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Case della salute

CASE DELLA SALUTE: IL CASO DI PONTECORVO

CASE DELLA SALUTE: IL CASO DI PONTECORVO

Le Case della salute restituiscono al non profit un ruolo da coprotagonista

A Pontecorvo, in provincia di Frosinone, il progetto della Casa della salute diventa occasione per sperimentare modalità di partecipazione da riproporre nelle altre realtà provinciali. Del ruolo del volontariato e dei Centri di Servizio Reti Solidali aveva già parlato.  Vi proponiamo ora questo approfondimento a cura di Cristina Papitto e Luigi De Matteo, pubblicato sul numero  3 del 2015 di V Dossier.

Di Case della salute se ne è parlato in Italia fin dal 2006, allorquando Livia Turco, allora ministro della Salute, presentò alla Commissione affari sociali della Camera dei Deputati le
Linee del programma di Governo per la promozione ed equità del la salute dei cittadini”, individuandole come «fulcro di un nuovo progetto di medicina del territorio (nelle quali dovevano essere svolte) un insieme di attività organizzate in aree specifiche di intervento profondamente integrate tra loro». Definite come «centro attivo e dinamico della comunità locale […] in grado di raccogliere la domanda dei cittadini e di organizzare la risposta nelle forme e nei luoghi più appropriati». Le linee guida venivano concretizzate, come spesso accade nel nostro Paese, a macchia di leopardo, con modalità e tempi diversi a partire dalle regioni a più densa ed estesa infrastrutturazione sociale, quali Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana.
Nel Lazio il processo di istituzione delle Case della salute, più lento, ha subìto un’accelerazione nel 2013 con le “Raccomandazioni per la stesura degli Atti aziendali di cui al D.C.A. n. 206 del 2013”. Documento importante, che per la prima volta formalizza la necessità programmatica del coinvolgimento del volontariato: «Le associazioni di volontariato svolgono una importante funzione in molte attività di tipo sociosanitario e devono essere coinvolte nell’organizzazione assegnando loro spazi adeguati allo svolgimento delle loro funzioni ». Siamo alle ultime battute del rientro dal dissesto finanziario. Nicola Zingaretti, nominato Commissario ad Acta, con una raffica di decreti, spinge verso la territorializzazione dei servizi, programmando la istituzione delle Case della salute in ogni distretto. La loro realizzazione è fondamentale per la razionalizzazione della rete ospedaliera regionale e la riduzione della spesa sanitaria. La revisione dei costi si pone l’ambizione di una rivoluzione copernicana dei processi di assistenza e cura regionali. In tal modo la spending review, che procede nonostante le proteste, sostenuta dalla spinta riformatrice, “veste” i panni di un radicale processo innovativo.
Il territorio è posto al centro dell’intera impalcatura programmatica e quanto pesi nella progettazione delle Case della Salute lo si può leggere nel decreto regionale 14 febbraio 2014 numero 40 “Approvazione dei documenti relativi al Percorso attuativo, allo Schema di Intesa ed ai Requisiti minimi della Casa della Salute”, ove si danno indicazioni puntuali sulla struttura organizzativa e assistenziale delle Case della salute e sul ruolo che in esse può svolgere il mondo del volontariato.

La Casa della salute a Pontecorvo

Con la nomina di Isabella Mastrobuono a direttore generale della Asl di Frosinone, si passa nella “fase calda” della implementazione del programma e a Pontecorvo, che si trova appunto in provincia di Frosinone, si sperimentano protocolli e modalità partecipative da riproporre nelle altre realtà provinciali. La scelta di Pontecorvo era quasi obbligata, perché il locale nosocomio era già interessato dal processo di riconversione, con lo spostamento delle attività per acuti presso l’Ospedale S. Scolastica di Cassino. L’intenzione dichiarata del direttore generale ribadita in diversi incontri con operatori e rappresentanti del volontariato, era di avviare una azione condivisa con il territorio, «con l’obiettivo di dare tranquillità e fiducia ai cittadini per una sanità territoriale, al fine di determinare un percorso sanitario finalmente umanizzato», «restituendo ad essi la sanità». Auspicava, con la istituzione della Case della salute, la nascita di un luogo dove si dovrà “fare cultura”, attraverso seminari, convegni, percorsi formativi sulle attività del volontariato e sui temi della salute e della prevenzione. Si vuole mettere in discussione il vecchio sistema socio sanitario centrato sulla ospedalizzazione, per spostarne il baricentro sul territorio, sulla prevenzione, presa in carico ed umanizzazione dei percorsi di cura.

