UN LIBRO SU SOLDI, SESSO E POTERE? OGGI È PIÙ NECESSARIO CHE MAI

In Italia le donne sono il 51% della popolazione, ma solo il 4% degli amministratori delegati e il 21,8% dei dirigenti. «La verità è che, per quanto noi ci proviamo, all’interno di questo mercato del lavoro saremo sempre delle ospiti», dichiara Azzurra Rinaldi, docente ed economista femminista

di Ilaria Dioguardi

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«Il gesto politico più radicale è riconoscere che il futuro prende forma nel presente e che resta una questione aperta e collettiva. Significa affermare che il mondo si può davvero cambiare, che l’utopia può diventare realtà. E per farlo bisogna schierarsi. Senza ambiguità. Dalla parte del femminismo». Recita così la quarta di copertina di Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati) (Rizzoli) di Azzurra Rinaldi, economista femminista, docente di Economia politica all’Università Unitelma Sapienza di Roma, dove è anche direttrice della School of Gender Economics. Il volume ha l’obiettivo non solo di creare consapevolezza, ma anche di fornire soluzioni. Educazione finanziaria, redistribuzione, cooperative, mutualismo sono alcuni degli strumenti che l’autrice ci propone per disinnescare i meccanismi che, intrecciando soldi, sesso e potere, escludono le donne dai tavoli decisionali, le limitano al ruolo di mogli e madri e valutano solo sulla base di canoni estetici, comportamentali e sessuali.

Perché oggi è necessario un libro come Soldi, sesso e potere?
«Perché mette insieme, in una prospettiva economica, i meccanismi che rimangono sottotraccia. Nella gestione del denaro, dei corpi e del potere, storicamente le donne vengono lasciate fuori. E infatti il libro è suddiviso in tre parti: I soldi come dispositivo di potere; Sesso e potere: corpi, desideri e mercati e Potere, leadership e riscrittura delle regole. L’idea è quella di restituire una narrazione unica su questi dispositivi che, invece, vengono sempre trattati separatamente. E il fatto di trattarli separatamente non ci dà l’idea della complessità del loro intreccio. Il libro nasce dunque con l’intento di unire i punti di una storia, che è soprattutto la storia delle donne, ma anche degli uomini».

Un capitolo si intitola L’economia del desiderio: chi desidera chi. Lei parla di desiderio come costruzione sociale ed economica.
«Il tema si ricollega alle teorie sulla scelta, che sono teorie economiche, teorie del consumatore. La verità è che tutta la letteratura femminista ci dimostra che ci sono dei soggetti che scelgono la strada di altri, e nell’economia del desiderio sono le donne che vengono scelte in base al loro capitale erotico. Questo capitale erotico si misura rispetto allo sguardo maschile: è maggiore se sei giovane, magra, bianca piuttosto che nera, abile piuttosto che disabile. Alcuni corpi valgono di più sul mercato del desiderio, che poi diventa, come nel caso del sex work, un mercato vero e proprio, quindi non soltanto mercato delle relazioni ma anche di scambio vero e proprio. E questo significa che i corpi delle donne, che dovrebbero appartenere alle donne, diventano uno strumento valutato da qualcun altro. Noi cresciamo interiorizzando che ci sono dei corpi che valgono più di altri, questo fa sì che andiamo alla rincorsa di un corpo perfetto. Che non è perfetto in sé, è perfetto perché è desiderabile, perché risponde all’ideale del capitale erotico».

In un altro capitolo si chiede: Com’è fatta una leader? E la risposta è che «non lo sappiamo davvero». Perché?
«Questo argomento si ricollega anche alla retorica dell’empowerment. Il mercato del lavoro, che non è stato pensato per noi, non è stato fatto per noi, ci viene però venduto come qualcosa che è raggiungibile: se vuoi arrivarci ce la fai. Certo, devi rinunciare a qualcosa, devi essere meno questo, più quello ecc. Ma alla fine non va bene mai, quindi si crea un ulteriore mercato perché, se tu mi prometti che posso riuscire nel lavoro se solo imparo a essere più costruttiva, magari un po’ più conformista, alla fine quasi quasi ci provo, forse può valerne la pena. Questa narrazione è fuorviante. La verità è che, per quanto noi ci proviamo, all’interno di questo mercato del lavoro saremo sempre delle ospiti. L’unica leader che viene premiata, sia nelle istituzioni che nelle aziende, è la donna che si comporta da uomo. Per questo quando mi chiedono com’è la leadership femminile, io rispondo che non lo sappiamo. Il tipo di leadership che oggi viene premiato non è la leadership femminile, ha le sembianze di una donna, ma non è femminile; non viene percepita dal sistema come pericolosa, ma come organica, e allora la si può assumere».

