POCHI FIGLI, NIENTE LAVORO. LA FATICA DELLE DONNE IN ITALIA

Nel suo rapporto, Save the Children le chiama "le equilibriste": sono le donne con (pochi) figli, in difficoltà in casa e fuori.

di Maria Enrica Braga

Il Rapporto Mamme 2017, curato da Save the Children, sulla condizione della maternità in Italia ha un titolo emblematico:  “Le equilibriste. La maternità tra ostacoli e visioni del futuro”.

È molto bello il significato della parola equilibrista [der. di equilibrio]: «Chi è abile nel far giochi d’equilibrio, acrobata: in funzione appositiva: persona scaltra, che sa destreggiarsi abilmente e anche, talora, spregiudicatamente nelle contingenze della vita o in particolari circostanze e situazioni». Il significato semantico di “equilibriste”, infatti, descrive molto bene la continua tensione e la difficoltà del camminare sospesi e in equilibrio precario e con la continua sensazione di cadere, ma tendendo sempre all’arrivo, quindi ad una meta ambiziosa proiettata in avanti. Questa è infatti la condizione costante di chi vive la maternità in Italia.

I dati della maternità in Italia

Il rapporto descrive chiaramente come oggi le donne italiane diventano madri in un quadro sociale, economico e demografico molto difficile, dovuto sicuramente all’effetto della  crisi economica, ma anche e soprattutto dal progressivo invecchiamento della popolazione, che ha una ricaduta molto forte sul carico di lavoro di cura delle donne.

maternità in Italia
I figli in Italia (Rapporto “Le equilibriste”, Save The Children 2017)

Le figure di caregiver femminili in Italia sono prevalentemente figlie, nipoti o componenti femminili del nucleo. I dati sul carico di lavoro intergenerazionale per le donne prevedono un progressivo aumento da 63 anziani over 80 anni ogni 100 donne in età tra 50-64 a 89 anziani ogni 100 donne nel 2036. Il dato è allarmante.

Le donne italiane quindi diventano mamme ad un’età sempre più matura, intorno ai 32 anni di media, e con all’incirca 1,35 figli a testa. Il tasso di occupazione di madri con figli minori è del 57,9%.  La difficoltà più grossa che le donne italiane incontrano dopo aver messo al mondo un figlio è dal punto di vista professionale e lavorativo. Nella classifica europea dei tassi di occupazione femminile  delle donne tra 25-49 anni, l’Italia si colloca al 27° posto su 28 Paesi. In presenza di uno o più figli si passa alla 28° posizione.

Le difficoltà con il lavoro

Un dato significativo della condizione delle donne italiane ed il lavoro nel mondo è dato dal Global Gender Gap Report, a cura del World Economic Forum, che vede l’ Italia al 50° posto su 144 Paesi, in netto peggioramento rispetto al 2015, quando era al 41°.

Il problema è che sono calate le opportunità per donne all’interno del mercato del lavoro. Ma uno dei fattori che influenza questa condizione è il forte peso della gestione della cura familiare, che ne condiziona lo sviluppo delle potenzialità occupazionali e di crescita professionale, sia in termini di quantità che in termini di qualità del lavoro.

Questa condizione è data dalla mancanza quasi totale di servizi pubblici, ma anche privati,  e dalle sempre maggiori difficoltà nella gestione dei tempi di conciliazione famiglia/lavoro. È quindi importante sottolineare, quanto nel nostro Paese il lavoro delle donne abbia una duplice faccia, quella professionale retribuita, in grossa difficoltà, e quella totalmente gratuita di gestione e cura familiare.

In più, a livello professionale, le donne vivono una duplice discriminazione: quella così detta verticale – cioè collegata alla difficoltà di ricoprire ruoli dirigenziali e professionalmente rilevanti, rispetto agli uomini – e quella di tipo orizzontale, collegata alla scelte dei percorsi di istruzione, che vedono ancora oggi le donne maggiormente indirizzate  verso studi umanistici e sociali, non sempre dettati da predisposizioni personali, ma spesso indotti da una minore autostima  e auto-percezione delle proprie competenze.

Conciliare lavoro e familia

Dati abbastanza sconfortanti rispetto alla media europea, infatti ciò che emerge chiaramente da questo lavoro è il fatto che in altri Paesi  la migliore condizione per le donne e le mamme, non dipenda tanto da economie in crescita e sviluppo, quanto da interventi apportati  negli anni sulle politiche di welfare. Riforme strutturali nelle politiche sociali rivolte alla maternità ed alla famiglia hanno senso solo con un reale investimento proattivo  sull’empowerment femminile, visto come risorsa economica e sociale. Infatti  è stato dimostrato come il benessere psico-sociale dei bambini sia direttamente collegato a quello delle loro madri, da quanto riescono a soddisfare a pieno la loro dimensione personale, sociale e professionale.

