
DROGHE. NON È EMERGENZA CRACK, È EMERGENZA RELAZIONI
Il crack è una sostanza sempre più consumata, per i bassi costi e la facilità di acquisto. Biagio Sciortino, presidente Intercear: «L’uso del crack esprime in maniera molto chiara la solitudine relazionale. È da qui che bisogna partire»
26 Gennaio 2026
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Secondo l’ultima Relazione annuale al Parlamento sulle tossicodipendenze di giugno 2025 il crack è sempre più diffuso. Tra l’utenza maschile dei Servizi per le Dipendenze – SerD, l’uso primario di cocaina/crack è stato rilevato nel 55% dei casi, mentre in quella femminile la percentuale scende al 39%. Nel 2024, per la prima volta, il numero di decessi direttamente attribuiti alla cocaina/crack (80 casi) è risultato equivalente a quello legato all’assunzione di eroina/oppiacei (81 casi). Dell’emergenza legata a questa sostanza abbiamo parlato con Biagio Sciortino, presidente del Coordinamento nazionale dei coordinamenti regionali che operano nei trattamenti delle dipendenze e consulente per il ministero della Salute.
Sciortino, il consumo di crack, sostanza ricavata tramite processi chimici dalla cocaina, è un’emergenza sottovalutata?
«L’emergenza crack non nasce adesso, c’è già da diversi anni, sul territorio nazionale ha avuto una capillarità velocissima, sia per il basso costo sia per la facilità di accesso. La diffusione di questa sostanza è diventata comune un po’ in tutte le regioni. D’altro canto l’uso della cocaina o dei suoi derivati non si è mai fermato, come quello dell’eroina, spesso dimenticata ma ancora oggi presente. L’ultima Conferenza nazionale sulle Dipendenze, che si è svolta il 7 e 8 novembre scorsi a Roma, ha evidenziato chiaramente qual è l’azione principale del governo: la prevenzione, il contrasto alla diffusione delle sostanze tra giovani e adolescenti. In realtà l’emergenza, di cui si parla molto poco, è quella delle dipendenze comportamentali, senza sostanze. Il crack è diventato un’emergenza perché ci sono le piazze di spaccio classiche e la sostanza arriva ovunque con grande facilità, non è più necessario andarlo a cercare chissà dove, ti raggiunge direttamente a casa. I prezzi sono bassissimi».
Che cosa denota il prezzo basso del crack?
«Che si deve contrastare una forma di dipendenza che è “malattia sociale”. Un ragazzo o un giovane uomo che fa uso di sostanze, nella nostra società di facile consumo, risponde all’esigenza di riempire un vuoto, un disagio. La sostanza lo riempie immediatamente, lo solleva dal tentativo di entrare in relazione con il proprio dolore. Potremmo mettere in discussione la famiglia, la società (che poi siamo noi). Occorre allora farci delle domande: cosa facciamo noi per cambiare e invertire il senso di responsabilità rispetto al malessere che esprimono sia gli adolescenti sia persone che hanno superato abbondantemente la fascia adolescenziale? Cosa possiamo fare, anche nel mondo del volontariato? Quale deve essere il sistema che crea una rete vera di solidarietà e di assistenza? È fondamentale partire da un punto: la vera terapia, cioè la relazione, diventa già una forma di contrasto terapeutico».
Quindi a mancare è la relazione.
«Sì, manca tra i ragazzi, tra noi e i nostri figli. Quando parlo di relazione parlo di dialogo vero. Quanto siamo disposti ad accettare che un figlio (o che un amico) esprima il proprio disagio, le proprie paure, i lati oscuri? Quanto è disponibile oggi l’uomo ad ascoltare l’altro, a mettere in gioco se stesso rispetto al mondo della solitudine, che ispira chiaramente l’uso del crack? Questa sostanza esprime in maniera molto chiara la solitudine relazionale, che ricorrere all’uso della sostanza, per i giovani, diventa una sostituzione, la creazione di un mondo altro. E oltre al crack, nel nord-est si stanno diffondendo le droghe dissociative».
Che cosa sono?
«Sono sostanze prodotte in laboratori solo all’apparenza legali nei Paesi dell’est Europa, come la Romania, che creano una “bolla” in cui ci si immerge per stare bene, annullando tutte le relazioni e vivendo in un mondo proprio. Sono sostanze che lentamente distruggono l’organismo, causando problemi dal punto di vista renale e circolatorio».
C’è stata anche un’emergenza Fentanyl. Nel 2024 il Dipartimento Politiche Antidroga preparò un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di Fentanyl e di altri oppioidi sintetici.
