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APRIAMO CASE E PARROCCHIE. LA VIA ITALIANA ALL’INTEGRAZIONE È L’ACCOGLIENZA DIFFUSA

APRIAMO CASE E PARROCCHIE. LA VIA ITALIANA ALL’INTEGRAZIONE È L’ACCOGLIENZA DIFFUSA

No ai ghetti, sì a buone politiche per l’alloggio e il lavoro. Intervista con il direttore del Centro Astalli di Roma

Questa intervista sull’accoglienza diffusa è tratta dal  n.2/2017 del trimestrale VDossier.

«Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati»: è questo il tema del messaggio di Papa Francesco per la prossima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato (14 gennaio 2018).
Del resto, la posizione di questo pontefice è sempre stata chiara: accogliere, sia pure cercando di governare il fenomeno. E per questo, tra l’altro, nel settembre 2015, ha chiesto che «ogni parrocchia ospiti una famiglia di profughi» e nell’agosto scorso è intervenuto sul tema della cittadinanza: «Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita».

L’idea che la Chiesa, nelle sue varie articolazioni, sta coltivando è quella di un’accoglienza diffusa, premessa di una reale integrazione. Ne abbiamo parlato con padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli, da oltre trent’anni impegnato nell’accompagnare, servire e difendere i diritti delle tante persone che arrivano in Italia per chiedere protezione, in fuga da guerre e persecuzioni. Il Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati-JRS, gestisce una mensa che distribuisce quattrocento pasti al giorno, un ambulatorio, quattro centri d’accoglienza, una scuola d’italiano e tanti altri servizi di prima e seconda accoglienza.
In questi anni, inoltre, il Centro Astalli ha considerato una priorità l’impegno nell’azione culturale, al pari dei servizi diretti alla persona. In particolare grande sviluppo hanno avuto i progetti nelle scuole, le collaborazioni con il mondo universitario e un’attenta produzione editoriale grazie ai quali si è cercato di promuovere una cultura dell’accoglienza e
dell’ospitalità.

 

L’invito della Chiesa Cattolica ad accogliere i migranti non è molto popolare. Gli italiani hanno paura.
«Il tema della preoccupazione e della paura non va sottovalutato. Sappiamo che la paura è qualche cosa di irrazionale e che, se non viene considerata nella sua complessità e affrontata, rischia di diventare un fattore ostacolante per l’integrazione delle persone.
Si potrebbe cominciare facendo una buona informazione, anche usando una terminologia corretta. Utilizzare sempre termini come “invasione”, certamente non aiuta le persone a capire, ma soprattutto ad accettare l’immigrazione che, non dimentichiamolo, non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale.

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Padre Camillo Ripamonti, direttore del Centro Astalli

La migrazione ha sempre fatto parte della storia dell’umanità e negli ultimi anni ha raggiunto dimensioni globali con numeri crescenti: nel mondo, negli ultimi vent’anni, siamo passati da 50 milioni a 240 milioni di migranti, 65 milioni dei quali scappano da guerre e persecuzioni. Quest’anno sono arrivate centomila persone in Italia, più o meno
altrettante in Grecia: un numero ridotto rispetto al fenomeno globale.
Certo, la concentrazione dei numeri – come quando è successo che sono sbarcate cinquemila persone in pochi giorni – non aiuta, ma non succede tutti i giorni e bisogna anche fare memoria dei momenti di arrivo massiccio anche negli anni passati. Ci sono stati e li abbiamo gestiti. L’impegno di raccontare l’immigrazione come un fenomeno sotto controllo, aiuterebbe l’opinione pubblica a fare un passo avanti verso l’accettazione».

