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LENTEZZA: PERDERE TEMPO PER GUADAGNARE TEMPO

LENTEZZA: PERDERE TEMPO PER GUADAGNARE TEMPO

Una cassetta degli attrezzi per imparare a “perdere tempo” insieme a bambini e ragazzi. È il quaderno di Comune-info, per imparare la lentezza e l'ascolto

«Mamma gli insegnanti ci dicono sempre che dobbiamo sbrigarci, che non possiamo perdere tempo perché dobbiamo andare avanti. Ma mamma, dove dobbiamo andare? Ma avanti dove?» domanda una bambina a sua madre, nel libro “La pedagogia della lumaca” di Gianfranco Zavalloni. Parole, quelle della bambina, in cui è facile riconoscere la nostra società, divorata da una fretta di cui persino la scuola ormai è diventata prigioniera, tanto da mettere a rischio i tempi lunghi dell’apprendimento. Comune-info ci invita a riflettere su questo tema, con il quaderno “Ci vuole il tempo che ci vuole. Imparare a perdere tempo, una raccolta di articoli pubblicati negli ultimi anni sul sito d’informazione, che può rivelarsi molto utile leggere all’inizio di questo anno scolastico. L’obiettivo del quaderno è quello di offrire una cassetta degli attrezzi a insegnanti, educatori, genitori e a chiunque voglia ragionare sull’opportunità di “perdere tempo”, di imparare a farlo insieme a bambini e ragazzi. A scrivere sono sociologi, insegnanti, pedagogisti ed educatori, che prestano le loro competenze per restituire valore all’esercizio della contemplazione, della riflessione, dell’incontro con se stessi e con gli altri, possibili solamente attraverso l’ascolto del nostro tempo interno, soggettivo. Il quaderno è diviso in tre parti: nella prima, “Gridare”, gli autori ragionano sul perché  la nostra società abbia iniziato ad andare di fretta; nella seconda, “Pensare”, si esplora come i più piccoli vivano il tempo, in che modo manifestino il loro bisogno di rallentare; nella terza, “Fare”, vengono raccontati i percorsi di maestre e maestri che hanno smesso di correre.

Il tempo è denaro

Lo sappiamo bene: la nostra è l’epoca della fretta, tutti viviamo l’esperienza del tempo che manca. Abbiamo gli strumenti per correre sempre più veloci, eppure la sensazione è che le ore a nostra disposizione non siano mai abbastanza.

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La fretta corrode l’intensità di ogni esperienza

Quindi occorre darsi da fare, mantenere un certo ritmo, così che ogni minuto possa essere riempito, messo a frutto, utilizzato: «questo è il tempo che governa il mondo organizzato dalla produttività. Il tempo del capitalismo», si legge nel quaderno di Comune-info.  Per ottimizzare il nostro tempo, poi, volenti o nolenti ci votiamo al multitasking: «se si è alle prese con una cosa sola, si avverte una specie di senso di colpa», scrive Paolo Mottana, docente di Filosofia dell’educazione, «siamo tutti arruolati nell’esercito del superfare, del plurifare, al contempo guidare, comunicare al cellulare e programmare la spesa. Oppure leggere e ascoltare la musica, più magari cucinare. O anche, studiare, guardare la tv e chattare. (…) È fin troppo facile e banale osservare quanto ciò corroda l’intensità di qualsiasi esperienza».

La scuola e l’orologio

Come parte integrante della nostra società, anche la scuola vive l’“angoscia del tempo”. Le attività proposte seguono sempre più spesso ritmi concitati, che mettono a rischio la capacità dei bambini di fermarsi a riflettere.

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Se lasciati liberi, i bambini sanno coltivare il loro tempo, quello del gioco e dell’immaginazione. Sta alla scuola incoraggiarli

«Sembra che anche a scuola oggi si voglia sempre “arrivare da qualche parte”, e arrivare in fretta», scrive l’insegnante Emilia De Rienzo. «Sembra che sia importante arrivare per primi, che si debbano valorizzare quelli che sanno fare tutto velocemente e che gli altri, che camminano sulla stessa strada ma più lentamente, siano solo di intralcio a chi deve perseguire la sua meta, o meglio la meta che altri hanno deciso per lui. Sembra che rallenti la corsa intrapresa anche fermarsi a dialogare, a verificare se qualcuno non si è perso, a rispettare ogni diversità nella sua peculiarità». Nel quaderno di Comune-info l’istituzione scolastica assume le sembianze di un’«enorme macchina di regolazione e di dissipazione del tempo dei giovani», che viene riempito, impiegato, sottoposto al principio di prestazione, consumato.
Non solo gli insegnanti, perfino i genitori tendono a sottoporre i figli ad un eccessivo carico di attività dopo l’impegno scolastico, con corsi pomeridiani di ogni genere, che sottraggono ai bambini il tempo del gioco con gli amici e quello dell’“ozio creativo”. Eppure, i bambini più degli adulti sono in grado di resistere, di non adeguarsi a questo tempo che ci ingoia: «i bambini si trovano ogni tanto raggomitolati nella loro immaginazione, persi nell’osservare qualcosa che agli adulti può sembrare assurdo», scrivono la psicologa Silvia Funaro e il sociologo Roberto Latella. Se lasciati liberi, i bambini si dimostrano capaci di coltivare il loro tempo, quello del gioco, della fantasia e della creatività. Alla scuola spetta il compito di incoraggiarli e sostenerli lungo questo percorso.

