
Roma, c’è periferia e periferia
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La distanza tra il centro e la periferia nelle grandi città oggi è un percorso accidentato in cui le disuguaglianze, nel tempo, hanno creato vere e proprie voragini. La marginalità, dopotutto, non segue più quella strada lineare che prima conduceva dalle zone dell’hinterland meno ricche alle aree più collegate e strategiche, dunque considerate più abbienti. Il nuovo scenario descrive “un arcipelago delle vulnerabilità”, come lo chiama l’Istat; frammentato e sparso, al punto che nei quartieri tradizionalmente benestanti comincia ad espandersi a macchia d’olio l’emergenza socio-economica e in quelli storicamente svantaggiati cresce la tendenza all’esclusione. La povertà, come un virus, si propaga senza fare sconti. E oltre a rendere inefficaci gli strumenti con cui di solito si inquadra il fenomeno dal punto di vista statistico, rende anche certe periferie più periferie di altre, scatenando una competizione per le risorse e per i servizi di cui nessuno sente davvero il bisogno.
Quando si parla di Roma, ad esempio, è facile cadere nella trappola dei luoghi comuni. Lo sterminato territorio della Capitale è frammentato e denso di barriere (visibili e invisibili) che determinano realtà urbane molto diversificate tra loro. Ogni area è una città e le 15 “città nelle città” presentano al loro interno situazioni diversificate. Non potrebbe essere altrimenti alla luce dell’estensione di certi municipi: il quindicesimo è tre volte Firenze, il settimo è la nona città d’Italia e il sesto ha gli stessi abitanti di Verona. Concetta Campi del coordinamento Periferiacapitale di Fondazione Charlemagne ha parlato di «disuguaglianza nella disuguaglianza» citando ad esempio la vicinanza tra Tor Bella Monaca e Villaggio Falcone. «Nel primo quartiere si concentrano programmi nazionali e fondi internazionali, oltre a un tessuto di realtà ricco e variegato, nel secondo, a 2 km di distanza, non c’è un nucleo associativo. Roma è piena di quartieri dimenticati». Ma la grande attenzione anche mediatica su certe zone della città non ha cambiato le cose. Charlemagne tenta il difficile approccio di non seguire i flussi mediatici. «Il nostro obiettivo è stimolare processi comunitari, favorire l’attivismo e incentivare il volontariato. Partendo da questi aspetti, sosteniamo circa 130 enti dentro al programma stipulando un protocollo d’intesa per ogni municipio».
Campi, Periferiacapitale: «Sempre più necessario avere associazioni di prossimità. Per creare un tessuto devi creare prima una vicinanza»
Da chi si focalizza su percorsi di cura per anziani o disabili a chi affronta la povertà educativa, fino a chi si occupa dei migranti e dei richiedenti asilo e dei minori, senza dimenticare lo sport: l’analisi dei dati Istat a livello sub-comunale evidenzia un profondo paradosso per la città di Roma, dove si registra una delle più alte concentrazioni di istituzioni non profit e associazioni a livello nazionale con una distribuzione territoriale però non omogenea. «È sempre più necessario», prosegue Campi, «avere associazioni di prossimità, dove il cittadino può trovare risposte immediate. Per creare un tessuto devi creare prima una vicinanza». La geografia dei redditi capitolina conferma tante di queste differenze, anche in quartieri confinanti tra loro: tra Fidene e Talenti c’è una differenza media di oltre 13 mila euro di reddito (si passa infatti da 25.500 a 38.200), così come tra Torrevecchia e Trionfale di più di 21 mila (26.100 contro 47.700); persino tra Acilia Nord e Acilia Sud esiste un divario, in questo caso di 5 mila euro di reddito medio, così come tra Ostia Antica e Ostia Ponente ballano circa 7 mila euro (17.800 e 24.900), la stessa distanza che c’è tra San Paolo (33.700) e Marconi (26.400).
Il tema del centro che non è più simbolo di benessere è confermato da un ulteriore dato: quasi il 50% delle associazioni a Roma hanno la sede nel primo municipio, dove si concentra la stragrande maggioranza della risposta ai temi migratori oltre che dei senza fissa dimora e delle case famiglia. La stazione Termini, in questo senso, è diventato nel tempo il catalizzatore dell’emergenza. Ma ci sono tanti altri esempi che dimostrano come in ogni luogo possano convivere, a poche strade di distanza, ricchezza e marginalità. «Vai al quindicesimo municipio e trovi la Cassia, eppure giri in una stradina e ti ritrovi a Tomba di Nerone o Primavalle. L’altro giorno, vicino all’Olgiata, una donna proveniente dall’America Latina ha partorito in strada».
Campailla, Nonna Roma: «La rete di protezione rappresentata dalle realtà del terzo settore deve diventare anche rete di proposizione per favorire il cambiamento»
Secondo Alberto Campailla, presidente di Nonna Roma, la scelta urbanistica di costruire pezzi di città pubblica tramite l’edilizia popolare solo in alcuni luoghi, «penso a Tufello, TorBella o Corviale», ha creato dei «veri e propri ghetti». L’impoverimento del ceto medio e l’assenza di luoghi di aggregazione hanno fatto il resto, creando «luoghi abbandonati a loro stessi, abbandonati anche dalla società civile». L’associazione nata nel 2017 come un banco del mutuo soccorso è cresciuta fino ad occuparsi a 360 gradi, in otto diverse sedi, dei problemi legati all’accesso ai beni di prima necessità di migliaia di persone. «Quando penso alle periferie dimenticate mi viene sempre in mente Primavalle, un territorio pieno di complessità e con un tessuto sociale slabbrato dove abitano quasi 60mila persone ma con appena un paio di associazioni attive». «Senza dubbio ci sono periferie che sono più periferie di altre, anche dal punto di vista della destinazione di risorse», la sua conferma. Ecco un altro esempio: «Quarticciolo è diventato un simbolo per il governo, ma nonostante i milioni del decreto Caivano di miglioramenti ancora non se ne sono visti». Bastogi, Grottarossa, Ponte di Nona, e l’elenco potrebbe proseguire, vivono problematiche simili legate al degrado e alle piazze di spaccio, però le soluzioni qui scarseggiano e raramente vanno oltre l’intervento spot. «Tutti noi possiamo fare autocritica», ha concluso Campailla, «perché siamo manchevoli nella politica, nel senso più nobile del termine, cioè nel porre questioni, organizzare le persone, aprire un confronto. La rete di protezione rappresentata dalle realtà del terzo settore deve diventare anche rete di proposizione per favorire il cambiamento».
