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DOPO L’EMERGENZA. LA VITA ASSOCIATIVA SI PUÒ FARE A DISTANZA?

DOPO L’EMERGENZA. LA VITA ASSOCIATIVA SI PUÒ FARE A DISTANZA?

Da un'indagine francese le proposte per l'aggregazione, la partecipazione,il coinvolgimento dei cittadini nel tempo del Covid 19

Questo testo è un estratto dall’articolo “Rebus Aggregazione” di Silvia Cannonieri, Francesco D’Angella, Lorena Moretti, Claudia Ponti, Alessandro Seminati, pubblicato sull’ultimo numero di VDossier. Il testo integrale si può scaricare qui

Non è un’impresa semplice riflettere sull’aggregazione nell’epoca che ha coniato il termine “distanziamento sociale”, che pur preferiamo definire fisico, in una fase di grande incertezza globale nella quale molte organizzazioni del Terzo settore si stanno interrogando su come ripartire e poter ricostruire una dimensione di socialità.  Interrogarsi oggi su come è cambiata l’aggregazione significa toccare una pluralità di aspetti della vita associativa, tanto fisici quanto relazionali, che spaziano dai luoghi dello stare insieme, alle opportunità di fare assieme.

Ripensare i luoghi di aggregazione

Sono le attività associative di natura ricreativa e aggregativa quelle maggiormente penalizzate durante l’emergenza. Lo evidenzia un’indagine condotta durante il lockdown dai Centri di  servizio per il volontariato attraverso un questionario elaborato dalla rete nazionale CSVnet. Da Nord a Sud della penisola, i dati raccolti da molti CSV italiani restituiscono la fotografia di una consistente fetta di volontariato che non si è fermato, ma che ha dovuto ripensare molte delle proprie attività e lasciare indietro prevalentemente quelle che creano socialità […].

 

La copertina dell’ultimo numero di VDossier

Anche il Terzo settore d’oltralpe è stato travolto dalla crisi e questo ha spinto un gruppo di organizzazioni ombrello a  condurre una ricerca di livello nazionale per mettere in luce l’impatto tanto umano quanto economico della pandemia sul mondo associativo. Un’indagine condotta in tre fasi: durante il lockdown, subito al termine e a un paio di mesi dalla fine del confinamento […]. I dati sinora rilasciati restituiscono uno spaccato molto vicino al nostro, corredato da alcuni spunti di riflessione. Sul suolo francese, l’89% degli enti ha avuto difficoltà a continuare le proprie attività, ed è riuscita a mantenere meno del 20% di quelle ordinarie. Le organizzazioni più piccole e quelle operanti in ambito sportivo sono state le più colpite. Sport, educazione e cultura sono inoltre gli ambiti in  cui persistono maggiori incertezze sul futuro e sui tempi di ripresa delle attività. L’indagine evidenzia anche l’interruzione degli eventi in calendario nel primo semestre dell’anno: il 90% delle associazioni ha dovuto annullare tutte le iniziative di ambito ricreativo, sociale, culturale e sportivo che, oltre ad avere una forte valenza di socialità, rappresentano occasioni di raccolta fondi, coinvolgimento di nuovi volontari, incontro con la cittadinanza e visibilità sul territorio.

Tra le maggiori preoccupazioni sulla ripresa delle attività spiccano quelle di natura strutturale, legate al rispetto delle misure di distanziamento fisico e alla conseguente necessità di riadattare gli spazi. Un problema che si pone in particolar modo guardando all’autunno, quando si tornerà in spazi chiusi e con la minaccia di una seconda ondata di contagi, e che potrebbe richiedere un grande sforzo tanto progettuale quanto economico da parte degli enti. Un tema caldo anche in Italia.