 

Vero, serve un’informazione diversa. Ma resta il fatto che poi la gente prende l’autobus e si sente circondata dagli stranieri. Dalla politica vuole risposte, perché sente che la situazione non è sotto controllo. Lei dice che le migrazioni sono strutturali e che non possiamo impedirle, ma la politica non può dire questo.
«La politica non può dire questo, ma può dire che occorre passare da una fase di emergenza ad una strutturale, che va governata e programmata. E insieme all’accoglienza, va programmata anche l’integrazione. Sono mille, duemila, i Comuni italiani che aderiscono ai programmi del Ministero dell’Interno per l’accoglienza e l’integrazione? Perché non si fa una campagna massiccia di allargamento di questo numero?
I Comuni sono circa ottomila, ci sarebbe il margine di possibilità per redistribuire queste persone. Alcuni passi sono già stati fatti: l’accordo Stato-Regioni del 2014 ha permesso di alleggerire la concentrazione in Sicilia o a Roma. Ampliare ulteriormente il numero dei Comuni disponibili all’accoglienza aiuterebbe anche l’integrazione. Però questo deve essere fatto preparando il territorio: non si può mandare cinquanta o cento persone in un paesino di mille o duemila abitanti dall’oggi al domani».

 

E questo lavoro di preparazione chi dovrebbe farlo?
«Le autonomie locali, quindi i Comuni in accordo con il Ministero dell’Interno. Ma anche gli esponenti della società civile, comprese le associazioni di volontariato, che sono un ponte tra i cittadini e le istituzioni, spesso poco attente a dinamiche così delicate».

 

Accoglienza e integrazione sono due fasi diverse? Dove finisce l’una e dove inizia l’altra?
«Per comodità si distinguono due fasi: prima l’accoglienza e poi l’integrazione. Ma una buona integrazione comincia dal primo giorno di arrivo. Mettiamo il caso di una persona che scappa da una situazione di guerra o da una persecuzione personale: arriva e trova i militari o un’opinione pubblica ostile. Il trauma può provocare un atteggiamento che  non aiuterà nelle fasi successive.

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Roma, 2013. Papa Francesco visita il Centro Astalli

Accoglienza e integrazione in realtà si mescolano: prepariamo l’integrazione se facciamo una buona accoglienza, e la buona accoglienza ha ricadute positive sull’integrazione. In Francia il JRS (Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati internazionale) ha il progetto Welcome, che prevede il collocamento in famiglia delle persone appena arrivate, senza passare per i centri di accoglienza.
La famiglia ha un effetto positivo, oltre che per l’apprendimento della lingua, anche sulla disposizione della persona nei confronti del Paese ospitante».

 

Quali sono i punti più deboli del nostro sistema di accoglienza?
«Il fatto che spesso le fasi di accoglienza, che dovrebbero essere brevi nella storia di queste persone, si dilatano nel tempo. Poi le persone si trattengono a lungo negli Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), perché magari fanno ricorso, e questo ritarda l’integrazione. Ci sono anche persone che hanno chiesto asilo e hanno ottenuto un diniego dopo 3 o 4 anni che sono in Italia e in teoria dovrebbero essere rimpatriati. La situazione è paradossale: hanno fatto un cammino di integrazione e non hanno nessuna possibilità di essere integrate, perché la nostra legislazione non lo permette. Quindi, ci sono difficoltà legislative e difficoltà oggettive. Non bisogna nascondere che la crisi economico-finanziaria ha reso più complesso il processo di integrazione di persone che arrivano, cercando una vita migliore, in un territorio in cui la gente è provata e teme di vedersi sottrarre risorse. In realtà la gente dimentica che i problemi sono comuni: il problema del lavoro o della casa ce l’ha l’italiano come il migrante e buone politiche sulla casa e sul lavoro accontenterebbero tutti».

 

Quali sono gli “indicatori” dell’integrazione? In altri termini, quando un migrante può dirsi integrato?
«Non so se esistono indicatori definiti. Certamente la questione scuola – quindi l’educazione e la cultura – sono fondamentali. Quando un bambino va a scuola, acquisisce oltre alla storia anche i valori, le caratteristiche di un Paese e li trasferisce alla sua famiglia. Ma prima di tutto, ovviamente, bisogna creare le condizioni per l’integrazione.
Se concentriamo nelle periferie urbane i migranti, creando situazioni di ghetto e alimentando il conflitto sociale, certamente non creiamo le condizioni di base per l’integrazione, e anche la scuola fa molta più fatica a svolgere il proprio compito. Servono politiche per l’integrazione che tengano conto di entrambe le parti: chi arriva, ma anche chi è già qui e non deve sentirsi defraudato, in difficoltà. Deve avere l’idea di una politica che si prende cura dell’immigrato, come si prende cura di lui».

