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BIBLIOTECHE IN CARCERE: I LIBRI DANNO LA LIBERTÀ

BIBLIOTECHE IN CARCERE: I LIBRI DANNO LA LIBERTÀ

La lettura abbatte i muri, soprattutto in carcere. Biblioteche in Carcere di Roma festeggia i vent'anni, tra obiettivi raggiunti e criticità ancora aperte

Il carcere ci viene comunicato soprattutto quando è luogo di sofferenze, soprusi, tragedie,  soprattutto negli ultimi tempi: è di questi ultimi giorni la notizia dell’omicidio di due bambini piccoli da parte della madre nel carcere di Rebibbia, mentre nelle sale sta avendo notevole successo Sulla mia pelle, film di Alessio Cremonini sull’ultimo periodo di vita di Stefano Cucchi. Tuttavia il carcere può essere anche lettura, studio, crescita culturale e personale, socializzazione. Grazie ad una Convenzione firmata nel 1999 tra Comune di Roma, Istituzione Sistema Biblioteche e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero di Giustizia: è intensa ed utile la potenzialità di un legame culturale tra carceri, biblioteche e la città di Roma.

 

biblioteche in carcereBIBLIOTECHE IN CARCERE: I NUMERI. Circa 5000 volumi, 1000 DVD, 3000 fumetti è il patrimonio delle Biblioteche in Carcere a Roma, nei cinque istituti penitenziari, tra Regina Coeli e Rebibbia (Nuovo Complesso, Casa di Reclusione, Terza casa Maschile e Femminile). 1300-1500 sono i prestiti mensili complessivi per un’utenza di circa 3200 detenuti.
Sono questi i numeri di un servizio importante per i detenuti, un’occasione di crescita sociale e civile, un collegamento con la normalità e la realtà esterna, organizzata con metodi attuali e con la collaborazione di personale esterno. Il Servizio Biblioteche in Carcere è iniziato dai primi anni ’90, con collaborazioni occasionali con la biblioteca di Rebibbia Reclusione; nel 1998 cominciò una collaborazione regolare a Regina Coeli, fino alla Convenzione del 1999, che prende in carico l’organizzazione, promozione, gestione del servizio di biblioteca nei 5 carceri di Roma, integrato nella rete bibliotecaria della città, con lo scopo di fornire un servizio di pari dignità di quello offerto a tutta la cittadinanza.
All’inizio erano gestite solo da volontari, poi la convenzione ha permesso la crescita organica del patrimonio, la presenza di bibliotecari dell’ente pubblico territoriale, l’integrazione tra le reti territoriali, ma off line perché in carcere non c’è internet.
Nelle biblioteche in carcere sono molto forniti gli scaffali in lingua per gli stranieri, vista la grande affluenza; sono presenti abbonamenti a periodici e riviste, è attivo il prestito interbibliotecario tra le biblioteche in carcere, e dalle biblioteche della rete metropolitana. Inoltre, si organizzano anche numerosi appuntamenti di animazione culturale e promozione della lettura: presentazioni di libri, di film, incontri con l’autore, letture a voce alta, circoli di lettura.

 

L’OASI FELICE. «Insegno a Rebibbia da molti anni, ricordo quando la Biblioteca Centrale di Rebibbia entrò a far parte del Sistema Bibliotecario romano. La biblioteca cominciò a diventare l’unico luogo di riunione in cui potevano avvenire eventi, avvennero meravigliosi incontri con opere di Moravia, Pasolini e di altri», dice lo scrittore Edoardo Albinati, appena arrivato dalle ore di lezione nel carcere di Rebibbia. «Quando entrai in carcere, l’unica foto sulle pareti della biblioteca, oltre a quella di Che Guevara, era di Heather Parisi; proposi di attaccare al muro una foto di Moravia in una biblioteca africana, ma non fu possibile perché era su una lastra di metallo (pericolosa perché tagliente), allora la mettemmo sul polistirolo. Anche le copertine dei libri attraggono molto, le immagini sono importanti per far capire i libri e le storie. Ho portato la mia classe in biblioteca per mostrare come le mani di Plutone affondano nel corpo di Proserpina. La classe voleva vederla sempre, l’ho stampata e attaccata al muro, il giorno dopo non c’era più: ne sono rimasto contento, voleva dire che qualcuno aveva piacere nel vedere l’immagine anche in cella. A volte abbiamo bisogno di portare delle immagini negli occhi, non solo nella testa. Uno studente molto timido, l’ultimo giorno di scuola ha confessato di aver ucciso con un badile lo zio, è stata una confessione molto forte per lui. Mi chiese un libro da poter leggere. Visti i tanti anni da dover passare in carcere, gli ho dato “Moby Dick”, senza dirgli il motivo. Ho pensato: forse così svolta almeno un mese dell’estate, agosto, il più triste per i detenuti».

 

biblioteche in carcereLEGGENDO SOPRAVVIVO AL CARCERE. «Sono detenuto a Rebibbia, da un anno e mezzo sto a regime aperto per lavorare come giardiniere, sono uno scrivano di biblioteca», racconta Federico. «L’esperienza del carcere è terrificante, sei solo, a stretto contatto con persone con cui non avresti mai voluto parlare, le giornate sembrano non finire mai. La prima soluzione per cercare di non pensare è leggere, leggere, leggere. In biblioteca si organizzano corsi di varia natura: filosofia, scrittura creativa, musica, psicologia, computer. A mano a mano che li frequento diventano i miei obiettivi e quelli dei miei compagni di corso; con alcuni di loro riesco anche ad instaurare dei rapporti di amicizia, questo senza i corsi non sarebbe accaduto.
Con la lettura e gli impegni legati alla biblioteca, i mesi corrono via più velocemente, la porta della biblioteca è un gate verso una libertà mentale indispensabile per sopravvivere nel carcere. Fare il bibliotecario mi ha dato la fiducia in me stesso e mi ha aiutato a guadagnare la fiducia delle persone che lavorano lì dentro, e questo ha fatto in modo che il tempo da passare nel carcere, per me, si sia ridotto».

