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emergenza casa a Roma

EMERGENZA CASA A ROMA: CHI DEVE AFFRONTARLA E COME

EMERGENZA CASA A ROMA: CHI DEVE AFFRONTARLA E COME

Per italiani e immigrati il problema è lo stesso: ci vogliono 10 anni per una casa popolare. Intervista con Lorenzo Chialastri della Caritas di Roma.

A due mesi da quel tragico 24 agosto che vide decine di rifugiati venire allontanati con la forza da uno stabile del centro di Roma, l’emergenza casa a Roma sembra non aver ancora ottenuto alcuna risposta. Gli ultimi dati dell’Unione Inquilini di Roma ci dicono che più di 10.000 famiglie sono in attesa di un alloggio popolare, mentre il Comune ne riesce ad assegnare solo 500 all’anno. I tempi di attesa all’interno delle graduatorie superano anche i 10 anni innescando, inevitabilmente, meccanismi illeciti. Nel frattempo, all’interno dei quartieri ghettizzati dai clan e poco integrati, infiammano gli scontri tra italiani e immigrati. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Chialastri, responsabile area immigrati Caritas di Roma.

 

sgomberodei migranti a Piazza indipendenza
Roma, lo sgombero di Via Curtatone (Foto G. Marota)

 A due mesi dal violento sgombero di via Curtatone a che punto è l’emergenza casa a Roma?
«In questo momento non c’è nessuno che stia ipotizzando una formula di stabilità abitativa per le persone in difficoltà. È stato accolto l’invito del ministro Minniti di mappare e identificare gli edifici sfitti o da ristrutturare, ma questo non basta».

 

Nei prossimi mesi sono in calendario altri sgomberi di immobili occupati abusivamente. Cosa accadrà?
«Rispettare la legge è importante, soprattutto quando c’è un proprietario che rivendica con una sentenza del giudice un suo immobile (come avvenuto per il palazzo di via Curtatone). Ciò che va cambiato sono le modalità con cui famiglie e bambini vengono invitate a lasciare le case. Qui non possiamo appellarci solo alla legalità, ma anche ad un senso di umanità e accompagnamento di queste persone, che dal giorno alla notte si ritrovano per strada. Il Comune, insieme agli altri attori, hanno il compito di lavorare 6-7 mesi prima di un sgombero, così da presentare soluzioni alternative».

 

Che tipo di soluzioni?
«Ad esempio delle case temporanee fuori dalla città. Nell’hinterland romano esistono tanti piccoli paesini disabitati, con case che potrebbero essere ristrutturate e messe a disposizione per attutire le emergenze scaturite dagli sfratti. Ma in ogni caso entro due anni deve essere data risposta a queste persone, se no accadrà che questa situazione temporanea si trasformerà in occupazione».

 

Chi dovrebbe mettere nero su bianco questi interventi?
«Tutti gli attori di questa emergenza: il Comune, la Regione, i municipi e anche le associazioni. Queste ultime è importante che partecipino ai tavoli decisionali, perché senza i loro interventi di integrazione nei territori, tra la gente, potrebbero generarsi conflitti e scontri come sta avvenendo in molti quartieri difficili di Roma».

 

emergenza casa a Roma
Gli immigrati vivono una condizione di svantaggio, perché non hanno una famiglia alle spalle

Si riferisce ai quartieri dove le case vengono assegnate (dietro pagamento) dai clan malavitosi?
«Esattamente e il non dare risposte immediate a coloro che legittimamente si mettono in graduatoria non fa altro che generare altra illegalità. Una famiglia è impensabile che aspetti una casa per 10 anni, perché nel frattempo i figli crescono, devono andare a scuola…»

 

Ad alzare la tensione sono stati anche alcuni movimenti nazionalisti infiltrati durante gli sgomberi…
«Difendere l’italiano abusivo e ostacolare l’immigrato, che ha ottenuto regolarmente un appartamento, è solo un modo per prendere voti. Ma in questo momento il problema riguarda tutti, italiani e stranieri accomunati da un diritto che gli va riconosciuto».

 

Perché i rifugiati sono più vulnerabili?
«Per un italiano medio (anche in situazione di difficoltà) la famiglia è un buon punto di riferimento, di rinforzo. Il rifugiato non ha famiglia né una rete sociale costruita alla quale appellarsi. Ecco perché gli idranti su Piazza Indipendenza hanno pesato molto sull’opinione pubblica».

 

E i fondi che questo Governo ha stanziato per la crisi migratoria?
«Parliamo ancora di piccoli progetti ministeriali che la nostra e altre associazioni portano avanti con fatica. Ciò che manca è un progetto consolidato che abbia alla base un piano di integrazione molto più forte».

 

In questo momento di emergenza casa a Roma è possibile sperare in qualche soluzione concreta?
«Ci sono molte probabilità (almeno ce lo auguriamo) che la nuova legge finanziaria includa anche un reddito minimo per alcune di queste famiglie. L’Alleanza contro la povertà  (alla quale partecipa pure Caritas) sta spingendo molto per ottenere questi fondi dal Governo attuale. Non è certo la soluzione alla crisi ma un piccolo sostegno concreto a chi ne ha bisogno».

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Ermanno Giuca
Ermanno Giuca

27 anni, laureato in scienze della comunicazione sociale. Ho collaborato come redattore e video-maker con diverse realtà non-profit tra cui la FIDAS (Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue) e "Salesiani per il sociale" in cui attualmente curo la comunicazione web

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