Ripensare le attività

Secondo quanto sostenuto in un seminario di CSVnet sul tema “Volontariato e sicurezza” da Marco Livia di Acli nazionali, as-sociazione che ha nei circoli territoriali la sua linfa vitale, sarà fondamentale ripensare le attività per mantenere viva la socialità anche in epoca di  distanziamento fisico. La  sfida  è  quella di riqualificare la socialità uscendo dalla sola dimensione fisica della sede o del circolo e  ampliando il campo d’azione a  tutta la comunità: «Molti spazi», afferma Livia «nascono per essere luoghi di socialità e di comunità per cui il distanziamento deve essere solo fisico, se le attività vengono svolte solo all’interno, ma in un’ottica di riprogettazione e con un’apertura al territorio lo spazio fisico del circolo o dell’associazione può moltiplicarsi a dismisura». Per non farsi cogliere impreparate domani, molte organizzazioni e reti associative si stanno interrogando oggi su come ripensare le proprie attività per conciliare la realizzazione degli obiettivi di socialità con le attenzioni sanitarie.

Rilanciare la partecipazione

Aggregarsi, riunirsi e fare insieme rappresentano quell’essenza dell’associazionismo che nei mesi di emergenza sanitaria è rimasta sospesa, mettendo talvolta in crisi la stessa vita associativa negli enti. Sempre l’indagine francese evidenzia che il 57% degli enti associativi ha dovuto rivedere le proprie modalità interne di funzionamento, avvalendosi di strumenti digitali per mantenere le relazioni a distanza (34%) e mettendo in campo nuove pratiche organizzative e di governance (23%) nonché di relazione con i propri soci/beneficiari (23%). Un vero e proprio sforzo organizzativo, volto a preservare anche a distanza il cuore pulsante della vita associativa, oltre che i servizi stessi. Il recupero della dimen- sione relazionale si colloca al secondo posto tra le preoccupazioni per la ripartenza, in particolare riguardo la ripresa delle relazioni con i propri aderenti (45%), la riattivazione dei volontari (37%) e la necessità di coinvolgere nuovi volontari (23%) dal momento che molti degli storici non potranno riprendere le proprie attività (13%). Il mondo associativo si è dovuto confrontare anche con una crisi di governance interna che ha impattato sull’attività degli enti, ma prima ancora sulla natura partecipativa e democratica che dell’associazionismo è dimensione caratterizzante […].

Rafforzare il coinvolgimento dei cittadini

Oltre a dover ritessere le relazioni intra-associative, le organizzazioni si confrontano oggi con la  necessità di  rinsaldare i  legami  tra gli aderenti e con/tra i volontari che sono la loro forza vitale.

 

senza dimora a Roma
Volontari della Comunità di Sant’Egidio

Nei mesi appena trascorsi, molti volontari hanno dovuto inter-rompere le attività per diverse ragioni, altri cittadini si sono resi disponibili ad aiutare attraverso azioni di vicinato o  rispondendo alle chiamate dei Comuni e delle associazioni, ma abbiamo assistito a uno squilibrio tra domanda e offerta di volontariato: a fronte della disponibilità di molti cittadini volenterosi, vi sono state poche occasioni di inclusione di  nuovi  volontari  da  parte del volontariato organizzato, anche laddove siano state attivate azioni in risposta all’emergenza Covid-19.

Non sono pochi i Comuni che, insieme alla Protezione Civile, hanno gestito direttamente i cittadini volenterosi […].

Accogliere nuovi volontari significa infatti costruire un patto associativo che richiede conoscenza reciproca, adesione alla causa e costruzione delle condizioni per una relazione chiara e duratura, un processo poco compatibile con la situazione emergenziale e in continuo divenire cui le associazioni hanno dovuto confrontarsi.

Per questa ragione, se da un lato si è confermata la grande capacità di mobilitare i volontari già attivi o le persone vicine, dall’altro il coinvolgimento di nuovi volontari è stato complicato e talvolta ingestibile. Secondo l’analisi effettuata oltralpe, uno dei temi sui quali è importante che il mondo associativo oggi si interroghi riguarda il mantenimento della sua funzione di aggregazione di tutti quei cittadini desiderosi di impegnarsi in attività di volontariato, in particolare coloro che in questi mesi hanno dimostrato disponibilità a rimboccarsi le maniche. Un interrogativo al quale il documento prodotto da France Bénévolat prova a dare risposta, individuando tre piste d’azione che facciano tesoro degli apprendimenti maturati in questi mesi e inneschino dei circuiti virtuosi:

