
PERIFERIE, ARRIVA IL METODO ROMA: RICONOSCERE, OPERARE, MANTENERE, ASCOLTARE
Il 25 marzo al Multisala Andromeda di Primavalle, amministratori, Terzo settore e volontari si sono confrontati in un incontro organizzato dall’assessorato alle Periferie a cui ha preso parte anche il sindaco Gualtieri. Approcci diversi, ma su un punto tutti convergono: necessari interventi che durino nel tempo
27 Marzo 2026
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Riconoscere, operare, mantenere, ascoltare. In altre parole ROMA. È sotto questo acronimo che lo scorso 25 marzo amministratori, studiosi, esponenti della società civile e volontari si sono dati appuntamento al Multisala Andromeda di Via Battistini 195, nel quartiere di Primavalle, per discutere insieme di quei luoghi fisici e ideali che sono le periferie romane oggi. Un’iniziativa organizzata dall’assessorato capitolino alle Periferie per fare il punto su quanto fatto e quanto ancora da fare per restituire protagonismo ai quartieri periferici, che oggi incarnano lo spirito della romanità quanto e più del centro storico. «Il metodo ROMA intende introdurre la dimensione della complessità nella lettura delle periferie», ha detto l’assessore Pino Battaglia, aprendo i lavori. «Del resto», ha chiarito, «le periferie romane non sono tutte uguali, ognuna è diversa dall’altra: Primavalle non è Tor Bella Monaca e Torrevecchia non è il Tufello. La prima cosa da fare è, dunque, riconoscere la specificità di ogni territorio e partire da lì per dare delle risposte concrete: così funziona il metodo ROMA, che nasce dalla conoscenza e poi dall’ascolto di chi in periferia ci vive, realizzando interventi e poi facendo manutenzione su quanto effettuato».
Battaglia, assessore alle Periferie: «C’è bisogno di azioni immateriali»
Quale sia la visione alla base di questo approccio lo spiega bene lo stesso acronimo. Riconoscere vuol dire andare oltre le narrazioni semplificate, leggere i territori non solo come spazi attraversati da fragilità, ma anche da competenze, energie sociali, esperienze di innovazione e resilienza. Operare significa trasformare visioni e bisogni in progetti concreti che migliorino realmente la qualità della vita nei quartieri. Mantenere richiama il concetto della cura dei luoghi nel tempo, mediante interventi immateriali capaci di attivare relazioni ed esperienze di rigenerazione sociale come poli civici, volontariato, scuole aperte, presidi educativi e culturali. E infine l’ascolto delle realtà territoriali che, in quanto espressioni di una comunità ampia e plurale, possono portare esempi concreti del lavoro quotidiano svolto nei quartieri a partire da proposte che nascono dal basso. «Questo metodo», ha aggiunto l’assessore, «ci invita a uscire dalle nostre stanze, superando l’idea che i cantieri rappresentino l’unica soluzione possibile per le periferie. Invece, i cantieri non bastano, c’è bisogno di azioni immateriali, di ascolto e di condivisione di progetti e obiettivi».
Il sindaco Gualtieri: «Periferie risorsa straordinaria»
All’incontro ha preso parte anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, che ha dialogato con l’attore Stefano Fresi, romano di Centocelle, come ha orgogliosamente rivendicato, e interprete del “Secco” nel film “Romanzo Criminale”. «Questa giornata ci consente non solo di raccontare ma anche di confrontarci, mettendo sempre più a fuoco quelle aree che a un certo punto dovremmo smettere di chiamare le “periferie” e che rappresentano il grosso della città di Roma in termini di estensione e di abitanti», ha affermato Gualtieri. «Una realtà che sconta un ritardo e un deficit negli interventi quantitativi e qualitativi, ma che al tempo stesso offre potenzialità straordinarie: c’è più vitalità, ci sono più giovani, c’è un tessuto sociale che può aiutare Roma a fare il salto di qualità. Insomma, come si direbbe in “politichese”, le periferie non rappresentano solo un problema, ma anche una risorsa straordinaria». Sul rapporto tra centro e periferia, il sindaco ha poi smontato una gerarchia culturale che considera la romanità patrimonio esclusivo dei rioni storici. «Bisogna scardinare l’idea che se sei di Trastevere sei più romano di uno di Primavalle», ha detto, chiudendo con una battuta che ha strappato qualche risata: «La metà delle case di Trastevere sono abitate da americani».