Lentezza ed educazione all’ascolto

Se è vero che la nostra è l’epoca della fretta, allora almeno a scuola i bambini dovrebbero rallentare, imparare a fare le cose con il loro tempo, con lentezza. La scuola dovrebbe rappresentare il luogo dove poter coltivare l’attesa, mentre fuori tutti corrono.

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Rallentando si riesce ad ascoltare meglio, se stessi e gli altri

D’altronde, è la pratica educativa stessa ad avere bisogno dei tempi lunghi della riflessione, dell’osservazione e dell’auto-osservazione. «Rallentando è possibile vedere le cose da un altro punto di vista», scrivono Funaro e Latella, «rallentando non ci si perde nessuno (o è più difficile farlo), rallentando è più facile praticare per l’educatore e l’educando la cura del sé nella relazione che è alla base di un processo di crescita. A bassa velocità si ascolta meglio l’altro. Ma la cosa più sorprendente (…) è che perdendo tempo si guadagna tempo, si usa meglio il tempo, si sceglie meglio la strada, si motivano i viaggiatori e paradossalmente alla fine si va più lontani». A fare la differenza, in questo percorso, sono gli educatori e le educatrici, i maestri e le maestre: insegnare vuol dire non soltanto fornire nozioni teoriche, ma diventare vere e proprie “guide” per i bambini e per i ragazzi, trasmettere loro i valori del rispetto e della solidarietà, prima ancora dei contenuti didattici, «perché la società ha bisogno prima di tutto di esseri umani». Gli educatori, insomma, devono essere in grado, come i bambini, di “perdere tempo”, per dedicarlo prima di tutto all’ascolto. È questa la parola che si ricorre più di frequente  negli articoli raccolti: ascolto, lo strumento che per primo consente di praticare l’arte del dialogo, della conoscenza dell’altro e quindi della crescita personale.

L’appello delle emozioni

Nella cassetta degli attrezzi che Comune-info propone ai suoi lettori, si trova uno spunto interessante offerto da Anna Foggia Gallucci, la maestra e sociologa che da diversi anni apre le sue lezioni con l’Appello delle emozioni.

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Per comprendere le proprie emozioni e quelle degli altri serve tempo. Un tempo autogestito

«Si tratta di un piccolo rito, per restituirci un tempo che sembra sempre mancare, correre veloce, sempre più spesso ignorandoci». Durante l’appello delle emozioni, ogni bambino sceglie una parola per descrivere come si sente: “sono Francesco e mi sento sereno”, “sono Eva e mi sento gioiosa”, “sono Simone e mi sento preoccupato” un gioco, questo, che diventa un punto di partenza per il riconoscimento e la condivisione del proprio stato d’animo, per l’ascolto e la comprensione di quello degli altri, per vivere insieme la gioia e superare insieme le difficoltà. L’obiettivo è quello di valorizzare e garantire l’educazione alle emozioni, formare le donne e gli uomini del futuro, capaci di riconoscere il disagio e affrontarlo, di gestire i conflitti distinguendoli dalla violenza, di vivere una condizione di benessere grazie alla propria crescita personale e sociale. Tutto questo, però, richiede tempo. Lentezza. Prendendo spunto dal pensiero di Bergson, il docente di filosofia Filippo Trasatti scrive: «abbiamo bisogno di tempo per essere felici, ma di un tempo che non sia regolato da altri, un tempo nostro, autogestito, in cui si sente fortemente dentro di sé il senso di libertà».

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Isadora Casadonte
Isadora Casadonte

Mentre studia giornalismo all'università, conosce il mondo del non profit e dell'attivismo civico. Si specializza in comunicazione alla Sole 24 Ore Business School e inizia a lavorare nel settore dei media digitali. Oggi si occupa di crowdfunding: sviluppa strategie di engagement per le aziende e affianca le ONP nelle campagne di raccolta fondi online.

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