Ma lei immagina dei mondi diversi.
«Sì, nella teoria economica se un’ipotesi viene liquidata come utopica allora, di per sé, si tratta di un’ipotesi non percorribile: però in questo modo rimaniamo nello status quo. Se seguiamo l’ipotesi che non vale la pena ragionare sulle utopie, allora questo sistema non lo cambiamo mai. Partiamo dalla realtà. Le donne che fanno impresa, riescono a esprimersi molto più di quanto non farebbero in una posizione dipendente. Unioncamere ce lo testimonia quando, ogni anno, raccoglie dati sull’imprenditoria femminile in Italia e ci dà una panoramica di un modo di fare impresa diverso, che si prende più cura delle persone e dell’ambiente. Anche quando investono in titoli azionari, le donne imprenditrici investono maggiormente in titoli legati alla sostenibilità e alla sicurezza alimentare».

Infatti c’è un passaggio in cui parla del senso della cura, che diventa qualcosa di cui riappropriarsi.
«Del concetto di cura – anche se pesa oggettivamente perché toglie tempo ed energie al lavoro retribuito e ci ingabbia nello stereotipo – è arrivato il momento di riappropriarci e di ribaltarlo, includendolo finalmente nei modelli e nelle immagini di potere. Noi l’abbiamo eliminato dalle teorie dell’economia e dalle nostre vite: invece dobbiamo fare questo passaggio di “adultità”. Prendersi cura è da persone adulte, non prendersi cura è una roba da bambini».

Il volume è ricco di dati, ricerche, report e statistiche. Può commentare quelli più significativi?
«Anche se sono il 51% della popolazione, le donne in Italia non arrivano al 4% del totale degli amministratori delegati e sono il 21,8% delle dirigenti. Man mano che si scende nei ruoli apicali aumenta la quota delle figure femminili. Secondo il Rendiconto di genere INPS, nel settore privato le dipendenti guadagnano il 25,7% in meno dei dipendenti maschi. Il nostro Paese, secondo il Global Gender Gap Report, quest’anno è in posizione 85 e due anni fa era in posizione 63. Per la parità di opportunità fra uomini e donne siamo in posizione 117 su 148 Paesi, abbiamo perso sei posizioni in un solo anno. Questi sono dati ancorati alla realtà: altrimenti, come si sente dire spesso, sembra che noi donne siamo arrivate ovunque e che non c’è più bisogno di fare nessuna battaglia per la parità e per i diritti. I numeri parlano chiaro, non è così».

Citando il film di animazione Baby Boss, lei spiega che «redistribuzione, riconoscimento e rappresentanza sono un po’ la stessa cosa». Perché?
«Nell’immaginare soluzioni utopiche, mi sono chiesta da dove cominciare. E redistribuzione, riconoscimento e rappresentanza sono i tre cardini da cui partire. Le donne, la loro vita, il loro lavoro di cura invisibile, il loro valore all’interno dei meccanismi di mercato sono rimasti difficili da vedere, anzi penso che siano stati lasciati volutamente ai margini. Nel libro affronto anche il tema dell’accesso al credito e torno su una mia profondissima convinzione: questi sistemi funzionano solo per chi ha potere e non funzionano per la collettività. Nel momento in cui stiamo lasciando fuori metà della popolazione che, tra l’altro, è più formata, prende voti più alti e, quindi, in base alle teorie economiche è quella che potrebbe portare più ricchezza a livello nazionale, certamente va male per le donne stesse, ma la verità è che va male per tutti. Il fatto che ogni anno se ne vadano dall’Italia 30-40mila giovani donne, per lo più laureate, significa che se ne vanno capitale umano, innovazione, PIL. Ma anche, in una proiezione con i tassi di natalità, dai 40mila ai 60mila nuovi nati potenziali che noi stiamo perdendo. Li stiamo perdendo perché, giustamente, le donne hanno capito che non sono alberi e che possono crescere meglio altrove».

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Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo
Azzurra Rinaldi
Soldi, sesso e potere. Come il desiderio muove il mondo (e i mercati)  
Rizzoli, 2026
432 pagine, 18,50 euro

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