QUANTE NOTIZIE CI ARRIVANO DAL SUD DEL MONDO?

I nostri telegiornali penalizano le notizie dagli esteri e in particolare trascurano il Sud del Mondo. Così non conosciamo le periferie del mondo

di Maurizio Ermisino

Quante notizie ci arrivano oggi dal mondo? Nel 2018, nei telegiornali, una notizia su cinque parlava di esteri. Nel 2018 il 51% delle notizie dagli esteri ha riguardato l’Europa e il 20% il Nord America: questo vuol dire che il 71% è dedicato al mondo occidentale. Il 12% delle notizie sono dedicate all’Asia e il 7% al Medio Oriente. All’Africa resta un 5% delle notizie, e al Centro e Sud America un altro 5%. Ma le emergenze umanitarie e sanitarie non fanno parte del contenitore fatto di politica, cronaca, immigrazione e terrorismo.  Solo l’1% delle notizie di esteri parla di questo.

Ce lo racconta il secondo rapporto Illuminare le periferie”, ideato e voluto dalla Ong COSPE Onlus, dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e da Usigrai e realizzato dall’Osservatorio di Pavia (con il patrocinio dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo), che è stato presentato al seminario di Redattore Sociale “Guerra e pace” a Capodarco di Fermo. È un importante contributo di riflessione al mondo del giornalismo italiano. Sono state prese in esame le edizioni dei telegiornali nazionali in prime time (Rai, Mediaset e La7), perché ancora oggi l’importanza della televisione è fondamentale.

 

PERCHÈ LA RICERCA. «Tutte le volte che chiamavo le redazioni per raccontare una notizia che accadeva in un paese lontano facevo fatica a contestualizzare il Paese e a spiegare cos’era successo», ci ha raccontato Anna Meli, direttrice programmi Italia e Europa e Comunicazione di COSPE Onlus. «Mi sono confrontata con alcuni amici e mi sono chiesta: perché faccio così fatica a trovare spazio sui media? Mi sono detta: proviamo allora a capire quanto il nostro Paese guarda gli esteri e quante sono le notizie che arrivano dal mondo».

La ricerca dell’Osservatorio di Pavia ci illustra finalmente quanto le notizie dagli esteri sono presenti nei telegiornali di prime time. Ci sono stati dei picchi nel 2016 e nel 2017, quando la visibilità degli esteri nei tg è stata del 25,8% e del 23,7%: erano gli anni degli attentati terroristici in Francia e in altri paesi europei, che hanno fatto salire la percentuale delle notizie dagli esteri. Che è di nuovo calata nel 2018 (19,6%) per risalire in questo anno grazie a due importanti casi di cronaca, come l’incidente aereo in Etiopia e un caso di connazionali rapiti; in alcuni casi l’attenzione ha riguardato la visita del premier Conte in Ciad e Niger.

 

notizie dagli esteri
Quante sono le notizie dagli esteri nei principali Tg italiani di prima serata (fonte: “Illuminare le periferie” 2019

GLI INVISIBILI. Attenzione, però. Tra le notizie dagli esteri prevale comunque la trattazione politica, soprattutto degli stati dell’Europa e degli Stati Uniti (33%), la cronaca (29%) e le cosiddette “soft news” (17%), come quelle sui vari royal baby in arrivo dal Regno Unito (sommate occupano l’80% dell’agenda degli esteri). Si parla di immigrazione, con un 10% delle notizie. Ma le zone legate a questi temi vengono toccate poco dalle notizie «Nonostante il numero delle notizie, in realtà si parla molto di Libia, ma relativamente poco di quello che accade nel paese, e tanto di quello che accade nel tratto di mare tra la Libia e l’Italia» commenta Anna Meli. La percentuale dei cosiddetti invisibili è allora bassissima. «Le tematiche che riguardano le questioni umanitarie, la questione dei cambiamenti climatici e le persone che si muovono restano confinate sotto l’1%».

 

LA SELEZIONE DELLE NOTIZIE. Ma quali sono i criteri di selezione delle notizie da parte dei tiggì? Uno dei criteri è l’eccezionalità degli eventi, che coinvolgono le persone normali e la normalità degli eventi che coinvolgono le persone eccezionali, cioè i vip. Un altro è la prossimità: più il fatto è vicino più funziona, come abbiamo visto con il recente terremoto in Albania.  «Poi c’è ovviamente il discorso legato alla minaccia al Paese», riflette Anna Meli. «Quando c’è stato il dibattito sul terrorismo si è discusso su cosa succedeva nei Paesi legati ad esso, e si è parlato della questione siriana». Fa notizia, come sappiamo, anche il coinvolgimento degli occidentali in fatti accaduti in paesi lontani.  La presenza di testimoni è un altro fatto che incide su una notizia.

«Le recenti proteste del Sud America hanno acceso le luci su Paesi poco illuminati dalle notizie», commenta Anna Meli. «Ma ci sono paesi con meno di 10, o meno di 5 notizie in un anno, o addirittura dei paesi non pervenuti. La mia Ong, il COSPE, lavora in tre quarti dei paesi che stanno tra quelli con meno di 10 notizie, spesso tra quelli non pervenuti».

 

L’IMMIGRAZIONE E I PAESI D’ORIGINE. Ci sono poi delle anomalie. Nei telegiornali c’è un 10% di notizie che parlano di immigrazione. Ma non si parla mai dei Paesi di provenienza dei migranti: farlo potrebbe farci comprendere meglio le motivazioni che spingono tante persone a mettersi in viaggio. «Il Senegal non è nemmeno nominato nelle notizie; quest’anno ci sono state le elezioni, ma sono state poco coperte» fa notare Anna Meli. «Dal Gambia arrivano la grande maggioranza dei minori stranieri non accompagnati, ma di quel paese nessuno parla. Dal Bangladesh arrivano molte persone e c’è pochissima copertura da quello che sta succedendo là».

