VENT’ANNI DI ACCOGLIENZA CONDIVISA: LA STORIA E LE SFIDE DI CASA AL PLURALE

Nato nel 2006 il Coordinamento conta oggi 37 organizzazioni e 60 case famiglia a Roma e nel Lazio. L’obiettivo è difendere il modello e la sostenibilità delle piccole comunità, ma nella Capitale sono 400 le famiglie in attesa. Tra le sfide future il Dopo di noi, i neo maggiorenni e un manifesto dell’abitare. Il presidente Berliri: «La nostra forza sta nelle tante voci diverse»

di Antonella Patete

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Hanno deciso di festeggiare i primi vent’anni di vita anni senza autocelebrazione, ma con una riflessione sulle tante cose fatte e su quelle ancora da fare e, soprattutto, sul valore di condividere un percorso dove le differenze tra le organizzazioni aderenti contano quanto e più delle somiglianze. Casa al Plurale nasce nel marzo del 2006 per dare voce alle case famiglia e alle persone che le abitano. «Si tratta di un’associazione unica nel panorama romano e nazionale: non rappresenta i lavoratori, non rappresenta i datori di lavoro e non rappresenta neppure le famiglie delle persone accolte», si legge in una nota. «È nata per creare un luogo dove ragionare mettendo al centro non l’utente, non l’ente gestore e neanche il lavoratore», precisa il presidente Luigi Vittorio Berliri. «Per il lavoratore ci sono i sindacati, per l’ente gestore ci sono le centrali di rappresentanza, per le famiglie ci sono le consulte. Ma noi siamo nati per mettere al centro l’unione di queste tre cose. La qualità dell’accoglienza passa attraverso un lavoro sociale che sia visto dalle istituzioni e pagato il giusto. Per questo serve un finanziamento sufficiente. Ma anche l’intervento economico da solo non basta: occorre una visione sul tema dell’abitare che non guardi solo all’assistenzialismo, ma alla progettualità».

Trentasette organizzazioni diverse e sessanta case famiglia a Roma e nel Lazio

Oggi il coordinamento riunisce 37 grandi e piccole organizzazioni e rappresenta 60 case famiglia a Roma e nel Lazio. Strutture diverse tra loro, per storia e identità, ma unite dall’idea comune che l’abitare costituisca un pezzo fondamentale della vita dei soggetti più fragili: persone con disabilità, minori in stato di abbandono, donne con bambini che vivono situazioni di grave vulnerabilità sociale. Così, per festeggiare il ventennale ogni cooperativa associata è stata invitata a scrivere a mano su un foglio A4 una sola parola per descrivere cosa rappresenta Casa al Plurale. Ne è venuto fuori un mosaico di significati che restituisce la dimensione quotidiana dell’accoglienza: cura, responsabilità, presenza, comunità, condivisione. Parole che oggi potrebbero sembrare acquisite, ma che non sono state sempre scontate. «Nel tempo le cose sono cambiate», sottolinea Berliri. «Siamo passati dall’istituto di tanti anni fa, che ahimé ancora esiste, fino ad arrivare a oggi, in cui finalmente al centro c’è la persona con fragilità, con i suoi bisogni. Per fortuna ora le risposte si articolano intorno alle esigenze della persona e non più intorno a quelle degli erogatori di servizi».

Casa al Plurale
Il report Quanto costa una casa famiglia? è frutto di un lavoro costante di analisi e monitoraggio dei costi delle comunità di accoglienza