  1. Diversificare le modalità di coinvolgimento. La difficoltà di far fronte al turn over di volontari e in particolare alla sostituzione temporanea di coloro che per questioni anagrafiche o di salute non hanno potuto svolgere le attività, amplifica un dibattito da anni presente nel mondo associativo tradizionale, ovvero quello della flessibilità delle modalità di ingaggio dei volontari. Diversi   studi   hanno   evidenziato    come    le    motivazioni dei  volontari,  le  loro  disponibilità  di  tempo  e  moda lità di  mettersi  a  servizio  si  siano  modificate  negli  anni.  È quindi importante per il mondo associativo comprendere a fondo la nuova geografia dell’impegno volontario e costruire delle proposte di ingaggio diversificate, più vicine ai tempi e agli stili di vita delle persone […].
  2. Rafforzare l’intermediazione. Ripensare le pratiche di coinvolgimento dei volontari è un impegno cui spesso le associazioni faticano a  dedicare  tempo  e  costanza  per-  ché concentrate  sull’operatività.  Può  quindi  essere  utile un soggetto terzo che accompagni  le  organizzazioni  in  un processo di analisi  e  rilettura  delle  opportunità  e  delle modalità di ingaggio dei nuovi  volontari, per  aumentare  la loro capacità di essere attrattive, accoglienti. Secondo l’analisi di France Bénévolat, le attività di interme- diazione tra domanda e offerta di volontariato andrebbero potenziate in una prospettiva non solo di matching, ma so- prattutto di facilitazione e accompagnamento. Per i Centri di Servizio per il volontariato questa potrebbe essere una pista da rafforzare nella fase di ripartenza post-covid.
  3. Favorire lo  scambio  intergenerazionale  nelle  pratiche  associative. Le misure sanitarie messe  in  campo  dalle  autorità per far fronte alla crisi e, in  alcune zone,  la  scomparsa di una generazione di volontari che per anni ha tenuto in vita circoli e  sedi  associative,   richiama   una   intensa   riflessione sul passaggio  di  testimone  e il  ricambio  generazionale.  […]. Una possibile strada potrebbe essere quella di rafforzare le pratiche di mentoring, affiancamento, corresponsabilità, condivisione di competenze tra generazioni per immaginare insieme un nuovo modo di interpretare e agire la propria funzione nei territori.

 

Rafforzare  la cooperazione nei territori

Un altro aspetto che la crisi sanitaria ha messo sotto i  riflettori è  la centralità della cooperazione tra soggetti diversi nei territori per lo sviluppo di comunità solidali e cittadini attivi. Anche in Italia abbiamo visto verificarsi quanto evidenziato dall’indagine francese: i territori più resilienti sono stati quelli in cui si sono sperimentate maggiormente delle buone pratiche di cooperazione territoriale con il coinvolgimento delle associazioni. E sono state tanto più efficaci quanto più capaci di aggregare un ampio ventaglio di soggetti locali: comunità, amministrazioni, imprese. Senza lasciare fuori le iniziative spontanee nate dai cittadini e le solidarietà di vicinato.

Provando a tratteggiare delle priorità per la ripartenza, il documento francese sottolinea l’importanza di rafforzare e sviluppare azioni di animazione territoriale volte ad accompagnare il mondo associativo e gli altri attori del territorio a mettere a fattor comu- ne e dare continuità a queste dinamiche cooperative […].

Uno dei compiti dei Centri di servizio per il volontariato oggi può quindi essere quello di rinarrare l’azione e il rapporto tra le persone dell’atto della solidarietà per provare a rappresentare spunti per una nuova trama di partecipazione e di appartenenza, come luoghi in cui si possono ridefinire parti e pezzi della propria individualità e della propria socialità. In uno scenario complesso e incerto troviamo quindi fattori di speranza che risiedono prima di tutto nelle persone: disponibilità a rimboccarsi le maniche e cittadini che si mettono insieme non solo per finalità di mutuo aiuto, ma attorno a  valori  di solidarietà e coesione […].

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