
PER CURARE LE FERITE SOCIALI SERVONO SCUOLE CHE ESONDANO E COMUNITÀ BRULICANTI
A Roma ieri con i Comuni di Roma, Bergamo, Bologna e Milano per la presentazione di Scuole Aperte, vademecum nazionale che raccoglie strategie ed esperienze per favorire l’apertura delle scuole oltre l’orario curricolare. Franco Lorenzoni: «Arginare le disparità e cercare di curare le ferite sociali è impresa difficile, che non si può compiere da soli». Viola Ardone: «La scuola è anche il luogo dove i ragazzi possono ricominciare ad usare il loro pensiero critico, imparare che esistono regole, ma che sono ancora più importanti le grandi leggi dello stare insieme. Condivisione. Aiuto reciproco. Parola. Scambio. Solidarietà»
27 Febbraio 2026
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«Nessuno sceglie dove nascere, in quale famiglia o continente atterrare. E per tutta la vita cerchiamo i modi per adattarci, a subire o ribellarci a quella condizione data. I luoghi in cui abbiamo vissuto o in cui siamo giunti dalla prima infanzia condizionano profondamente il nostro spazio mentale e l’immaginario che orienta le nostre scelte. Per questo, a chi è capitato di nascere o abitare in un quartiere ghetto o in un territorio isolato o degradato, pensare con libertà al proprio futuro è difficile, perché il paesaggio che lo circonda sembra ricordargli ogni giorno che il suo destino non può essere che quello di un cittadino diminuito, di un cittadino di serie B. Chiunque si sia trovato a insegnare in classi che sempre più si presentano come specchio di un pianeta frammentato e di un sistema economico che genera crescenti divaricazioni sociali, credo abbia provato, almeno un momento, lo sconcerto di essere di fronte a vite ineguali, verso le quali, come docenti, spesso proviamo disagio e ci sentiamo impotenti, perché arginare le disparità e cercare di curare le ferite sociali è impresa difficile, che non si può compiere da soli». È un passaggio di Franco Lorenzoni, maestro, educatore, scrittore, tratto dal libro Educare controvento. Storie di maestre e maestri ribelli (Sellerio, 2023). A leggerlo ieri, all’Acquario Romano, era Viola Ardone durante Scuole Aperte, l’iniziativa promossa dagli Assessorati e dai Dipartimenti Scuola ed Educazione dei Comuni di Roma, Bergamo, Bologna e Milano per la presentazione di un vademecum nazionale frutto del lavoro condiviso tra le quattro amministrazioni comunali, che raccoglie strategie, pratiche operative ed esperienze concrete sviluppate nei territori per favorire l’apertura delle scuole oltre l’orario curricolare. «Questo è un lavoro che non si può compiere da soli» riflette Viola Ardone. «Oggi c’è una retorica dell’eroe e dell’eroina che salva la scuola, la preside o l’insegnante con i superpoteri. Chi lavora nella scuola sa benissimo che non è così, che non ci sono soluzioni miracolose: non è il singolo che fa la differenza. Questa mappa brulica di vita. Per ogni pallino c’è una comunità che si riattiva, famiglie che vengono aiutate nella gestione dei loro figli. Ci sono ragazzi che vengono sottratti alla strada, a alla cultura del coltello, alla prevaricazione del like da scagliare come una pietra contro l’altro». E il senso delle scuole aperte è proprio il lavorare insieme.
Una scuola che esonda, sconfina, irregolare, indisciplinata
La mappa di cui parla Viola Ardone è quella delle scuole aperte di Roma. Sono 163, praticamente una scuola su due della Capitale. Lo ha spiegato Claudia Pratelli, Assessore all’istruzione del comune di Roma, reduce dalle visite al liceo Amaldi e all’IC Stefanelli. «Sono due scuole aperte dove il nostro progetto ha dato legittimità e valore a una spinta e una vocazione precedenti» ha spiegato. «Il progetto nasce da esperienze precedenti, radicate nella storia della nostra città, da scuole come la Di Donato e la Pisacane, esperienze antesignane del lavoro che il Comune ha voluto raccogliere. Queste due esperienze hanno scelto di valorizzare l’idea di scuola come spazio pubblico in cui si fa comunità. Hanno una presenza importante di alunni con background migratorio e si sono trovate con l’esigenza di costruire comunità, abbattere le diseguaglianze e dare l’idea di una società». C’è un’immagine molto significativa che l’assessore usa per definire le scuole aperte. «Una scuola che esonda, sconfina, irregolare, indisciplinata: che sconfina nel tempo e nello spazio, che si fa contaminare dal mondo esterno ma che lo contamina anche, lo trasforma. Pensiamo che la scuola sia un cardine del nostro impianto democratico». La ricetta di Roma per coinvolgere le scuole punta sulla semplicità e sulla chiarezza delle procedure: aprire oltre l’orario curriculare almeno 5 ore a settimana, assicurare una fruizione gratuita ai ragazzi e alle ragazze delle attività, il protagonismo delle comunità educanti, ma anche di tutto il territorio, una presenza viva del mondo del Terzo Settore come co-progettatore, modalità di partecipazione e rendicontazione semplici. Così le scuole aperte diventeranno un programma stabile.
