MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI, ACTIONAID: IN ITALIA I NUMERI CHIEDONO MONITORAGGIO E TRASPARENZA

Più di 88mila donne e ragazze sopra i 15 anni nel nostro Paese hanno già subito una mutilazione genitale femminile, e circa 16mila bambine sotto i 15 anni sono potenzialmente a rischio. ActionAid lancia un appello: stanziati milioni di euro ma non c’è nessun monitoraggio. E la mancanza di trasparenza mette a rischio la tutela di donne e bambine

di Maurizio Ermisino

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Ci sembra una cosa lontanissima da noi. Qualcosa che riguarda altri tempi e altri luoghi, che non appartiene alla nostra cultura e non riusciamo nemmeno a concepire. Qualcosa di cui si sa e si parla pochissimo. E invece le mutilazioni genitali femminili avvengono anche in Italia, con numeri impressionanti. Secondo le stime dell’Università di Milano Bicocca, al 1° gennaio 2023 circa 88.500 donne e ragazze sopra i 15 anni che vivono nel nostro Paese hanno già subito una mutilazione genitale femminile, prevalentemente all’interno di comunità provenienti da Paesi in cui la pratica è storicamente diffusa. A queste si aggiungono circa 16mila bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio, 9mila delle quali nate in Italia. A vent’anni dall’approvazione della legge 7/2006 contro le mutilazioni genitali femminili, l’attuazione della norma resta opaca e frammentata. È quanto emerge dall’analisi realizzata da ActionAid sull’operato delle amministrazioni competenti. In occasione del 6 febbraio, Giornata nazionale contro le mutilazioni genitali femminili, ActionAid lancia un appello: per la questione sono stati stanziati milioni di euro ma non c’è nessun monitoraggio. E la mancanza di trasparenza mette a rischio la tutela di donne e bambine.

Mutilazioni genitali femminili: un fenomeno complesso

Ma di cosa parliamo quando parliamo di mutilazioni genitali femminili? «È una forma di violenza di genere e una forma di violazione dei diritti umani» ci spiega Isabella Orfano, esperta di diritti delle donne di ActionAid. «Ci sono varie tipologie di mutilazioni genitali femminili, così come identificate dall’OMS, dalla più alla meno invasiva. In tutti i casi violano il corpo di una bambina, di una ragazza o di una donna». «I motivi per cui avviene sono tanti» continua. «È una pratica molto complessa sia dal punto di vista della sua nascita – si va molto indietro nel tempo – sia per i motivi per cui continua ad essere perpetrata. È il risultato di un complesso intreccio di genere, di fattori sociali, di condizioni socio-economiche. In alcune realtà è vista come una vera e propria tradizione che è necessario portare avanti, pena l’esclusione dalla comunità, in altre come strumento per preservare la verginità della ragazza. In altre ancora si pensa che sia per motivi di igiene o di prevenzione delle malattie, oppure che sia un rito di passaggio. In realtà c’è una vera grande motivazione: è il controllo del corpo e della sessualità, e quindi del ruolo che le future donne avranno nella società patriarcale».

Quei fondi assegnati e non spesi

Le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili sono gravi e durature sulla salute fisica e mentale, con complicanze immediate e a lungo termine, tra cui problemi ginecologici, ostetrici, sessuali e psicologici, oltre a un aumento dei rischi durante la gravidanza e il parto. «Questo tipo di pratica ha un’influenza sul futuro di ragazze e bambine» spiega Isabella Orfano. «Magari ha conseguenze fisiche che non permettono di andare a scuola, di fare alcuni tipi di lavoro, di avere figli. Soprattutto per le bambine può portare difficoltà ad avere una vita regolare». Al Dipartimento per le Pari Opportunità sono stati assegnati, tra il 2011 e il 2025, 14,6 milioni di euro, di cui oltre 9,1 milioni non risultano utilizzati. Il Ministero della Salute tra il 2005 e il 2025 ha trasferito alle Regioni oltre 18,3 milioni di euro per attività di prevenzione, formazione e assistenza. A fronte di questi stanziamenti, sottolinea ActionAid, mancano dati completi su interventi realizzati, risultati raggiunti e territori coinvolti, rendendo impossibile una valutazione trasparente dell’efficacia delle politiche adottate. Questa carenza emerge in modo evidente anche nel funzionamento del numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558), attivo dal 2009 e gestito dal Ministero dell’Interno. In sedici anni, secondo l’analisi di ActionAid, ha registrato 228 telefonate, senza alcuna chiamata nel triennio 2017–2019, e solo 9 segnalazioni riconducibili a casi di mutilazioni genitali femminili a fronte di quasi 5 milioni di euro allocati tra il 2009 e il 2025 per il suo funzionamento – di cui oltre 3,6 milioni non risultano spesi – e senza che ci siano informazioni disponibili sugli esiti delle segnalazioni o sui percorsi di protezione attivati. Alla luce di questi dati, l’integrazione dell’800.300558 nel 1522 appare una scelta di maggiore efficacia e coerenza con il sistema nazionale antiviolenza.

Il 1522, il numero nazionale antiviolenza

C’è una legge, la 7/2006, contro le mutilazioni genitali femminili che «esiste da vent’anni» spiega Isabella Orfano. «Il problema è l’applicazione. I fondi sono stabiliti nella legge di bilancio, che prevede lo stanziamento di risorse ogni anno. Abbiamo fatto ricorso all’accesso civico generalizzato per chiedere la restituzione dei dati a tutti i ministeri citati nella legge: alcuni hanno risposto in maniera più articolata, altri meno. Quello che impressiona è il dato del Ministero dell’Interno: il numero di chiamate al numero verde per le mutilazioni genitali femminili è esiguo rispetto ai fondi, molti dei quali non vengono spesi e che potrebbero essere invece usati per il 1522, il numero nazionale antiviolenza. Dal numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558) non c’è un collegamento con un sistema di assistenza e supporto, il 1522 invece è un sistema h24, 7 giorni su 7, tutto l’anno, in più lingue».

La prevenzione: lavorare con le comunità

E poi c’è il discorso culturale e di prevenzione.  «Al di là della denuncia, una scelta che viene maturata con un percorso, lavoriamo da anni con le comunità», ci spiega l’esperta di ActionAid, «con un community leader, uomini o donne che interagiscono con la comunità per parlare di questo tipo di tematiche e prevenire questa pratica lesiva. Lo fanno in tanti modi: incontrando le nuove generazioni, le donne migranti, i leader religiosi maschi. Parlare agli uomini è importante: sono punti di riferimento: averli dalla parte delle donne è fondamentale».

La violenza venga trattata in tutte le sue espressioni

Serve un cambio di passo insiste ActionAid per colmare il divario tra norma e pratica e garantire la tutela effettiva delle donne e delle bambine a rischio o portatrici di mutilazione genitale femminile. È necessario ristabilire obblighi chiari di trasparenza e rendicontazione pubblica sull’attuazione della legge 7/2006 e sull’utilizzo dei fondi stanziati. «Credo che le istituzioni abbiano un ruolo molto importante nel prevenire la violenza» spiega Isabella Orfano. «La mancata implementazione di questa legge è una responsabilità che bisogna chiedere alle istituzioni. Devono metterla in pratica, ma anche far sì che le mutilazioni genitali femminili entrino nel sistema antiviolenza. Dobbiamo andare oltre il 6 febbraio. Bisogna fare in modo che la violenza venga trattata in tutte le sue espressioni. Compresa questa».

In copertina Riham, community trainer per ActionAid. Foto di Roberta Gianfrancesco

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