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CAVATA FLUMEN: TRA VISITE IN CANOA E CURA DEL TERRITORIO

CAVATA FLUMEN: TRA VISITE IN CANOA E CURA DEL TERRITORIO

Vicino Sermoneta i volontari di Cavata Flumen organizzano visite in canoa e curano il fiume Cavata. Il futuro? Serve il Contratto di Fiume

«Abbiamo tirato fuori anche gomme ed elettrodomestici, ma la qualità delle acque è rimasta comunque inalterata. Per anni il fiume è stato utilizzato come pattumiera e ogni tanto c’è ancora chi ci scarica immondizie». A tracciare un quadro così impietoso del fiume Cavata è Saverio D’Ottavi, portavoce dell’associazione Cavata Flumen. «Le sorgenti sono più tutelate, ma a valle ci sono meno controlli. I rifiuti provengono soprattutto dal mondo agricolo: polistirolo, nylon, plastiche varie. Qui possiamo intervenire. Sull’inquinamento liquido, invisibile a occhi nudi ma più grave, possiamo fare ben poco».

 

cavata flumenL’ASSOCIAZIONE. Siamo nel Bosco di Monticchio, che si sviluppa per circa un chilometro quadrato nella pianura di Sermoneta. Un patrimonio che merita di essere salvaguardato nella sua integrità. Per questo i volontari di Cavata Flumen eseguono interventi occasionali di ripulitura. Un’attenzione particolare viene data alla fauna avicola che transita durante il periodo delle migrazioni. L’ente è nato per promuovere il territorio attraverso visite naturalistiche in canoa. Attirati dalle loro iniziative, i visitatori incentivano anche il settore enogastronomico e quello culturale.

 

BASTA POCO. «Questo tipo di buone pratiche non richiedono autorizzazioni di alcun genere», ha chiarito il portavoce. La burocrazia si attiva quando si interviene in maniera forte e ci sono rischi per l’habitat naturale. Non è il nostro caso. Abbiamo agito in un modo abbastanza spontaneo. Raccogliamo sacchi di rifiuti e li portiamo a bordo strada, vicino a dei fabbricati. Differenziamo i sacchi in base ai contenuti». Ma perché c’è questa tendenza a gettare rifiuti nel fiume? «Sono semplici cattive abitudini messe in pratica da gentaccia. Quando si butta una batteria di una macchina in un fiume, non lo fai perché non hai posti dove smaltirla, ma perché manca un senso civico. Anzi manca proprio una coscienza, individuale e collettiva».

 

cavata flumenSPERANZE PER IL FUTURO. Uno scenario senza soluzioni? Il portavoce di Cavata Flumen qualche proposta ce l’ha. «In primo luogo servirebbe un rigido controllo, dalle sorgenti fino al mare. Il territorio è piccolo e un attento monitoraggio non è difficile. In secondo luogo occorre ricorrere a pratiche di smaltimento dei rifiuti più corrette. Infine il ricorso a strumenti adeguati per combattere l’inquinamento. Penso alle fidodepurazioni o all’agricoltura biologica. Noi siamo avvantaggiati: le acque non arrivano da lontano, ma sono di casa nostra. Si dovrebbero controllare solo ottanta chilometri. Il modello a cui ispirarsi secondo me è il Giardino di Ninfa. Alla foce di Rio Martino invece è vietato addirittura immergersi». Se le idee ci sono, perché non metterle in pratica? «Innanzitutto manca un coordinamento generale in materia di salvaguardia delle acque. Forse gli organismi preposti sono così oberati di lavoro da non riuscire a dedicarsi alla qualità dei fiumi. Nel nostro piccolo abbiamo portato sul territorio il Contratto di fiume. Si tratta di uno strumento normativo della comunità europea, basato su due colonne: il controllo della qualità delle acque e quello del rischio idrogeologico. Una volta messo in atto si può andare in Europa a chiedere dei fondi per poter migliorare il sistema delle acque del territorio».

 

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazione@cesv.org

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Mirko Giustini
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Laureato con lode in Lettere moderne ed Editoria e scrittura, si è sudato il tesserino da giornalista scrivendo per varie testate locali di Roma e dei Castelli romani. Lavora come analista televisivo presso la Geca Italia e scrive per Lazio sette (Avvenire).

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