea, attraverso la tavola rotonda degli industriali, la ERT, che aveva l’interesse di impadronirsi della scuola perché fosse al servizio della formazione di lavoratori e non di cittadini» spiega il regista. «Dall’altra arrivano anche delle istanze dagli Stati Uniti, nate alla fine dell’Ottocento, che si saldano benissimo con quelle di Confindustria, servono alla scuola delle competenze e non quella delle conoscenze. Così creano una legge che inizia ad aziendalizzare la scuola. È lo stesso accaduto alla sanità 5 anni prima, con le Usl che diventano Asl, cioè aziende. Nella scuola, pochi anni dopo, il preside diventa dirigente».
La cultura è un prodotto da supermercato?
E arriviamo alla riforma Valditara. «La sua proposta è dare in mano completamente la scuola ai privati con un minimo di contributo pubblico» ci spiega il regista. «Che fa il paio con quello che ha detto Schettini, l’influencer: che la cultura è un prodotto da supermercato e i docenti dovrebbero fare come i medici, insegnare a scuola la mattina e il pomeriggio vendere la cultura intra moenia. La riforma è pienamente in continuità con le riforme neoliberiste del passato. L’idea di privatizzare la scuola non è stata mai detta. Ma ormai è evidente. La scuola Valditara viene considerata reazionaria, una scuola che torna al passato. Magari, se fosse vero. Se mi dovessero chiedere se preferisco la scuola gentiliana, elitaria, ma di altissima qualità, o quella di oggi, democratica, ma di bassissima qualità, quindi elitaria, meglio la scuola gentiliana. Ne liceo classico degli anni Venti ci poteva essere il figlio di un tranviere e quello di un industriale. Ed entrambi acquisivano lo stesso sapere. Gramsci veniva dalla Sardegna, ha fatto la scuola pre-gentiliana ed è diventato Gramsci».
Il linguaggio commerciale e iper-seduttivo
Il linguaggio della nuova scuola è commerciale: si parla di debiti, crediti e offerta. Ed è un linguaggio iper-seduttivo. «Nel film facciamo una breve riflessione sui libri di testo» ci spiega Greco. «Sono cambiati, sono molto più accessibili: un libro di terza media sembra un libro di seconda elementare. In un libro di grammatica italiana si definisce il verbo all’interno di una frase come “l’influencer” del senso della frase. Il cosiddetto globish, l’inglese globale, entra nei libri. Ma già 30 anni fa, al dipartimento di italianistica de La Sapienza, il giornale si chiamava Italianistica News… I libri poi sono esplicitamente piegati all’Agenda 2030 ed è una cosa che appiattisce le conoscenze. Si toccano grandi temi anche in educazione civica, ma sono temi decontestualizzati, non incarnati a livello storico. Sai che devi lottare per il clima, dov’è la Groenlandia, ma non sai cosa è successo nel 1789».
«Se introduci la scuola delle competenze, che serve a trovare lavoro, stai facendo negotium»
E così ci viene proposto come qualcosa di positivo l’alternanza scuola-lavoro. «L’Inail stabilisce che porta 6-7 morti l’anno e migliaia di feriti» spiega l’autore. «Le ragioni che Renzi addusse per questa riforma era che la disoccupazione giovanile era al 44% e, se si formassero i giovani al lavoro, la disoccupazione scenderebbe. Non si capisce come sia possibile che si crei miracolosamente lavoro solo formando le persone». Ma questa scuola che fornisce competenze e non cultura rende i ragazzi e futuri uomini privi di un pensiero critico pronti a obbedire alle esigenze del Capitale. «La scuola della Costituzione degli anni Cinquanta a Ottanta era la scuola che tentava di diventare la scuola dell’otium» spiega Greco. «Cioè del tempo libero. Il tempo in cui ci si abbandona alle proprie predisposizioni intellettuali, senza nessun motivo. Si legge per leggere, si scrive per scrivere. Se introduci la scuola delle competenze, che serve a trovare lavoro, stai facendo il contrario dell’otium. Cioè il negotium. Quegli anni in cui si dovrebbe semplicemente imparare diventano il momento del negozio, dell’azienda. Questo non vuol dire cambiare la scuola. Vuol dire cancellarla».