Ara: «Povertà educativa e solitudine dei ragazzi non si risolvono con qualche slogan securitario»
Le scuole aperte sono diventate un programma stabile anche per il Comune di Bologna, dopo essere partite come un programma destinato all’estate. «Il progetto risponde ai bisogni di conciliazione vita-lavoro delle famiglie di adolescenti in orario extrascolastico» ha raccontato l’assessore Daniele Ara. «Bologna ha un’esperienza con il tempo pieno alla scuola primaria che nasce negli anni Settanta: la comunità chiedeva questo servizio e il Comune lo ha fatto prima che lo facesse lo Stato. Il progetto scuole aperte è nato in co-progettazione con il Terzo Settore, dal quale è importante prendere spunti. Abbiamo diviso la città in sei quartieri, e, in ognuno, si è sviluppata la co-progettazione e la costruzione di cabine di regia intorno a ciascun istituto comprensivo». A Bologna le scuole sono aperte due pomeriggi a settimana da ottobre a maggio, e per due settimane in estate. Ma la buona volontà delle scuole deve portare a scelte politiche chiare a livello nazionale. «Il nostro Paese deve investire sul livello dell’insegnamento, sulle attività curriculari e non curriculari, deve investire sull’estate dei nostri ragazzi» è l’appello politico accorato di Ara. «Le vere emergenze sono la povertà educativa e la solitudine dei nostri ragazzi. Non si possono risolvere con qualche slogan securitario ma con la costruzione di un sistema educativo che combatta l’isolamento dei ragazzi, costruito anche su un mondo on line che noi adulti non riusciamo a capire. Li stiamo abituando alla guerra, a distruggere l’ambiente. Li facciamo studiare e spesso non hanno un lavoro che meritano quando escono dal percorso formativo. Dobbiamo sostenere questi ragazzi».
Uno spazio di accompagnamento e di cura
Dal Comune di Bergamo il progetto Play School, destinato alla fascia 11-14 anni, avviato 4 istituti comprensivi. È uno spazio e un tempo in cui pranzare insieme in compagnia di figure educative qualificate, in un luogo diverso dalla solita mensa, importante per costruire relazioni. Nelle scuole aperte di Bergamo ci sono laboratori, corsi di lingua, musica, teatro, cinema, fumetti, podcast, sport. E poi c’è Il Club; una serie di spazi gestiti da educatori qualificati e fruibili liberamente ogni pomeriggio, per il tempo che i ragazzi ritengono più opportuno e che gestiscono loro. «Il Club è prima di tutto relazione: accoglie paure, pensieri, desideri» ci racconta l’assessore Marzia Marchesi. «È uno spazio di accompagnamento e di cura: un armadietto riparato, tinteggiare i bagni, organizzare la festa della lingua madre. Il Club non è utilizzo degli spazi, ma condivisione di visione, continuità tra mattina e pomeriggio. Coinvolge le famiglie, concilia vita e lavoro. Si apre al territorio con collaborazioni con oratori, servizi e realtà associative». E ha un’idea forte: quella di portare i ragazzi verso l’adolescenza e il mondo delle scuole superiori. I numeri ci parlano di 1300 ragazzi coinvolti, 4 istituti comprensivi che hanno attivato 7 club. Sono state effettuate 755 aperture delle scuole. Con un budget di 137.500 euro. Perché, come dice l’assessore, è importante sapere anche questo.
Scuole aperte: Una storia che parte dal degrado di una città
Le scuole aperte stanno per diventare realtà anche in altre città, come Reggio Emilia e Perugia. Ma è bene ricordare da dove sono partite. «A Roma la scuola aperta e partecipata negli anni duemila è stata la risposta dal basso di persone che vivevano in questa città e hanno trovato nei presidi la voglia di andare oltre» ha ricordato Gianluca Cantisani, presidente Movi nazionale, promotore del progetto nazionale Scuole aperte e partecipate in rete, che ha collegato 14 città italiane valorizzando il modello della scuola come bene comune e che a Roma ha un focus specifico nella Rete romana SAP. «Nel 2010 c’erano 4 associazioni di genitori a Roma, oggi ce ne sono 40. È una storia che parte dal degrado di una citta e oggi vedere Comuni che stanno facendo queste politiche è un passo avanti».
Scuola significa imparare la ribellione
Ricordate il film Un mondo a parte? Si diceva: «dove chiude una scuola muore un paese». «E dove chiude una scuola muore un quartiere» riflette Viola Ardone. «Ma dove una scuola si apre alla comunità è tutta la comunità che ne beneficia». Oggi sembra che si stia creando una frattura tra famiglie e istituzione scolastica, che «è guardata con sospetto per le sue iniziative, per quello che di pericoloso possa essere detto durante le lezioni, con tentativi di indicizzazione degli insegnanti di “sinistra” che turberebbero le menti dei giovani, per lezioni considerate ideologiche, fuorvianti», continua la scrittrice. «Questa cosa è pericolosa. Sottolinea che se viene a mancare il rapporto di fiducia, di affidamento da parte del privato del gruppo familiare al pubblico viene a mancare il senso del nostro dettato costituzionale. La scuola non è solo il luogo dove imparare le regole» conclude la scrittrice. «È anche il luogo dove i ragazzi possono iniziare a ricominciare ad usare il loro pensiero critico. Significa imparare la ribellione. E che esistono regole, ma che sono ancora più importanti le grandi leggi dello stare insieme. Condivisione. Aiuto reciproco. Parola. Scambio. Solidarietà».






