DOPO IL COVID, È ORA DI RITROVARE IL GUSTO DELL’ALTRO

Dotti: rifondiamo la società, ma il volontariato cambi, concentrandosi di più sul proprio "patrimonio", non sulle attività

di Lorena Moretti

Questa intervista è tratta dal nuovo numero di “VDossier”, che si intitola “C’è distanza e distanza. Il contagio della solidarietà per creare un mondo nuovo” e che si può scaricare a questo link.

Possiamo definire la provincia di Bergamo il primo epicentro occidentale della pandemia Covid-19: le scene dei convogli militari con le bare delle vittime hanno lanciato un grido d’allarme a tutto il mondo. Un dramma umano che ha lasciato delle voragini nel suo tessuto sociale e quindi anche nel suo denso mondo  associativo, portandosi via centinaia di figure che lo avevano animato per decenni. Abbiamo chiesto a Johnny  Dotti, pedagogista e imprenditore sociale che conosce e vive  il  territorio bergamasco,  di  analizzare il  tema  della  comunità  alla  luce degli stravolgimenti prodotti dalla crisi sanitaria.

Quali sono i cambiamenti che attraversano le comunità oggi, ai tempi dell’emergenza sanitaria? 
«Quella che abbiamo  vissuto  oggi è una vera catastrofe, nel senso nobile del termine: un autentico trauma. I cambiamenti di per sé rappresentano sempre una discontinuità, che poi si riesce a sostenere attraverso delle risorse, dei vissuti che già esistono e che si trasformano dentro questa discontinuità. Vorrei sottolineare il fatto che abbiamo passato questi tre mesi grazie alle comunità, che invece erano state completamente sfibrate nei trent’anni precedenti, sulla scorta del mito dell’uomo che si faceva da sé, del prototipo virtuoso dell’imprenditore. Tutta la logica consumistica individuale, cosa è stata se non la negazione degli altri? Abbiamo invece visto in questi tre mesi che la comunità esiste, che la brace c’è ancora; l’abbiamo visto in tutti, l’ho visto nei miei figli. E non solo: la regressione dell’individuo aveva messo la comunità tutta sulla posizione dell’immunità; pensiamo ai populismi, in cui la comunità si presenta sempre come immunità,  e  pensiamo a come è difficile mettere insieme i gruppi, anche di eguali, come quelli del volontariato. Ebbene, noi abbiamo visto al contrario, in questi tre mesi, che l’uomo, di fronte alla chiamata della vita, risponde ancora all’altro uomo. La trovo una cosa molto bella, ma fragile, che potrebbe essere ancora annichilita. Il limite delle catastrofi e dei traumi  è che, se non vengono elaborati, l’uomo non cambia. E la storia ci insegna che, generalmente, l’uomo va verso un cambiamento regressivo, fino a quando non c’è la consumazione totale data dalla consuetudine».

Quindi, nonostante la tragedia appena passata, pensa che possa esserci la speranza di ri- costruire un mondo nuovo?
«Sono convinto che questo secondo trauma, dopo la crisi economica del 2008, in una serie di persone stia aprendo delle ricerche consapevoli. Ricerche che connettono un’esigenza di maggiore pienezza, di rotondità della vita, con le forme organizzative, economiche, politiche, sociali. È ciò che mi sta narrando la vita ora: alla prima uscita di casa, dopo i tre mesi di isolamento, sono stato chiamato ad intervenire ad un seminario di un collegio di ingegneri ambientali, e lì abbiamo parlato di sogno e alleanze. La cosa mi ha colpito molto, perché non sono educatori, associazioni, istituzioni religiose, psicologi; percepisco un cambiamento reale in corso, che riguarda anche persone, organizzazioni, comunità, professioni che noi abbiamo sempre pensato fare altro. E non si tratta di un caso isolato, ce ne sono diversi. Sono stato anche a Roma, in Vaticano, e mi piace citarlo poiché testimonia che perfino alcune istituzioni si stanno seriamente interrogando sul loro cambiamento. Lo colgo come un segnale positivo, poiché la dimensione dell’istituzione è ancora altro rispetto a quella dell’impresa, che comunque nel mondo italiano fortunatamente può essere una realtà  che continua un suo percorso di approfondimento».

E quali potrebbero essere, secondo lei, questi cambiamenti?
«I segnali che colgo, a  mio  parere, ci dicono che i cambiamenti stanno avvenendo almeno a quattro livelli. Primo: è chiaramente in atto un cambiamento sociologico. Oggi siamo dentro un cambiamento tale che ha innalzato il fattore di rischio: la “società del rischio”, citando ciò che scriveva Beck negli anni Ottanta2 , oggi presenta un ulteriore passo in avanti, e l’interpretazione di questo passo in avanti dipenderà dai soggetti.

