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EUROPA. CONTRO LA FABBRICA DELLA PAURA SERVONO VIE D’ACCESSO SICURE

EUROPA. CONTRO LA FABBRICA DELLA PAURA SERVONO VIE D’ACCESSO SICURE

Chi spinge per uno scontro di civiltà va sconfessato. E di fronte all'immigrazione non possiamo che salvare, accogliere e integrare

«Confondere il terrorismo con il fenomeno migratorio è la trappola più pericolosa in cui possiamo cadere. Il terrorismo genera solo morte. L’immigrazione è un tema legato alla vita e a chi cerca rifugio». È chiaro e diretto il monito lanciato all’opinione pubblica dalla tavola rotonda organizzata dai gesuiti de “La Civiltà Cattolica” di Roma dal tema “Immigrazione e asilo: le sfide del Mediterraneo”. Un incontro che ha voluto far chiarezza sull’emergenza migranti in Italia e in Europa riflettendo, nello stesso tempo, sulle prossime sfide che ci attendono, anche alla luce degli attentati di Parigi.

Le rotte sono cambiate

A fornire i dati ufficiali del fenomeno è stata Sandra Sarti, prefetto e coordinatore dell’Ufficio relazioni e Affari Internazionali del Ministero dell’Interno. «Nel Mediterraneo si sta scrivendo la storia dell’Europa. Dal 2013 ad oggi abbiamo registrato un aumento importante di sbarchi. Il dato – aggiornato a Novembre 2015 – ci dice che in questo ultimo anno gli immigrati arrivati in Italia sono stati 142.550. Cifra inferiore rispetto ai 170.000 arrivati nel 2014 proprio perché le rotte sono cambiate e a quelle di mare si sono aggiunte quelle via terra: il Mediterraneo è passato a veicolare dal 70% al 30% dei flussi. Ad aumentare sono state anche le domande di asilo che nel 2014 sono state 65.000».
A fronte dell’ingente sforzo che l’Italia sta compiendo da alcuni anni per contrastare il fenomeno (l’operazione Mare Nostrum ha salvato 101.000 migranti di cui 12.000 minori non accompagnati) si comincia a profilare, da parte degli altri stati europei, una forma di chiusura. «Ci sono serie difficoltà in merito alla questione delle “quote”», continua Sarti. «Anche se paesi come il Belgio o la Romania mettono a disposizione degli alloggi, è difficile convincere le persone arrivate nel nostro Paese a trasferirsi lì; preferiscono raggiungere stati nordici come la Svezia o la Germania. Il Governo sta fronteggiando questa fase delicata stipulando accordi anche con Paesi terzi, che accolgano le persone che non richiedono l’asilo».

Non è uno scontro di civiltà

Non ci sono solo numeri però, ma storie di vita ed esseri umani in cerca di protezione. A sottolinearlo è Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, che dal suo osservatorio privilegiato suggerisce un radicale cambio di prospettiva. «Nell’esprimere profondo cordoglio per le vittime dell’attentato di Parigi credo però che tutto ciò alzi la posta in gioco. Abbiamo sfide ed obiettivi che si impongono con urgenza. Chi spinge per uno scontro di civiltà, uomo contro uomo, va sconfessato subito. La soluzione è creare reti e rimettere la persona al centro di tutto. Il Mediterraneo non può essere considerato solo come un problema da gestire, un cimitero dove morire, ma deve porci davanti nuove sfide. Prima, fra tutte, è creare delle vie sicure di accesso all’Europa. Tanto i numeri ci confermano che le persone arrivano lo stesso, rischiando e morendo; ricordiamoci sempre che le migrazioni sono parte integrante di tutti i popoli e culture. Ma qui cambiare prospettiva vuol dire difendere la vita di queste persone più delle stesse frontiere».

Più cultura della partecipazione

Gli attentati di Parigi insieme alle altre manifestazioni fondamentaliste rischiano di diventare il pretesto per alzare muri e chiudersi all’interno dei propri confini geografici. Ma, come spiega il giurista Giovanni Maria Flick, «questo serve solo ad alimentare la “fabbrica della paura”. E lo testimoniano le prime parole che sono state pronunciate subito dopo gli attentati ovvero “guerra” e “chiusura delle frontiere”. Ciò non vuol dire mettere in atto meno controlli, anzi! Ma occorre conoscere la storia dei migranti, capire da dove vengono e dove vogliono andare. Se no continueremo a coltivare l’illusione in chi parte di trovare da noi il “paradiso” e in chi accoglie di mettersi in casa dei criminali. Coltivare la cultura non dell’appartenenza ma della partecipazione. Salvare, accogliere e integrare è una sequenza che non possiamo svincolare».

(La foto in alto è di Giorgio Marota)

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

Dopo la laurea in scienze della comunicazione sociale e una specializzazione in giornalismo ho mosso i primi passi nel Terzo settore. Oggi mi occupo di Digital Fundraising e comunicazione per le organizzazioni nonprofit. Sono giornalista pubblicista con diverse collaborazioni periodiche su temi sociali

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