 

Dal 2015 si sperimentano corridoi umanitari: un modo per far arrivare legalmente e in condizioni di sicurezza i profughi. Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Tavola Valdese e Comunità di Sant’Egidio tra febbraio 2016 e aprile 2017 sono riusciti a far arrivare 791 profughi siriani che si trovavano nei campi in Libano. Verrebbe da dire: bellissima esperienza, ma realizzabile per numeri troppo limitati.
«L’esperienza però dimostra che, se c’è chi si prende la responsabilità e lavora per questo, i corridoi umanitari si possono fare. Certamente, se sono solo le associazioni a fare questa operazione, i numeri non possono essere consistenti.

corridoi umanitari
I corridoi umanitari, un’esperienza da sviluppare

L’esperienza dei corridori umanitari, peraltro, non è stata inventata ora: l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i Rifugiati li attua per le persone dei campi profughi. Dunque, questa via è possibile, anche se certamente non può essere l’unica: il problema della migrazione forzata è complesso e va affrontato nella sua globalità. Anche quella frase che ormai è utilizzata a proposito e a sproposito, “aiutiamoli a casa loro”, ha un fondo di verità, purché si tratti di investimenti per le loro infrastrutture e per far crescere la loro economia e non investimenti per bloccare le persone che avrebbero voluto migrare».

 

No ai ghetti, e infatti voi avete sempre puntato sull’accoglienza diffusa. Perché è difficile realizzare questo modello?
«Bisogna distinguere tra piccoli centri urbani – città sotto i centomila abitanti, a misura d’uomo – che permettono di coltivare maggiormente i rapporti e rendono possibile muoversi per la città con facilità. Qui è più facile avere piccoli appartamenti in zone diverse, senza concentrare tutti in un unico quartiere e permettendo anche ad assistenti sociali diversi di gestire le situazioni difficili in comune accordo. Discorso diverso è quello dei grossi centri urbani – come Roma, Milano, Napoli, Palermo e così via – in cui tutto diventa difficile, anche perché muoversi attraverso la città è complicato. Certamente, se hai piccole comunità – appartamenti con pochi migranti – l’impatto sul territorio è diverso e l’inserimento più facile.
Noi come centro Astalli abbiamo centri di media grandezza – venti o trenta persone –distribuiti in quattro zone di Roma, inoltre abbiamo fatto accordi con congregazioni religiose per forme di accoglienza più diffuse in cui inserire chi esce da Cas (Centri di accoglienza) e Sprar. Questo ha permesso di non avere concentrazione di persone nelle solite zone periferiche e di distribuirle davvero su tutto il territorio, anche in centro, e in più la congregazione facilita le relazioni tra le persone. L’accoglienza diffusa, tra l’altro, permette di personalizzare il percorso della persona che arriva. Dovrebbe essere il modello italiano: l’Italia ha la capacità e la potenzialità di accogliere senza creare conflitto e ghettizzazione».

 

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Ogni anno il Centro Astalli pubblica un rapporto sui rifugiati

Caritas Italiana ha promosso il progetto “Rifugiato a casa mia”, che ha coinvolto tredici diocesi per sperimentare una forma di accoglienza diffusa in famiglia. E secondo i dati della Caritas, sono oltre ventimila i migranti accolti da parrocchie, famiglie e comunità religiose. Eppure molte parrocchie e molte comunità religiose non si sono aperte all’accoglienza.
«Io sottolineerei comunque l’aspetto profetico di tutto questo. Ma soprattutto dobbiamo tenere conto che anche all’interno della comunità cristiana i terreni sono molto diversi. Ci sono realtà pronte a rispondere, altre che non sono preparate e si portano dietro tutta una serie di difficoltà. Avrei desiderato una risposta più massiccia, ma sono fiducioso nel fatto che il seme è stato gettato e che ha bisogno di tempo per attecchire: in fondo si tratta di cambiare mentalità. Questo riguarda chi è credente, ma anche chi è laico. Nella Bibbia il dovere dell’ospitalità viene richiamato ad ogni piè sospinto: tanta insistenza significa che è importante, ma che probabilmente il popolo di Dio non era così accogliente, fin dall’origine. Spero che questa sia l’occasione per diventarlo».

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Paola Springhetti
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Giornalista. Coordina l’area comunicazione e promozione del Cesv.

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