NO KINGS: «DOVREMO ESSERE MAREA E NON STAGNO»

Il 27 e 28 marzo No Kings Italia scenderà in piazza a Roma, «per fermare i re e le loro guerre e per rispondere alle politiche globali». Borlizzi, No Kings Italia: «Avremo con noi centinaia di associazioni, realtà sociali, movimenti ambientalisti e studenteschi. Le comunità si stanno organizzando per essere degli anticorpi democratici»

di Giorgio Marota

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Guerre, controllo, potere, confini, accentramento delle ricchezze, riduzione della partecipazione. È così che va il mondo, direbbe qualcuno. Ma in questa società che continua a rimettere in discussione i confini dell’etica e della morale, investendo in armi dove c’è carenza di welfare, sanità, ecologia, lavoro e diritti, c’è chi inquadra il “board of peace” di Trump per la Palestina, gli interventi dell’Ice nelle città americane, la decisione europea di aumentare le spese militari, i dl sicurezza italiani, la riforma della giustizia voluta sempre dal governo Meloni, la decisione della Germania e della Croazia di reintrodurre la leva obbligatoria e tante altre iniziative sovraniste sotto un’unica lente: quella di una tendenza, sempre più diffusa, alle derive autoritarie. Sulla base di queste premesse, il 27 e 28 marzo “No Kings Italia” scenderà in piazza a Roma, «per fermare i re e le loro guerre e per rispondere alle politiche globali». Il movimento, ispirato dall’ondata di proteste statunitensi, sarà sostenuto da oltre 700 sigle tra associazioni, reti e organizzazioni sindacali.

No Kings: da Minneapolis a Londra, fino a Roma, con Stoccolma e Atene prossime a unirsi

«Sarà una manifestazione oceanica, ma dovremo essere marea e non stagno», l’intenzione comunicata dagli organizzatori nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta a Palazzo Valentini, durante la quale sono state illustrate motivazioni, progetti e attività legate alla manifestazione. Da Minneapolis a Londra, fino a Roma, con Stoccolma e Atene prossime a unirsi: gli attivisti sono accomunati dagli stessi valori, ma anche dalle medesime preoccupazioni per il futuro. Perché tutto il mondo è paese quando si tratta di fare i conti con le logiche del potere. Le basi dell’adesione italiana sono state poste a Bologna lo scorso 24 e 25 gennaio, quando oltre alla redazione di un documento programmatico (“Una nuova alleanza ribelle contro i re del mondo, dai padroni dell’AI, ai signori degli Stati-nazione. La pace che promettono è solo dominio: ogni accordo smantella autonomia, diritti, resistenze. Il loro regime è la guerra permanente”) è stata anche tracciata la rotta delle iniziative. Gli attivisti hanno scelto come logo un indice e un medio che si sollevano per formare la “V” di vittoria, diventando però anche delle forbici per tagliare un K di cuori.

Nicotra, Rete Pace e Disarmo: «Il board of peace è un chiodo sulla bara del diritto internazionale»

La carta come simbolo di un gioco pericoloso, dopotutto, sembra una metafora piuttosto efficace: è proprio a certi tavoli, dove i potenti mescolano i mazzi, si spartiscono le terre e sempre più spesso bluffano non curandosi degli ultimi, che si decide ormai il destino del pianeta. «Come avverrà in questo fantomatico board of peace, un chiodo sulla bara del diritto internazionale» secondo Alfio Nicotra della Rete Pace e Disarmo. Mentre l’Europa investe in spese militari e i potenti parlano di ricostruzione, programmando grattacieli dove le loro munizioni hanno generato disperazione, le persone continuano a morire. «In Sudan ci sono 13 milioni di sfollati da un genocidio dimenticato e le armi che vendiamo agli Emirati Arabi inaspriscono quel conflitto», ha aggiunto Nicontra.

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Noury, Amnesty International Italia: «Popolazione palestinese sottoposta a un genocidio nutrito e armato dal nord del mondo»

Riccardo Noury di Amnesty, nel suo intervento, ha ricordato come sia stata ormai «superata persino l’epoca dei doppi standard, quella in cui ci si occupava di pezzi di umanità a convenienza. Oggi una popolazione come quella palestinese è sottoposta a un genocidio nutrito e armato dal nord del mondo». La protesta si terrà pochi giorni dopo il referendum sulla giustizia che sta già spaccando l’opinione pubblica italiana. Non un dettaglio trascurabile, al punto che questa manifestazione potrebbe – soprattutto in caso di vittoria dei no – trasformarsi in una vera e propria adunata d’opposizione, nata stavolta non dalla volontà dei dirigenti dei partiti ma da un movimento costruito dal basso. «Diversi artisti aderiranno», ha promesso Luca Blasi, operatore umanitario, attivista, assessore alla Cultura del III Municipio di Roma Capitale. I loro nomi sono ancora top secret, ma sulla scia di quanto avvenuto negli Stati Uniti e in Inghilterra con Bruce Springsteen, Tom Morello, Billy Bragg, Brian Eno, Paul Weller e Bud Bunny, anche da noi in tanti cominciano a schierarsi. «Il 27 a Testaccio ci sarà un concerto, si chiamerà Together», l’annuncio. Il giorno successivo i manifestanti provenienti da tutta Italia sfileranno per le vie del centro. «Avremo con noi centinaia di associazioni, realtà sociali, movimenti ambientalisti e studenteschi. Le comunità si stanno organizzando per essere degli anticorpi democratici», ha detto Federica Borlizzi di No Kings Italia. «Per anni abbiamo paventato il rischio di una deriva autoritaria in Europa e nel mondo, e ora si sta concretizzando. I decreti sicurezza, limitando le proteste pacifiche, non sono forse un attacco allo stato di diritto? Nel frattempo, l’erosione dei diritti civili si associa a quella dei diritti sociali».

Delia, Global Sumud Flotilla: «Le nostre lotte sono interconnesse. A Gaza non c’è nessun cessate il fuoco. Tra la fine di marzo e l’inizio di aprile la Flottilla partirà di nuovo»

Come hanno testimoniato Rachele Fiore e Davide Dioguardi, anche le reti delle città di Milano e Napoli aderiranno all’appello. «Per il governo è sempre un problema di ordine pubblico. Parlano del modello Caivano, qualcosa che spazza via tutto, inclusi i centri sociali, gli spazi occupati e quei movimenti che promuovono inclusione e umanità», il pensiero di Dioguardi. Anche la Global Sumud Flotilla sarà in piazza. «Le nostre lotte sono interconnesse», secondo Maria Elena Delia, la referente italiana del progetto umanitario. «In questo contesto globale sovranista è bene ricordare che a Gaza non c’è nessun cessate il fuoco, non c’è nessuna tregua», la sua denuncia. «Siccome essere attivisti significa agire, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile la Flotilla partirà di nuovo con più barche, più persone e più aiuti umanitari. Ci dicono che i valichi sono aperti? Che la guerra è finita e non c’è più nessun blocco navale? Allora andiamo e vediamo coi nostri occhi se è così, se i nostri medici potranno davvero andare ad assistere malati e feriti negli ospedali».

 

NO KINGS: «DOVREMO ESSERE MAREA E NON STAGNO»

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