 

notizie dagli esteri
Di che cosa trattano le notizie dagli Esteri dei Tg (fonte: “Illuminare le periferie”)

LE VOCI DELLE PERIFERIE. Ma di cosa si parla, quando si parla di voci e temi delle periferie? Nel 2018 si è parlato di diritti, con 37 notizie in un anno, di crisi economica e povertà, con 17 servizi, di epidemie (6 notizie in un anno) e in pochissimi casi di cambiamenti climatici: solo 2 notizie in un anno. E chi ne parla, quando nei telegiornali ascoltiamo servizi su questi argomenti? Di solito sono le persone comuni (43,9%), ma anche le associazioni e le Ong (31,7%), o i testimonial (12,2%), e i medici (7,3%).

Le periferie del mondo si illuminano poco, anche se i dati ci dicono che accade qualcosa. Ma a volte i discorsi che arrivano fino a noi sono troppo semplificati. «Per quanto riguarda il Sud America, dove quest’anno sono esplose le proteste, in Ecuador Cile e Colombia, tutti hanno parlato delle motivazioni, come il rincaro del costo della benzina», spiega Anna Meli. «Per chi lavora in quei contesti quelle proteste non sono state una novità: nascono da una grande tensione sociale, dalle diseguaglianze e della distribuzione della ricchezza molto inique, nonostante la crescita di questi Paesi». «Si dovrebbero invece analizzare gli interessi economici che molte multinazionali hanno», continua. «C’è stata un’illuminazione in Amazzonia, in Brasile, in seguito a una serie di incendi. In Bolivia gli incendi hanno fatto la devastazione maggiore. Se ne parla poco, e non si parla delle cause con esattezza: non sono solo i fazenderos, ma anche la popolazione stessa, che è costretta a farlo perché ci sono dei meccanismi che premiano economicamente chi disbosca e crea terreni». In queste macrostorie ci sono poi tante di quelle microstorie che però i media faticano a far uscire. «La piccola produttrice di caffè che vuole preservare la sua produzione è una storia che faccio fatica a far uscire», spiega Anna Meli. «Una storia di questo tipo non viene mai raccontata».

Recentemente si è puntata l’attenzione del viaggio del Presidente del Consiglio Conte in Ghana. «È andato lì per inaugurare una scuola finanziata da una multinazionale, che a poca distanza ha fatto danni ambientali di grande portata», ragiona Anna Meli. «Un inviato va al seguito del premier dovrebbe raccontare anche l’altro lato di unPpaese; ma di solito è molto legato e non ha modo e tempo di andare fuori».

 

LA POVERTÀ: ESIBIZIONE EMOTIVA. L’Osservatorio di Pavia ha poi deciso di concentrarsi sulla povertà, e su come il tema viene analizzato nei telegiornali. Nell’ultimo anno si è parlato soprattutto di politiche di contrasto alla povertà – in tre parole: reddito di cittadinanza – o di storie legate alla povertà. «C’è una polarizzazione», analizza la responsabile comunicazione di COSPE. «Da un lato si parla di misure di contrasto alla povertà, dall’altro si mostrano delle storie, enfatizzando molto l’impatto emotivo: si raccontano le cadute in disgrazia, il risollevarsi. La stragrande maggioranza dei casi di questo tipo stanno nei tg Mediaset, che mettono in contrapposizione povertà diverse, mettono in scena guerre fra i poveri e guerre per le risorse. Non c’è il racconto, non c’è il contesto, danno il microfono al povero di turno, che ha perso la casa, e queste storie si concludono con il nulla, con la persona disperata che chiede aiuto: nessuna contestualizzazione. Questa esibizione emotiva è poco argomentata dal punto di vista di quella che è la povertà oggi». «I rapporti ci dicono che c’è una cronicità nel tempo, che ci sono 5 milioni di persone che vivono in povertà è che è diventato un dato strutturale e intergenerazionale» spiega. «Anche chi ha il lavoro, tra i giovani, finisce in povertà per via del precariato».

 

notizie dagli esteri
Di quali aree geografiche parlano le notizie dagli esteri dei nostri TG (fonte: rapporto “Illuminare le periferie”)

DEGLI ESTERI CHI SE NE FREGA? «Chi di dice “degli esteri chi se ne frega”, in verità vede le cose da un’ottica molto parziale e non vede l’interesse di raccontare i contesti e non solo i testi, di raccontare le dinamiche, che stanno dietro quei flash che illuminano ogni tanto una zona o un tema», riflette Anna Meli. «A capo di alcune testate ci sono persone che vengono da esperienze diverse: trovo che il Tg3 di Giuseppina Paterniti ha fatto un cambio da questo punto di vista, forse perché agli esteri lei c’è stata e ha avuto esperienze del genere, e conosce quindi l’importanza di avere punti di vista diversi nel racconto». Ma il punto è sempre quello che la gente vuol sentirsi dire. «La mia impressione è che ci sia tanta sete di un’informazione, che vuole andare al di là del dibattito politico puro, che vuole capire davvero i fenomeni»,  è l’opinione della comunicatrice di Cospe. «Penso che alcuni esperimenti siano stati fatti. E vediamo che l’interesse c’è e quando il prodotto è di qualità l’audience paga, il pubblico risponde attraverso una visione attenta. Di questo ne sono certa».

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

 

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