De Luca (Csv Lazio): «Cambiate negli anni le forme del volontariato»
Uno dei panel del pomeriggio è stato dedicato agli interventi immateriali di rigenerazione sociale. Al panel è intervenuto anche il presidente del CSV Lazio, Mario De Luca, che ha invitato la platea a superare i luoghi comuni. «Volontariato suona ormai come una parola antica, perché intanto andrebbe declinato al plurale e poi perché oggi le forme di partecipazione alla vita comune sono molteplici», ha esordito. «L’Istat attesta una riduzione catastrofica dei volontari negli ultimi anni, un dato che se interpretato superficialmente può portare a conclusioni errate sull’individualismo crescente». Le indagini dell’Istituto Nazionale di Statistica non tengono, infatti, conto del volontariato semi-organizzato o portato avanti attraverso nuovi modelli organizzativi, mentre le statistiche includono ancora il volontariato presso i partiti o presso gli enti religiosi, attualmente in precipizio. «Potete chiamarli cittadini attivi, animatori di comunità o come preferite», ha rimarcato, «l’importante è prendere atto che si stanno affermando nuove forme di impegno civico portate avanti da cittadini e cittadine che scelgono di fare volontariato nei modi e nelle forme che decidono loro». De Luca ha poi ricordato come spesso i finanziatori esterni impongano le loro idee alle organizzazioni e ai territori, ma ha anche riconosciuto l’esistenza di approcci come quelli delle fondazioni Bulgari o Charlemagne, che supportano e accompagnano le comunità nel decidere cosa fare.
Tor Bella Monaca, Ostia Ponente, i Poli civici: «La periferia ha la dignità di essere città»
A dare concretezza al dibattito sono stati i casi portati all’interno del panel. Giulio Cederna della Fondazione Bulgari ha raccontato l’esperienza di Largo Mengaroni a Tor Bella Monaca: 1 milione e 200mila euro di fondi privati investiti nella piazza del quartiere, con un percorso lungo oltre un decennio che ha coinvolto architetti, urbanisti, educatori e psicologi insieme alle scuole e alle associazioni del territorio. «E il risultato non è solo una piazza riqualificata, ma un patto di collaborazione che regge», ha commentato. Il modello, ha spiegato Irene Ianiro di Labsus, non è necessariamente legato ai grandi investimenti: il Parco degli Acquedotti ha un patto di collaborazione attivo da sei anni, senza che siano stati spesi «un soldo né da parte dei privati né delle istituzioni». La sfida, ha aggiunto, è rendere l’amministrazione condivisa strutturale: «Deve essere il modo in cui le istituzioni lavorano nella città con i cittadini, da tutti i punti di vista». Per Enrico Serpieri di Save the Children, che a Ostia Ponente ha avviato il programma “Un quartiere per crescere” con un orizzonte di nove anni, la chiave sta nella continuità: piani di sviluppo triennali, conferenze annuali, community manager stabili sul territorio. «Lo scopo è misurare degli indicatori prima, rimisurarli fra dieci anni e capire se si sono messe in atto delle attività di trasformazione reale». A chiudere il cerchio è stata Beatrice Tabacco, coordinatrice dei Poli civici capitolini, che ha rivendicato i risultati degli ultimi anni, come regolamenti, delibere, patti, ma ha anche messo il dito nella piaga: il centro di costo previsto dal regolamento dei Poli civici è rimasto vuoto per due anni consecutivi. «Abbiamo fatto 30, facciamo 31», ha detto. «Una volta che si dà il calcio d’inizio, giochiamo insieme. La periferia non deve lottare tutti i giorni: ha la dignità di essere città, e non di sopravvivere alla città».