Come potremo superare il rischio di essere ossessionati da potenziali disastri ed eventi devastanti?
«Se i soggetti si lasceranno condurre, nella gestione del rischio, solo dalle forme tecniche più o meno scientiste, il futuro che ci attende sarà veramente pericoloso dal punto di vista sociologico. Se invece i soggetti sono in grado, assumendo la società del rischio e vivendo nella società del rischio, di inserirvi elementi di umanità, creatività, valore, allora si apre uno  spazio  interessante. Il secondo livello è il cambiamento dal punto di vista antropologico. Il costrutto sull’individuo che abbiamo teorizzato e abbiamo anche fatto diventare lo storytelling degli ultimi trent’anni oggi si sta sgretolando: antropologicamente ci stiamo accorgendo con dolore che non siamo semplici individui e che la società non è una somma di individui. Anche questa medaglia ha due facce. Da un lato, ciò può portare, in termini  personali,  a  crisi di panico e,  in  termini  sociali, ad angosce che cercano un  capro espiatorio».

Per esempio quali?
«Ne vediamo i segni già oggi: ad esempio, nel mio territorio non abbiamo assistito a così tante risse come nell’ultimo mese. Sono risse violente con conseguenze pesanti, che avvengono quasi sempre fuori dai bar e quasi sempre coinvolgono giovani, in cui un branco si rivolge contro una persona e lo picchia per cause banali. Non posso generalizzare, ma sono certo che la questione dell’anomia individuale, dell’individuo che non si sente più il centro del mondo e, cioè dell’io che ha percepito oggi totalmente la sua fragilità (la sua mortalità qui dalle nostre parti) può condurre a derive di tali natura, fino a pensare a risvolti estremamente pericolosi. Ricordo che, tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, ci fu la spagnola; fu l’incubatore, accanto alla crisi economica, del Fascismo e del Nazismo, cioè della crisi dei sistemi governativi. Lo dico non per spaventare ma per essere coscienti, e io credo che il volontariato debba essere cosciente: se perde la coscienza, può essere sostituito da un qualsiasi robot, che effettua azioni meccaniche. Il secondo lato della medaglia è che tutto ciò può aprire alla dimensione tripartita o tridimensionale della persona, perché la persona è senso-sensazioni, sentimenti-intelletto e spirito,  tutte  e tre queste cose insieme. E, soprattutto, la persona è un nodo di relazioni: non si dà da sé, non è una monade persa nell’universo; la persona è un nodo integrato. Allora è interessante capire da che parte spingerà il volontariato, e non è scontato che spinga verso questa seconda direzione, quella del gusto degli altri, della condivisione dell’esperienza  di sé integrata/integrale perché, se esso sta dentro il paradigma del funzionalismo e della concezione specialistica della società, spingerà senz’altro verso la prima».

Mentre il terzo livello?
«Il terzo livello, è quello del cambiamento dal punto di vista spirituale. Io penso che il tempo monoteista sia finito; questo è il tempo della trinità. Noi rischiamo un irrigidimento monoteista, che è il rischio di cui parlavo prima e che vediamo in tanti dibattiti, oppure potremmo avere un’apertura spirituale, tipica tra l’altro del Cristianesimo. La trinità è apertura radicale, è io, tu ed egli, è maschio e femmina, è padre e madre, è amore infinito che si ripete soltanto dentro relazioni che hanno un senso».

E tutto questo come si combina con il fare volontariato?
«Ci sono due risvolti per il volontariato. Primo, sarebbe molto bello che cominci ad immaginare che quelli che pensava lontani,  i  professionisti e le imprese, non sono solo come riferimenti per fare fund-raising, non solo persone cui chiedere qualcosa per sé, ma persone con cui fare un percorso. Con gli altri si possono condividere dei percorsi veramente generativi e inediti; in fondo il volontariato è nato inedito. È figlio del non pre-costituito, del non già saputo, del provare, del mettersi a disposizione, del contribuire. Sarebbe bello che questo segnale che ho visto nel piccolo, diventasse qualcosa che ci aiutasse a fare una compagnia più vasta. Secondo, rispetto alle istituzioni, siano esse religiose, pubbliche, economiche, sarebbe bello  che il volontariato avesse un atteggiamento maggiormente propositivo e contributivo, che fosse percepito come una risorsa non per lo specifico che fa (l’aiuto ai disabili, ai profughi, agli anziani) e la sua funzione sociale, ma per la sua natura profonda, cioè per il suo atteggiamento nei confron- ti della vita. Il volontariato dovrebbe essere un compagno delle istituzioni che apre costantemente a ciò che non c’è, con l’atteggiamento  di  chi sa che quello che non c’è sarà bello, che il bello deve ancora venire».

