
RIFORMA VALDITARA, IL FUTURO DELLA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE E LA REALTÀ
In un incontro del Tavolo nazionale per la scuola democratica l’educazione socio-affettiva, la valutazione, il voto in condotta, la riforma Valditara. Di Agostino (Fondazione Massimo Fagioli): «Il messaggio implicito nel consenso informato è che sessualità e affettività siano qualcosa da cui la scuola deve proteggere la famiglia». Vitello, MCE: «Qualsiasi voto è un errore. Lo sappiamo ma continuiamo a mettere voti». Giuseppe Bagni, CIDI: «Il problema sono gli alunni che non chiamiamo più per nome, che non crediamo adatti a studiare. Il progetto Valditara punta alla divisione. Se penso che il mio compagno di banco sarà il mio nemico perché può prendere il mio posto nella società ho finito»
15 Giugno 2026
7 MINUTI di lettura
ASCOLTA L'ARTICOLO
«Non correva, non saltava / Pantaloni non strappava / Non diceva parolacce / Non faceva le boccacce/ Non sporcava i pavimenti / Si lavava sempre i denti / Non strillava, non rideva / I bottoni non perdeva / Senza macchie sui guantini / Senza buchi nei calzini / Era proprio un bambino di gesso / Respirava se aveva il permesso / Stava dove l’avevano messo / Come un bravo bambino di gesso / Che non risponde e non dice mai di “no”». Il bambino di gesso – parole di Gianni Rodari (dalla sua famosa poesia) musica di Sergio Endrigo e Luis Bacalov – è stato citato spesso sabato scorso nella sede di ExtraLibera a Roma, durante l’incontro del Tavolo nazionale per la scuola democratica. Al centro il futuro della scuola della Costituzione. E la riforma Valditara. Una scuola che sempre più si allontana dal modo in cui era stata concepita dai nostri padri costituenti nella sua funzione di emancipazione, per diventare più individualista, competitiva, fondata sul merito. Che non crea persone con una coscienza critica, ma forza lavoro per le aziende. E infatti, la storia del bambino di gesso si conclude così. «Ora è proprio un brav’uomo di gesso / Che respira se ottiene il permesso / E rimane dov’è stato messo / Come un bravo brav’uomo di gesso/ Che non discute e non dice mai di “no”».

Di Agostino (Fondazione Massimo Fagioli): «Non abbiamo la velleità di insegnare ad amare. Ma, visto il clima di profondo oscurantismo, è fondamentale avere spazi di confronto»
L’incontro è avvenuto proprio pochi giorni dopo l’approvazione in via definitiva del ddl Valditara su educazione socio affettiva nelle scuole e consenso informato. La legge dice questo. Nella scuola dell’infanzia e primaria scatta un divieto: non si può svolgere alcun progetto, laboratorio o attività che tratti la sessualità, in qualsiasi forma e anche con esperti. Nelle scuole medie e superiori, ogni attività su sessualità, affettività o identità di genere può partire solo con il consenso scritto e preventivo dei genitori. «Avete bisogno di una comunità educante che vi permetta di essere liberi di scoprire la vostra affettività e sessualità» ha esordito Cecilia Di Agostino, psicologa, presidente della Fondazione Massimo Fagioli ETS rivolgendosi direttamente agli studenti nella tavola rotonda su La scuola che vogliamo: Diritti e bisogni degli studenti. «L’educazione socio-affettiva è fondamentale nelle scuole. Non abbiamo la velleità di insegnare ad amare. Ma, visto il clima di profondo oscurantismo, è fondamentale avere a scuola degli spazi di confronto». La gravità di questa legge è che determina una discriminazione interna alla classe, un messaggio implicito. «In medicina il consenso informato è richiesto per gli interventi rischiosi», spiega la psicologa. «Il messaggio implicito è che la sessualità e l’affettività siano qualcosa di sporco e rischioso, da cui la scuola deve proteggere la famiglia. E tutti gli esclusi saranno loro a pagarne le conseguenze».
Un vuoto emotivo: i giovani scindono il corpo dagli affetti
Viene quindi da chiedersi che tipo di giovani vogliano i fautori di questa riforma. «Un bravo cittadino, ma per imitazione dell’adulto di riferimento e non per una libera espressione della libertà umana» riflette Cecilia Di Agostino. «La legge è una critica a tutta la mentalità dei bambini, dei giovani, perché tutto ciò che è vitale e reattivo metterebbe in crisi il sistema e questo non lo vogliono. Lavorando nelle scuole mi sono accorta che tutti i giovani hanno dei ruoli profondi verso i loro pari sia per quello che riguarda il punto di vista fisico, sia per quello che riguarda le malattie sessualmente trasmesse. Ci sono ragazze che sono venute da me con la convinzione che le lavande vaginali siano un modo per evitare le gravidanze» ci rivela la psicologa. «Che credono che siano metodi di contraccezione il coito interrotto e la pillola del giorno dopo, che il sesso orale sia sicuro rispetto alle malattie sessualmente trasmissibili. O che la prima volta non si rimane incinta». Ma quello che è forse ancora più grave è il vuoto emotivo e affettivo. «Non dimenticherò mai la ragazza che mi disse: “ma perché lei negli interventi in classe ha parlato di quanto fosse importante la sensibilità nella sessualità?”. Purtroppo alcuni giovani scindono completamente il corpo dagli affetti e il sesso diventa un atto meccanico. E questo ha ricadute terribili, come il revenge porn». Per questo, MCE sta lavorando a una campagna contro la Legge Valditara sull’educazione socio-affettiva nelle scuole.
