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Patriarcato, lavoro, cura: per colmare il divario di genere servono 171 anni

Come si misura il patriarcato? Gli indici di genere fotografano le disuguaglianze nel lavoro, nella cura e nei diritti. Un confronto al festival “Vivere, abitare, cooperare” mostra quanto sia ancora lunga la strada verso la parità: secondo l’Onu, 171 anni
di Giorgio Marota 5
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Il linguaggio della politica è passato dalla negazione del patriarcato – perché dire che non esiste ha sempre fatto comodo a chi puntava a preservare sacche di disuguaglianza di genere, soprattutto nel mondo del lavoro – alla sua rivendicazione a modello culturale di riferimento, come spiegato di recente da Vannacci, secondo cui la famiglia «va protetta con il patriarcato mediterraneo che, non è oppressione e possesso, è dovere, fedeltà, sacrificio». Da questa riflessione è partito il confronto tra attiviste e rappresentanti di realtà sociali andato in scena sabato mattina durante il festival Vivere, abitare, cooperare, organizzato da Nuoro7 nel giardino affacciato sull’Acquedotto Felice, a Roma. Quei processi condivisi di innovazione sociale che l’associazione, attiva dal novembre del 2025 tra i quartieri San Giovanni e Pigneto, ha sempre promosso, anche stavolta hanno condotto verso una consapevolezza diffusa: che il mondo resta interconnesso nelle sue problematiche e che l’economia sociale è parente stretta di ogni tema riguardante i concetti estesi di solidarietà e uguaglianza.

Un sistema che dà potere solo all’uomo eterosessuale

Per rendersene conto, ancor prima che il dibattito iniziasse, bastava osservare il banchetto dei libri allestito accanto al palco. Quei testi rappresentavano un manifesto d’intenti. Il postumano di Rosi Braidotti confinava con Soldi, sesso e potere di Azzurra Rinaldi e Realismo capitalista di Mark Fisher. Geert Lovink ci ricordava che parlare di “Brutalità delle piattaforme” significa anche chiedersi, per citare Massimo Florio, perché “Il capitale è contro lo Stato” e che “Il lavoro culturale” (di Maria Teresa Carbone) da fare sia ancora enorme. Ci vorrebbe forse una “Tecnologia della rivoluzione”, citando Diletta Huyskes. Ma come, non dovevamo parlare solo di cura e di patriarcato? Nancy Fraser, nota filosofa e teorica femminista statunitense, la sua rivoluzione l’ha fatta proprio a partire dalla definizione di questo sistema culturale. Lo ha descritto come «un insieme di organizzazioni sociali che danno all’uomo adulto ed eterosessuale potere sugli altri, come un sole circondato da pianeti soggetti alla sua forza di gravità».

Gli indici che misurano il divario 

«Così ci siamo detti che prima dovevamo trovare i pianeti, quelle donne concentrate soprattutto in lavori scarsamente retribuiti e le altre che pur guadagnando di più si occupano lo stesso maggiormente del lavoro domestico e di cura», ha spiegato Erica Aloè, ricercatrice che ha creato un vero e proprio indice per misurare il patriarcato. Tramite la sua fotografia statistica è possibile inquadrare l’argomento secondo quattro aree distinte: il predominio degli uomini sulle donne, quello delle generazioni più anziane sulle più giovani, la patrilocalità, cioè la consuetudine secondo cui dopo il matrimonio una coppia va a risiedere nella casa del padre dello sposo o nelle sue immediate vicinanze, e il dominio socio-economico.
Dallo studio emerge un Paese che, come in tanti altri campi, viaggia a due velocità diverse. Il Sud ha ottenuto il punteggio più alto, con 29 punti di patriarcato su un massimo di 40, mentre Nord-Ovest, Nord-Est e Centro si sono attestati tra i 17 e i 18 punti. Le principali differenze riguardano il «divario di genere nel part-time involontario» e la «percentuale di popolazione che non giustifica mai l’aborto». Ovviamente un gap viene scavato anche in termini di occupazione. Per l’Istat lavorano il 53% delle donne e il 72% degli uomini ma, considerando anche la popolazione straniera residente in Italia, la forbice si allarga ulteriormente, con le persone di sesso femminile al 45,7% e quelle di sesso maschile al 76%. Secondo l’indice sopra citato, in Europa la Finlandia risulta essere il paese meno patriarcale con 9 punti, all’estremo opposto c’è invece la Croazia con 27. La media italiana fa 23, un dato comunque molto alto.

La parità di genere? Ci vorranno 171 anni

Anche l’Unione Europea ha uno strumento per monitorare i progressi in materia di parità di genere, il GEI, Gender Equality Index, che valuta sei parametri: lavoro, denaro, conoscenza, tempo, potere e salute. Utilizzando 31 indicatori raggruppati in 14 sotto-ambiti e assegnando valori da 1 a 100, dove 100 rappresenta la piena parità, il punteggio più alto lo ottiene la Svezia (82) mentre il più basso la Romania (57,5) , che nelle due rilevazioni più recenti ha tolto alla Grecia il ruolo storico di fanalino di coda. Il gap è di 24,5 punti, sette in meno rispetto al 2010. L’Italia si colloca in una fascia media, al 14° posto su 27. Due dei limiti più forti e diffusi in UE alla parità di genere sono la mancanza di una effettiva rappresentanza di donne nei ruoli decisionali e la mancanza di politiche adeguate ad affrontare le violenze di genere e i femminicidi. Monica Di Sisto di Fairwatch ha ricordato che secondo il Gender Snapshot delle Nazioni Unite, cioè il rapporto sulla parità di genere in relazione all’Agenda 2030, per raggiungere tutti gli obiettivi serviranno 171 anni. Nel report si nota pure come i passi in avanti siano stati fatti quando l’economia lo ha concesso, «ma noi non ci possiamo occupare del mondo solo quando ci sono i soldi per farlo», il suo pensiero. Da qui la connessione tra economia sociale e patriarcato: «Siamo figli della visione dello Stato invisibile che agevola l’attività privata e permette il miglioramento dei servizi. Ma quello di Adam Smith è il peccato originale, perché l’economista non teneva conto né dello spazio fisico né del sistema sociale in cui le attività erano inserite. Dei 126 mila miliardi di dollari Pil globale, 22 mila miliardi di dollari sono generati dal lavoro di cura».

Patriarcato e immigrazione

Il patriarcato può essere affrontato anche nella prospettiva dell’immigrazione, come ha ricordato Papia Aktar di ARCI Roma, «soprattutto perché sono quasi esclusivamente le donne a occuparsi della cura». «Ottenere un permesso di soggiorno anche per chi è entrato regolarmente», secondo lei «è spesso un miraggio». In effetti soltanto l’8% di chi nel 2025 è entrato in Italia con ingresso regolare è riuscito a finalizzare i documenti. «Il vero dramma è che purtroppo è molto più organizzato il sistema di ingresso irregolare», la provocazione di Aktar, «visto che se queste persone fossero approdate la Lampedusa anziché in aereo paradossalmente avrebbero ottenuto più assistenza, più diritti e persino una intermediazione culturale». L’accoglienza nel nostro Paese, fin dagli anni Novanta, è stata inquadrata sotto la lente del criterio economico, la stessa che oggi viene utilizzata per attuare i decreti flussi che prevedono quote di migranti in base alle richieste delle aziende. Generalmente accogliamo se ci sono i posti di lavoro, altrimenti attiviamo politiche di respingimento, alimentando la narrazione dello straniero come nemico dello sviluppo. Come lo spieghiamo a chi è costretto a fuggire per mancanza di alternative?

Ph: Leonardo Basso 

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