maternità in Italia
La suddivisione dei compiti in famiglia (Rapporto Save The Children 2017)

Invece ancora oggi in Italia essere madri diventa una questione prevalentemente familista e privata, nel senso che la responsabilità della cura dei figli ricade quasi totalmente sulle spalle delle mamme, poi dei padri e nella migliore delle ipotesi sulla rete parentale della coppia di genitori. Tutto ciò è collegato ad una vecchia visione culturale, che vede i figli come di “ proprietà esclusiva” delle madri, in un modello ormai anacronistico, con ciò che invece sta succedendo nel resto del mondo e nelle nostre economie moderne, dove è necessario un doppio reddito per garantire sostenibilità economica alla famiglie. Quindi la presenza sempre più richiesta e necessaria delle donne nel mondo del lavoro, diventa molto difficile se non è sostenuta da un’adeguata strategia  di sostegno integrato da parte dello Stato, del Terzo Settore, delle aziende e dalla collettività tutta. Per questo motivo il rapporto Save the Children evidenzia con dati reali la necessità di un ripensamento totale del nostro modello di welfare, con sostanziali cambiamenti strutturali nei servizi e vere opportunità di conciliazione tra vita familiare e lavoro.

Esaminando la situazione relativa alla legge sulla maternità in Italia ed i servizi correlati per bimbi da 0 a 3 anni, emerge chiaramente un grosso gap di connessione tra i diritti delle mamme a non essere penalizzate nel mercato del lavoro ed i servizi disponibili ed offerti per la cura dei figli. Il National Work Life Balance Index ( Indice nazionale equilibrio vita lavoro), utilizzando 5 indicatori ( tempo/orario, lavoro, famiglia, salute e politiche) ha stilato una classifica sulla possibilità di conciliare vita lavorativa e professionale nei diversi Paesi europei in base alle diverse politiche sociali. L’Italia si posiziona al 17° posto su 26 Paesi analizzati.

Gli interventi sulle politiche di welfare, che in altri Paesi europei promuovono la fecondità e la natalità e non penalizzano l’aspetto professionale delle donne, sono il risultato di un complesso mix di fattori culturali, economici e sociali.  Dovrebbe essere ripensata la conciliazione vita familiare e lavoro, in termini di ore e e flessibilità di congedi parentali, bisognerebbe prevedere diverse forme di part-time e smart working con telelavoro o co-working. Inoltre per le donne che vogliono riprendere il lavoro ed in orario completo, dovrebbero essere messi a disposizione maggiori servizi pubblici o privati convenzionati per l’infanzia.

Ripensare i servizi

In Italia negli ultimi anni sono state intraprese iniziative per favorire la fecondità, in forma di bonus economici e per i servizi, come il bonus baby sitter, al quale però si ha accesso, se si rinuncia ai congedi parentali.

Maternità in Italia
La copertina del rapporto “Le Equilibriste”

Questi incentivi una tantum però hanno uno sguardo molto corto ed un impatto molto limitato rispetto hai bisogni reali delle famiglie e le mancanze dei servizi.

Infatti spesso il problema non ha una dimensione puramente economica: anche una donne con una posizione lavorativa e professionale alta incontrano difficoltà nella gestione pratica di conciliazione vita lavoro. C’è bisogno di ripensare nuovi servizi a vocazione collettiva, piuttosto che interventi spot sull’emergenza. Nella fascia 0-3 anni in italia la distribuzione dei servizi è gestita dal pubblico solo al 50.6% e la percentuale di utenza che ne usufruisce è intorno al 13%.

In sintesi, secondo i dati raccolti ed esaminati da Save the Children, bisognerebbe prevedere un intervento sostanziale su diversi piani:

  • Sostenere l’empowerment femminile, rafforzando percorsi di studio e professionali.
  • Cambiare la visione sociale del ruolo materno, che non deve essere ostacolo al mondo del lavoro per le donne.
  • Favorire l’occupazione femminile e delle madri, tutelandole nella discriminazione e disparità salariale e favorendo i tempi di conciliazione vita lavoro.
  • Incentivare il ruolo degli uomini nel lavoro di cura familiare.
  • Investire sul welfare, rafforzando i servizi per l’infanzia e la conciliazione.

È chiaro quindi quanta strada ancora bisogna percorrere sia dal punto di vista culturale che da quello legislativo, per un reale salto qualitativo rispetto a questo tema – la maternità in Italia – diventato ormai emergenziale. Mi piace molto citare un passaggio chiave di questo lavoro condotto da Save the Children che dice: «Un paese che penalizza la presenza lavorativa di donne, giovani e stranieri, rinuncia alle forze sociali più dinamiche e predisposte al cambiamento». Riassume in modo molto chiaro ed incisivo la situazione attuale.

POCHI FIGLI, NIENTE LAVORO. LA FATICA DELLE DONNE IN ITALIA

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