«Sì. Ed è stato un bene perché può succedere di avere un’emergenza Fentanyl. Finora non c’è stata una vera invasione nel nostro Paese, la situazione è stata gestibile. Il punto è andare oltre le emergenze: rincorrendo la sostanza di turno senza parlare del disagio dell’uomo ci porta a rincorrere l’emergenza. E lo facciamo da più di 30 anni. Oggi sarà il crack, domani un’altra cosa. Allora mi chiedo perché non intervenire sulla prevenzione, perché non lavorare di base, già nelle scuole inferiori, sul senso della relazione, della percezione del sé e dell’altro, del confronto con il diverso, che molto spesso diventa limitante? Dobbiamo lavorare tutti, in modo sinergico sfruttando l’ultima Conferenza nazionale sulle Dipendenze, che è stata strategica perché ha fissato dei punti, mettendo insieme il pubblico e il privato accreditato (che preferisco chiamare “Terzo settore accreditato”), che diventa un settore strutturale e strutturato del sistema».
Ma perché il crack è un’emergenza sociale?
«Perché ha trasformato molti quartieri di molte città d’Italia, dal nord al sud, in posti off limits per tutti, dove si va perché si sa di trovare la sostanza e si può fare quello che si vuole. Il problema principale delle dipendenze rimane l’alcool: non possiamo sottovalutare una sostanza legale dal punto di vista dello Stato e considerare il resto solo un malessere. La famiglia ha un ruolo importante, nel nucleo familiare comincia a nascere l’anello debole, la persona che soffre di più, che potrà esprimere un sintomo: un ragazzo o una ragazza che vive male il disagio che si insinua nella propria famiglia. Con una ricerca coordinata dall’Intercear abbiamo voluto analizzare, nelle diverse regioni italiane, i passaggi dall’età pre a quella adolescenziale e poi a quella adulta. Nelle famiglie in cui ci sono stati problemi di dipendenza da alcol o comportamentali, come l’utilizzo dei porno o la dipendenza dai cellulari (che isolano dalla realtà relazionale in cui si vive), si sono prodotte con più facilità, nel tempo, altre ricadute di sofferenza relazionale che possono portare anche a una futura ripercussione dello sviluppo dell’adolescente. Dovremmo intervenire localizzando e focalizzando bene i nostri interventi a livello preventivo».
Rispetto all’emergenza crack, come si potrebbe intervenire?
«Abbiamo da fare moltissimo lavoro in strada. C’è bisogno di creare operatori che stanno su strada, sono necessari centri di riduzione del danno e di riduzione del rischio, ad esempio il camper che si muove per la città. Bisogna fare quello che negli anni ’90 fu fatto per il contrasto, per esempio, alla diffusione dell’Hiv. Strategici e fondamentali sono i servizi di bassa soglia o, meglio, i servizi periferici, che inizino a lavorare dalla strada per le persone che già sono in questo sistema di solitudini relazionali, di sofferenza. C’è chi dice: “Sono dei giovani sbandati, lo fanno per divertirsi”. Non c’è divertimento, ma solo sofferenza palese di giovani e adulti che esprimono così il loro malessere e il loro disagio. Dobbiamo intervenire precocemente, anticipare il disagio lavorando sulla prevenzione. Ma dobbiamo lavorare anche sull’oggi e su quello che succede nelle periferie o sulla strada. Questo è il mio concetto di “catena terapica”, utilizzando il sistema pubblico e il privato accreditato con enti formati. Diventa strategico mettere assieme chi si occupa di questo lavoro in questa “catena terapica” che coinvolge il mondo del volontariato, la formazione, la prevenzione. Se pensiamo poi alle doppie diagnosi, in cui l’uso delle sostanze accompagna una sofferenza psichiatrica, i numeri stanno aumentando notevolmente. E il rapporto tra sostanze e carcere è diventato enorme. Il lavoro da fare è tantissimo. Abbiamo, però, un punto di partenza: stringerci attorno ad un sistema che diventa unico e lavorare sulla famiglia, la formazione, la prevenzione. E la scuola ha un ruolo fondamentale».
I dati sono sottostimati?
«Secondo me sì. I dati hanno una valenza, ma non sempre rispecchiano profondamente un fenomeno. Sono la punta di un iceberg, c’è un sommerso di persone che non hanno mai avuto accesso a un servizio. Il fatto grave è che spesso la presa in carico totale avviene dopo 8-9 anni dall’inizio della dipendenza. E oggi con sostanze come il crack dopo 6-7 anni si hanno già grossi danni. È necessario che tutta la filiera dei servizi che fanno rete, dal pubblico agli enti accreditati, lavorino sulla flessibilità del servizio: è questa la scommessa del futuro. Oggi si lavora sulla ricaduta, che non è un fallimento della persona, fa parte di un progetto terapeutico. Se una persona ricade non può, oltre ad avere il problema di aver ricominciato, sentirsi addosso il fallimento».