«La biblioteca in carcere è un luogo di incontro dove le ragazze vengono ben vestite, parlano dei libri letti», racconta Giorgiana, bibliotecaria nel Carcere femminile di Rebibbia. «Il libro è il miglior compagno nei momenti bui. Si organizzano corsi di scrittura, incontri con scrittori, si ascolta musica e si vedono film; le bibliotecarie sono il ponte tra dentro e fuori,un’oasi felice. Sarebbe davvero sconvolgente non avere una biblioteca in carcere, l’ignoranza può far fare scelte di vita sbagliate, la biblioteca ci aiuta a rimanere in contatto, è vitale per la crescita».
«La biblioteca è grande libertà di prendere una decisione, puoi scegliere che libro leggere, finirlo, darlo al compagno di cella. Vengono lette tanto poesie d’amore, per prendere ispirazione e copiare frasi da scrivere su bigliettini da regalare a fidanzate e fidanzati, mogli e mariti che sono fuori e che vengono a trovare i detenuti», dicono gli intervistati nel video Le biblioteche in carcere a Roma a cura di Mediateca Roma. «Leggere significa isolarsi da tutto ciò che c’è intorno, alcuni detenuti leggono anche 5-6 ore al giorno: è una forza in più per affrontare un percorso un po’ travagliato. Cosa c’è di più bello che cercare evasione in un libro? Permette di sognare, i personaggi ti portano in tanti paesi lontani, portano una storia, l’odore della carta ti tiene compagnia. I libri si possono leggere ovunque, hanno aperto tante porte anche in carcere. Trovi delle risposte nei libri, anche in relazione con gli altri. Senza i libri viene oscurata la bellezza. Leggendo si prova forza, mai solitudine. Quando si uscirà di qui si sarà diversi. I libri aprono la coscienza, per trovare libertà». Con la lettura una persona è più sicura di sé e capace di argomentare meglio , dopo che ha imparato tante parole e una più efficace proprietà linguistica. I libri fanno scoprire che ci sono anche cose belle nella vita».

 

 

LE CRITICITÀ DA RISOLVERE. Il servizio ha molti utenti, che spesso devono aspettare mesi prima di poter leggere il libro desiderato, per il gran numero di richieste. Ora è necessario fare un salto di qualità. Non ci sono dati sul funzionamento delle biblioteche, che, invece, aiuterebbero ad invogliare i possibili sponsor. Un problema molto grave è quello dei finanziamenti inesistenti, le biblioteche in carcere riescono a funzionare grazie ai libri che vengono fatti circolare in tutta la rete delle biblioteche di Roma e alle donazioni di privati. Bisognerebbe rinnovare il “parco libri” e installare piattaforme di studio.
«Spesso c’è un che di morboso nell’attenzione verso il carcere: bisogna dimostrare la ricaduta che il servizio ha in carcere, non solo nell’occupazione ma anche a livello culturale. È un servizio che si accomuna a quello delle altre 39 biblioteche della città, possiamo dire che sia  la quarantesima biblioteca di Roma», afferma Fabio De Grossi, responsabile Servizio Biblioteche in Carcere.
«Molti studi rilevano come in carcere si crei una sorta di regressione infantile, poiché non si può decidere nulla. La biblioteca, invece, è uno “spazio libero”, uno “spazio adulto”, fa dimenticare di essere in carcere, è un luogo altro sia per come è fatto sia per l’approccio: si decide cosa prendere in prestito, ci si confronta con il bibliotecario e con gli altri lettori. La lettura non solo è evasione , ma anche una risposta alla crescita culturale. Ad esempio, nel carcere è permessa la consultazione dei codici di legge solo nelle nostre biblioteche. Le attività culturali che organizziamo permettono l’ingresso anche ad universitari e studenti.
A Roma il rapporto tra prestiti e popolazione non è paragonabile con nessuna realtà al di fuori del carcere, i libri vengono restituiti molto più che fuori. Il bibliotecario in carcere deve cercare sempre di comprendere e sostenere difficoltà delle persone carcerate, che a volte prendono per la prima volta in mano un libro, dobbiamo avere molta cura nell’aiuto e nel sostegno. Lavorare in carcere è di grande responsabilità, dobbiamo raccontare fuori quello che succede. L’utenza è molto più partecipativa e cortese di quella che incontriamo fuori, la società civile dovrebbe ascoltare con più attenzione le persone in carcere. Le nostre biblioteche aiutano a contribuire ad abbattere il muro della diffidenza. Bisognerebbe aumentare per i detenuti la possibilità di accedere in biblioteca e poterci stare il tempo necessario per la consultazione. Dal 2000 sono presenti delle sale di lettura per fermarsi a leggere, ma sarebbe necessario potersi fermare per più tempo. Inoltre, è necessario un maggior lavoro di rete con scuole e aree educative».

 

Le immagini che illustrano l’articolo sono tratte dal video Biblioteche in carcere: spazi di libertà – Mediateca di Roma

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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Ilaria Dioguardi

Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

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