La nascita della rete “Noi ci siamo”

Il coinvolgimento dei medici di medicina generale da un lato, ed il volontariato dall’altro, sono le conseguenze più immediate. Soprattutto si è operata la scelta, questa sì rivoluzionaria oltre che tatticamente intelligente, di coinvolgere il personale infermieristico, il personale tecnico ed altre figure professionali sanitarie nell’attivazione, razionalizzazione ed umanizzazione del processo di cura: l’istituzione della figura dell’infermiere coordinatore di distretto, responsabile dei piani assistenziale e infermieristico individuali, redatti in collaborazione con il medico di medicina generale. Chiude il cerchio l’istituzione della Cabina di regia, a cui viene demandato il compito di redigere il regolamento interno della Case della salute, redazione che vede il volontariato presente, pari tra pari, tra i rappresentanti delle categorie professionali coinvolte nei percorsi assistenziali.
In Cabina di regia le associazioni rivendicano la funzione di tutela e di informazione dei cittadini come garanzia di un servizio socio sanitario partecipato ed inclusivo e pongono l’esigenza di un intervento formativo integrato sia nella progettazione che nella partecipazione del personale della Case della salute. È nella fase di progettazione e poi di realizzazione di un percorso formativo condiviso, cui hanno partecipato sia operatori che volontari, che si sono sperimentate e consolidate nuove relazioni fra le associazioni. La rete “Noi ci siamo” è il risultato di quel processo ed è un’esperienza interessante di trasformazione e vivificazione di una relazione partita fra soggetti a forte tensione identitaria, e che col tempo, e nel vivo del confronto programmatico ed operativo, hanno lentamente iniziato a sentirsi e “a pensarsi” come appartenenti a “Noicisiamo. La rete della Casa della Salute”.
Una meta raggiunta non senza fatica e che ancora si alimenta passo passo con la definizione di un programma di interventi concreti per contribuire all’umanizzazione della cura, al diffondere tra i cittadini la cultura della partecipazione, al monitoraggio e al miglioramento continuo delle pratiche di assistenza e presa in carico del sistema socio sanitario del territorio.

Il ruolo dei Centri di servizio

La Casa del Volontariato di Frosinone, individuata e coinvolta dalla direzione generale della Asl in funzione del ruolo di attivazione e facilitazione del rapporto istituzione-volontariato, ha saputo dare una risposta coerente con la mission dei Centri di servizio per il volontariato. Non era semplice resistere alla tentazione di presentarsi all’appello dell’istituzione sanitaria in veste di rappresentanti e “contrattare” in nome e per conto delle organizzazioni di volontariato la presenza del volontariato con funzione di supporto nella fase di presa in carico degli utenti della Case della salute. Ha, invece, aderito alla richiesta, fra mille dubbi, ponendosi nella relazione come garante dell’autonomia delle organizzazioni e facilitatore del confronto tra pari, per la definizione ed implementazione di programmi/obiettivi condivisi. Si è scelto di valorizzare il capitale sociale attivo sul territorio favorendo l’aumento delle competenze degli attori coinvolti nei processi di trasformazione, attraverso la formazione integrata ed il confronto fra i soggetti. Si è saputo cogliere e superare la criticità rappresentata dalle diverse velocità di approccio alle questioni presenti nel mondo del volontariato, riuscendo ad essere un efficace punto di raccordo e favorendo così l’integrazione tra diversi.
Resta la questione di come mettere a sistema, sul piano regionale, l’esperienza acquisita. Conforta l’idea che aver appreso, ed in parte confermato, un corretto e mai supponente rapporto con gli attori reali del territorio, ha dato qualche strumento in più per sostenere un ruolo attivo anche su questo fronte.

Immagine di copertina Wikimedia Commons

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