Mentre qual è l’ultimo livello di cambiamento?
«È il cambiamento economico. Mi sembra evidente che siamo di fronte ad un  rischio  di  collasso, o probabilmente siamo già dentro il collasso. Noi perderemo il 10% del PIL, una crisi tre volte più vasta di quella del 2008, in cui si è perso il 3% a livello mondiale. In Italia, una società bloccata dal punto di vista dell’ascensore sociale e già spaccata in due (Nord e Sud), cosa succederà nelle dinamiche materiali? Anche in tal caso può esserci una deriva che alimenta le situazioni pericolose o patologiche, oppure potremo avere un passaggio più forte di cambiamento di paradigma. E allora potremmo costruire nuove forme di economia più partecipata, più equa, più giusta, dove vediamo meno produzione-consumo e più generazione del valore. Un movimento generativo simile a quello che ha portato alla nascita del Terzo settore, negli anni ’60-70 del secolo scorso, ma che oggi non può essere più identificato solo con esso: un movimento che deve tenere dentro anche tutti gli altri attori di cui parlavo in un insieme in cui volontariato e Terzo settore possono essere, grazie alla loro esperienza, il lievito buono».

E quale obiettivo principale dovrebbe porsi questo movimento?
«Penso che, oggi, il vero spazio politico, economico, culturale in cui tutto ciò si possa giocare siano i beni comuni – dall’acqua alla scuola, dal welfare alla cultura, dall’ambiente ai trasporti, dalla connettività all’arte – poiché essi sono contemporaneamente luoghi di socialità, luoghi di economia, ma anche luoghi patrimonio, e non solo di conto economi- co. E qui il suggerimento che do al volontariato è di  concentrarsi di più sul proprio patrimonio, non sulle attività: patrimonio materiale, immateriale, filosofico, di significato. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che sappia cosa sia il patrimonio, un concetto che invita a pensare cosa lascerai; non è solo un problema di passaggio di ruoli, ma  qualcosa  di più profondo, bello, sfidante».

Se il volontariato oggi concretamente dovesse domandarsi da cosa ripartire per accompagnare   questi   cambiamenti, quali punti di forza suggerirebbe?
«Sarebbe bello, ad esempio, che potesse guardare al volontariato spontaneo, mobilitatosi dal nulla in questo periodo, con affetto, cura, gioia, riconoscenza, perché dovrebbe ricordargli la sua infanzia e, guardando a quell’ingenuità, potesse diventarne il genitore. Certo, significa aprire il potere, e non solo l’operatività, agli altri,  a questi giovani; riacquistare autorità mettendo a disposizione il potere, e quindi le decisioni, gli orientamenti, le gerarchie. Se vogliamo andare sugli oggetti concreti di lavoro, ricordo che a Bergamo sono morti 5.000 anziani nelle case di riposo; significa che tale modello va superato, come sono stati superati gli ospedali psichiatrici nel ‘900. Chiediamoci se il volontariato possa contribuire all’apertura di un dibattito serio per superare questo modello, cioè l’idea che noi confiniamo in un luogo separato un’intera generazione. Chiediamoci se, prima ancora di una progettazione, c’è una visione rispetto ad un fatto innegabile, di tale portata, che già oggi rischia di essere rimosso. E ancora: chiediamoci se siamo in grado di prendere sul serio il fatto che i ragazzini hanno fatto i volontari oggi e aprire un dibattito con la scuola. Il volontariato può entrare nel dibattito su ciò che significa oggi riaprire la scuola, e avere una visione sul ripensamento del ciclo scolastico».

Come evitare, una volta terminata la spinta dell’emergenza, di cadere nel deserto della consumazione totale data dalla consuetudine?
«Io spero che in questo caso non si giunga a tale deserto, poiché  ciò significherebbe oggi la scomparsa stessa del genere  umano.  Io chiedo: perché non ci mettiamo di più quotidianamente a rischio? Perché il volontariato non si mette quotidianamente in una posizione di rischio? In questa situazione abbiamo fatto l’esperienza del rischio, lo abbiamo vissuto sulla pelle e si è generata vita. Perché il rischio ti fa cercare qualcuno, perché ti fa porre una domanda, perché ti fa sentire la paura, perché senti i sentimenti. E la vita senza rischio muore».


Johnny Dotti, marito e padre di quattro figli, vive da più di trent’anni in una comunità di famiglie a Carobbio degli Angeli (BG). Pedagogista e imprenditore sociale, è oggi presi- dente di “é-one abitare  generativo” e amministratore delegato di “ON” impresa sociale. È tra i promotori dell’Archivio della Generativitá Sociale e professore a contratto presso l’Università Cattolica di Milano. É stato presidente del Consorzio della cooperazione sociale italiana CGM e di Welfare Italia. Tra gli ultimi scritti: “Buono è Giusto” con M. Regosa, Luca Sossella Editore, 2015; “Con: dividere”, Luca Sossella Editore, 2018; “L’Italia di tutti” con A. Rapaccini, Edizioni Vita e Pensiero, 2019

 

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