DUE STORIE DAL GENOCIDIO IN RUANDA. PER IMPARARE DAGLI ERRORI

La testimonianza di una sopravvissuta e il suo monito: serve educazione e cultura per vincere le ideologie che ci impongono il male

di Armella Muhimpundu

Si conclude oggi la settimana di commemorazione del genocidio in Ruanda, avvenuto 22 anni fa. Durante l’evento organizzato a Milano, il 9 aprile scorso, da Ibuka Italia. Ha partecipato anche Armella Muhimpundu, giovane ruandese che studia a Roma. Ecco la sua testimonianza.

Il tema della commemorazione del genocidio in Ruanda quest’anno era: “Ricordiamo le vittime del genocidio, lottando contro l’ideologia del genocidio”. Pensandoci, mi sono chiesta in cosa consiste esattamente questa lotta.
Come è stato detto anche prima, l’ideologia del genocidio è stata introdotta in Ruanda dai colonizzatori. Introducendo le etnie di appartenenza sulle carte d’identità, hanno trasformato un’identità immaginaria in un punto di riferimento per dividere i ruandesi. Questa divisione fu portata avanti dalla prima repubblica e dalla seconda repubblica, ciò che ci ha portato al Genocidio.
Questo mi ha fatto ripensare ad alcuni dei miei amici, due in particolare. Un ragazzo e una ragazza.

Il padre di Yves

Il ragazzo, Yves, era un bravo studente, molto coraggioso, viveva insieme a sua madre e ai suoi due fratelli, in una piccola casetta. Si vedeva che avevano difficoltà. Non avendo mai visto suo padre, non mi era venuto in mente di chiedere la sua storia. Tutti noi, per una ragione o per un’altra, eravamo orfani.
genocidio in ruandaDurante le vacanze eravamo inseparabili. Mi piaceva molto stare con lui, sembrava più maturo di noi altri. Mi rendevo conto che alla zia non piaceva vedermi con lui, ma, per la zia, qualsiasi ragazzo era un pericolo ambulante.
Dopo un certo periodo, la zia mi prese da parte e mi chiese qual era la mia relazione con Yves. Io replicai che era un mio amico. Lei, molto seria, mi disse di stare attenta alle persone con cui faccio amicizia, aggiungendo che suo padre stava in prigione per aver ucciso gente durante il genocidio. Da brava ragazza che sono, feci finta di ascoltare e poi ripresi la mia vita normale senza dire niente a Yves della scoperta su suo padre.

I fantasmi di Leoncie

Un altro episodio fu in collegio. Era maggio, durante il giorno della memoria in onore delle persone scomparse che, al momento del genocidio, si trovavano dentro il nostro collegio.  Quella notte ci fu una crisi generale, tante ragazze persero il controllo, quello che era iniziato come un pianto di tristezza divenne un delirio enorme. Era tardi, non erano stati previsti dei mezzi di soccorso, come negli eventi grandi, quindi si decise di improvvisare.
genocidio in RuandaChi si sentiva forte andava a calmare la sua compagna di classe che correva dappertutto, rivivendo gli orribili momenti del genocidio. La mia amica Leoncie, vicina di casa e compagna di ballo, anche lei stava male, piangeva nascondendosi sotto un tavolo e continuando a gridare e a supplicare. Due delle mie compagne di classe andarono a prenderla per portarla all’infermeria, ma a metà strada si resero conto di cosa stava  dicendo nel suo delirio. Supplicava suo padre di non uccidere una ragazzina che chiamava Bwiza. Anche in questo caso, non avendo mai visto suo padre, non avevo mai chiesto. Le due ragazze reagirono lasciandola  lì subito, la loro pietà era svanita davanti alla causa del dolore della piccola Leoncie.

IL genocidio in Ruanda, una questione ideologica

Il punto del mio racconto è esprimere la confusione che sta in quello che noi ruandesi proclamiamo fuori in pubblico e quello che sentiamo veramente, cioè quello che insegniamo ai nostri bambini, ai nostri fratelli, e a tutti quelli che imparano da noi.
La mia visione è quella di una ragazza sopravvissuta. Ho vissuto e imparato dagli errori della mia famiglia, del mio circolo di conoscenze. Ma la verità è che purtroppo errori simili sono ancora dentro molti di noi ruandesi.
Ritorno alla questione dell’ideologia, che si manifesta come un sistema d’idee che tentano di spiegare la realtà senza riuscirci, prestando solo servizio a un gruppo in particolare. È evidente che, parlando della lotta contro l’ideologia del genocidio, dobbiamo partire da noi stessi, da quello che possiamo controllare veramente, dai nostri rapporti con l’altro. Riconoscendo la sofferenza, il dolore causato dal genocidio, che si manifesta in un modo diverso per ognuno di noi, e che influenza le nostre azioni.

Genocidio in Ruanda
La commemorazione del genocidio in Ruanda

Quando i colonizzatori hanno diviso i ruandesi, le generazioni presenti in quel momento, non avevano le risorse necessarie per difendere i loro punti di vista.  Sicuramente sapevano e sentivano dentro di loro la cosa giusta, ma l’uomo bianco aveva mezzi più convincenti.
Quando, in quest’anno 2016, parliamo di differenze basate sulle etnie, rifiutiamo l’altro perché viene da una famiglia tutsi o hutu, anche se non lo diciamo in pubblico, per non essere accusati d’INGENGABITEKEREZO, stiamo lo stesso perdendo. E questa volta il nostro punto debole è la nostra sofferenza, perché preferiamo rimanere arrabbiati per la storia, per la nostra delusione e rifiutiamo di vedere certe idee, convinzioni, per quello che sono veramente: idee che sono state create per provare a spiegare la realtà senza riuscirci, prestando solo servizio a chi le ha diffuse.
Rendiamoci conto dell’opportunità che abbiamo, è il momento di essere coraggiosi, di riconoscere che soffriamo ma che il nostro potere da gente educata, sia dalla nostra esperienza di vita che dai libri, è più grande. Abbiamo il compito di aiutare chi non ha avuto le nostre stesse opportunità, continuando a seguire e subire le idee dell’ultimo arrivato.
Sopravvivere ci ha reso responsabile in un certo senso. E solo usando le nostre risorse al massimo per informare e formare il nostro Ruanda, riusciremo a lottare veramente contro l’ideologia del genocidio.
 

DUE STORIE DAL GENOCIDIO IN RUANDA. PER IMPARARE DAGLI ERRORI

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