Vitello (MCE): La valutazione è reale solo se condivisa
Ma l’educazione socio-affettiva è solo un tassello di un mosaico, di un disegno che vede i ragazzi in un certo modo. Un altro aspetto è quello della valutazione, dei temuti voti. «La valutazione è una questione di potere» commenta Gabriele Vitello di MCE, il Movimento di Cooperazione Educativa nato negli anni Cinquanta. «Può essere una punizione o un premio». MCE da sempre ha a cuore il tema della valutazione e ha sempre fatta sua una lotta alla valutazione di tipo discriminatorio e punitivo. «Mi sembra che nel mondo della scuola secondaria degli ultimi anni si siano visti dei cambiamenti in positivo» continua. «Si è diffusa una sensibilità maggiore. Il modo di valutare tradizionale non funziona più: valutare soltanto attraverso voti numerici in itinere non funziona. Si sono diffusi docenti e scuole che valutano in itinere in modo descrittivo, narrativo». Per Vitello sono cinque le strategie generali per affermare un modello alternativo. «C’è un divario tra ciò che sappiamo e ciò che facciamo» commenta Vitello. «Qualsiasi voto è un errore. Lo sappiamo ma continuiamo a mettere voti. Il primo punto è condividere con studenti e studentesse gli obiettivi dell’apprendimento: gli studenti hanno sempre pensato che la valutazione fosse una prerogativa del solo insegnante, invece è valida solo se condivisa. Se è subita genera frustrazione e demotivazione. Il secondo è: se faccio lezione frontale non ho nessuna evidenza di apprendimento. Quindi promuovere la didattica attiva, far fare cose agli studenti. Il terzo è dare feedback, descrivere quello che osserviamo individuando aree di miglioramento, dare consigli utili. Il quarto è fare degli studenti una risorsa, un’opportunità gli uni per gli altri; promuovere la valutazione tra pari. Così gli studenti ripercorrono anche il loro lavoro facendolo. Il quinto punto è l’autovalutazione». Ma tutto questo è coerente con la normativa scolastica in vigore? «Sì» rivela Vitello. «Non è previsto nessun obbligo di voti, sono tutte misconoscenze da sfatare che non esistono nella normativa. Forse il lavoro che bisogna fare è promuovere una formazione di qualità del corpo docente. Uno dei problemi che riscontro come insegnante è di lessico, di uniformità di linguaggi. Siamo tutti professori ma cosa è che ci deve unire? La formazione pedagogica, didattica. E continua ad essere molto carente».
Colautti (Unione degli Studenti): «Il voto di condotta non è all’interno del sistema valutativo, ma il braccio armato di un modello di egemonia culturale»
Un altro tassello della riforma in senso autoritario della scuola è la riforma del voto in condotta. «È un mezzo repressivo per andare a punire qualsiasi espressione di dissenso» ci racconta David Colautti dell’Unione degli Studenti. «Con il 5 hai la bocciatura, e con il 6 un debito di cittadinanza che deve essere recuperato con una tesina. Oggi per un picchetto, una manifestazione ti danno il 5 in condotta e la bocciatura. Il voto di condotta così non è all’interno del sistema valutativo, ma il braccio armato di un modello di egemonia culturale. A questo si affianca una vera e propria militarizzazione dei luoghi del sapere: il ministro Valditara dice che ci sono scuole che vivono in contesti problematici per cui servono i metal detector». «La scuola così non è più un luogo di formazione del cittadino, ma una fabbrica di manodopera controllata senza la possibilità di esprimere dissenso» conclude lo studente. «L’unico scopo di queste misure è rendere le scuole luoghi di controllo proprio nelle zone animate da diseguaglianza e disagio sociale invece che essere luogo di emancipazione».
Giuseppe Bagni, CIDI: Le scuole devono tornare ad essere luoghi di identità collettiva
Le conclusioni della giornata sono state del presidente del CIDI, il Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, Giuseppe Bagni. Che è tornato sull’idea di Valditara che ognuno dovrebbe portare avanti quelle che sono le sue abilità. «Ho avuto tanti alunni la cui unica abilità era fare furti. Avrei dovuto fare un corso di furtologia» è stata la sua riflessione. «Invece le abilità si scoprono: il fascino del gruppo dei pari sui ragazzi, che cercano identità collettiva al posto della individualità fraglie, è importante. Le scuole devono tornare ad essere luoghi di identità collettiva non solo per il bene degli alunni ma per quello degli insegnanti». «Il problema sono gli alunni che non chiamiamo più per nome, che sono persi, che non crediamo adatti a studiare. Il progetto Valditara punta alla divisione. Se penso che il mio compagno di banco sarà il mio nemico perché può prendere il mio posto nella società ho finito».
Immagine di copertina kyo azuma






