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accoglienza nelle parrocchie

ACCOGLIENZA NELLE PARROCCHIE: È DIFFICILE MA SI FA

ACCOGLIENZA NELLE PARROCCHIE: È DIFFICILE MA SI FA

Migranti, un anno fa l'invito del Papa all'accoglienza nelle parrocchie. Tra montagne di burocrazia e percorsi farraginosi, i primi dati di Migrantes

«In prossimità del Giubileo della Misericordia, ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia di profughi, incominciando dalla mia diocesi di Roma». Era il 6 Settembre 2015 e, in piena emergenza migratoria, Papa Francesco invitava parroci e religiosi ad accogliere migranti all’interno delle proprie comunità. Trascorso un anno, in quanti e come hanno risposto all’appello di Bergoglio?
Leggendo i dati pubblicati pochi giorni fa dalla fondazione Migrantes, l’impegno delle Chiese in Italia si è tradotto in oltre 5mila richiedenti asilo e rifugiati accolti in parrocchia. A questi vanno aggiunti anche i circa 500 adulti che, grazie al progetto di Caritas Italiana, Rifugiato a casa mia, sono stati ospiti di famiglie italiane. Numeri evidentemente più bassi rispetto a quelli auspicati un anno fa, anche se – sottolinea la fondazione guidata dai Vescovi – «le persone accolte oggi nelle diverse strutture ecclesiali sono circa 30mila, circa 8mila persone in più rispetto al 2015».

Anche l’accoglienza nelle parrocchie deve scontrarsi con la burocrazia

Numeri a parte, il sistema dell’accoglienza in Italia è ancora molto farraginoso e lento. Lo sanno bene quei parroci che hanno dimostrato subito sensibilità verso l’iniziativa, ma si sono dovuti scontrare con autorizzazioni e permessi che hanno allungato i tempi.

accoglienza nelle parrocchie
Immagine Fondazione Migrantes

C’è chi invece si è appoggiato ad enti consolidati e già strutturati, riuscendo a contribuire subito all’emergenza. Come Don Felice, che nella sua parrocchia di Livorno si è subito attivato per far spazio a chi aveva affrontato un lungo viaggio in mare.
«Come comunità», mi racconta, «abbiamo maturato la decisione già a Novembre dello scorso anno, pochi mesi dopo l’appello del Papa. Grazie a un nostro collaboratore ci siamo subito inseriti nel più ampio progetto della Caritas diocesana, che a Livorno accoglieva già una trentina di ragazzi. L’idea è stata quella di far distaccare 4 ragazzi per accoglierli nella nostra struttura. Questo ci ha facilitato le cose, perché se avessimo fatto domanda al Ministero i tempi sarebbero stati molto più lunghi». Nonostante ciò, dall’invio della richiesta trascorrono circa 6 mesi prima che i ragazzi arrivino in parrocchia.
Grazie a questo tipo di accoglienza nelle parrocchie lo Stato ha risparmiato 50 milioni di euro, riferisce la fondazione Migrantes. Di contro, però, le spese affrontate dalle comunità locali sono state notevoli: «Per questi ragazzi abbiamo adibito alcuni locali della canonica, che utilizzavamo per incontri giovanili diocesani. Questo non è stato a costo zero, anzi la parrocchia ha sostenuto le spese di adeguamento e manutenzione di tali aule (controllo dell’impianto elettrico, idrico, eccetera). Con il contributo della Caritas possiamo garantirgli un minimo di spesa quotidiana, che gestiscono grazie all’aiuto dei giovani volontari della comunità. Ma non essendo ancora arrivati tali fondi, stiamo anticipando tutto noi».

Per la comunità un’opportunità di crescita

Tra i vantaggi dell’accoglienza nelle parrocchie c’è indubbiamente l’opportunità di inserirsi in una rete che fa squadra per aiutarti. «Fortunatamente sono pochi quelli che non hanno appoggiato questa iniziativa», continua Don Felice. «È pur vero che non abbiamo detto da un giorno all’altro ai nostri parrocchiani che sarebbero arrivati dei profughi.

È stato un percorso avviato e voluto dall’intera comunità e che la nostra gente sostiene fino ad oggi (è stato persino creato un comitato preparatore per l’accoglienza). I parrocchiani provvedono a molte delle loro esigenze e cercano di farli partecipare ai momenti di festa, rispettando i loro spazi».
Al netto delle difficoltà per Don Felice e la sua comunità, accogliere questi ragazzi e ragazze è stata un’opportunità di crescita. «Uno di loro ha già ottenuto i permessi e ha lasciato il posto per qualcun altro. Rispetto alla grande emergenza nazionale ci troviamo a gestire piccoli numeri, ma sono convinto che al di là dell’aiuto che possiamo fornire noi, le istituzioni devono impegnarsi a semplificare tale processo anche per quelle famiglie che vogliono accogliere, ma si trovano davanti montagne di burocrazia».

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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