Dal superamento degli istituti alla battaglia per le rette sostenibili

A Roma questo cambiamento ha radici lontane. Già a metà degli anni Novanta il Comune avviò un piano sperimentale che puntava a superare i grandi istituti, creando piccoli appartamenti, con sei o otto persone con disabilità, pensati per una vita più vicina possibile alla dimensione familiare. Il 29 dicembre 1995, infatti, con Francesco Rutelli sindaco e Amedeo Piva assessore alle Politiche Sociali, la Giunta capitolina approvò il Progetto residenzialità: un’iniziativa all’avanguardia per l’epoca che, attraverso le case famiglia e le residenze protette, mirava a favorire la “deistituzionalizzazione”, garantendo percorsi di autonomia personale in contesti di tipo familiare. «È stata un’esperienza lungimirante», commenta Berliri, «in anticipo di 20 anni rispetto al resto del Paese». Eppure una delle battaglie più agguerrite che Casa al Plurale ha dovuto combattere nel corso degli anni è stata proprio quella di rendere sostenibile questo modello all’avanguardia. «Abbiamo difeso le case famiglia ogni volta che il sistema rischiava di farle chiudere, soprattutto a causa di rette inadeguate che non coprivano nemmeno i costi minimi dell’accoglienza», spiega. La battaglia è stata condotta su diversi fronti: dal confronto con la politica alle mobilitazioni pubbliche fino alle campagne di controinformazione nate per contrastare stereotipi e narrazioni distorte sulle case famiglia. A questo impegno si è affiancato un lavoro costante di analisi e monitoraggio dei costi delle comunità di accoglienza, attraverso il report mensile Quanto costa una casa famiglia?. Uno strumento che ha rafforzato una battaglia già avviata e che ha contribuito anche a ottenere risultati concreti, come lo stanziamento di 2 milioni di euro da parte di Roma Capitale nel 2024.

Casa al Plurale: dal Dopo di noi ai neomaggiorenni, ecco le sfide per i prossimi anni

Guardando avanti, le questioni aperte sono molte. Una delle più urgenti riguarda il Dopo di noi, cioè il sostegno alle persone con disabilità quando i familiari non potranno più occuparsene. «C’è una legge scritta male e applicata male», afferma Berliri. «Non è chiaro chi opera le scelte e non è pensabile lasciare alle famiglie il governo di un processo così complicato. Per questo la maggior parte dei percorsi intrapresi dalle famiglie va incontro al fallimento». Ma se i progetti falliscono, il problema resta eccome. Nella sola città di Roma, chiarisce il presidente di Casa al Plurale, i posti disponibili nelle residenze sono 417 e oltre 400 sono le famiglie in attesa. «E cosa si fa con chi non trova risposta?» è la domanda provocatoria. «Le famiglie non scendono in piazza per bloccare i trasporti. Se scioperano i piloti degli aerei, si ferma il Paese. Ma le persone con disabilità potrebbero fermarsi un giorno oppure un mese e non succederebbe comunque nulla». Un’altra sfida riguarda i ragazzi che escono dai percorsi di accoglienza al compimento del diciottesimo anno di età. «Immaginiamo un ragazzo che non ha più una famiglia o che è scappato da paesi in guerra. Esce dal circuito dell’accoglienza e dove va?», si chiede ancora Berliri. «Non si può immaginare che a 18 anni e un giorno una persona diventi improvvisamente autonoma».

Verso un manifesto educativo dell’abitare

Accanto alle battaglie politiche, la rete sta lavorando anche a una riflessione culturale: la scrittura di un manifesto educativo dell’abitare nelle strutture residenziali. «Non deve essere una struttura dove le persone perdono i loro diritti», spiega il presidente. «Ma, al contrario, un posto dove acquisire nuovi diritti di cittadinanza, di esistenza, di vita felice. Un luogo dove le persone possano avere la libertà di incontrare i loro familiari, anche al di fuori degli orari di visita rigidi». Un lavoro complesso, perché le organizzazioni coinvolte hanno storie molto diverse tra loro. Ma proprio questa pluralità è considerata il vero punto di forza. «Identità vuol dire capacità di mettersi in relazione, di incontrare l’altro, di cambiare. L’evoluzione sta nell’incontro con il diverso, nel cambiamento, nell’ascolto». Ed è questa idea di molteplicità a spiegare il nome dell’associazione. «L’aggettivo plurale rimanda, nel suo significato etimologico, alla pienezza e alla varietà che teniamo insieme», conclude Berliri. «In questi 20 anni, Casa al Plurale ha dato forma concreta a questa parola, unendo persone, esperienze e bisogni diversi intorno a un progetto comune di accoglienza. Questa pluralità di idee, di storie, di case e soprattutto di persone è la nostra forza. È ciò che ci ha permesso di crescere come associazione e di chiamare la comunità a condividere con noi la responsabilità delle istanze che rappresentiamo».

Foto Casa al Plurale

 

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