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migranti e social network

I MIGRANTI HANNO BISOGNO DEI SOCIAL NETWORK. PER IL VIAGGIO E PER L’INTEGRAZIONE

I MIGRANTI HANNO BISOGNO DEI SOCIAL NETWORK. PER IL VIAGGIO E PER L’INTEGRAZIONE

Save the Children e Medici Senza Frontiere raccontano il loro lavoro sui social. Ed è in arrivo una nuova app, Hi Here

Negli ultimi anni, i social network sono diventati uno strumento molto efficace, per sensibilizzare il popolo della rete sul tema dell’immigrazione. Attraverso la condivisione di foto, video e racconti del lungo cammino intrapreso dai migranti per raggiungere l’Europa, Organizzazioni non governative come Medici Senza Frontiere e Save the Children sono riuscite a tenere alto l’interesse del pubblico sugli sbarchi, a garantire un’informazione corretta e aggiornata, a incoraggiare sentimenti di empatia e solidarietà nei confronti dei migranti.

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Del rapporto tra migranti e social network si è discusso durante la Social Media Week di Roma

Inoltre, le funzioni dei maggiori social network potrebbero diventare, presto, uno strumento utile per migliorare l’integrazione tra rifugiati e comunità ospitanti. Da dicembre 2016, infatti, sarà disponibile per Android l’applicazione HI HERE, che permetterà ai rifugiati di connettersi, raccontare la vita nei Centri d’Accoglienza e raccogliere informazioni sul diritto di asilo e sui servizi locali di assistenza. Di questi temi hanno discusso Luca Visone (Responsabile Digital Unit Medici Senza Frontiere), Lorenzo Catapano (Responsabile Digital Media Save the Children) e Jacopo Franchi (Responsabile comunicazione HI HERE), durante l’incontro “Migranti e social media” del 15 settembre alla Casa del Cinema, nel corso della Social Media Week di Roma.

Le storie di migranti e social network

«Nel campo della comunicazione, il primo passo da compiere è quello di restituire ai migranti la loro umanità, dare loro un volto, fare in modo che non siano più solamente dei numeri», hanno spiegato Luca Visone e Lorenzo Catapano «ecco perché ci impegniamo a raccontare le loro storie». Medici Senza Frontiere e Save the Children, nel campo della comunicazione, dimostrano di perseguire obiettivi comuni.
Presenti sui social network ormai da tempo, le due Ong sanno bene quanto sia importante raggiungere gli utenti con contenuti mirati, in grado di entrare nel vivo della condizione vissuta dal migrante.  In questa direzione muovono i video, che mostrano da vicino le operazioni di soccorso nel Mediterraneo, oppure le immagini, dotate di grande forza comunicativa, realizzate attraverso precise scelte grafiche. Per raccontare l’esperienza di chi è riuscito (o ancora tenta) di raggiungere l’Europa, ad ogni modo, diventa fondamentale ricorrere alle tecniche dello storytelling.

Il viaggio di Bereket

Parlando di migranti e social network, l’uso dello storytelling emerge, ad esempio, nel progetto “Il viaggio di Bereket”, lanciato nel 2014 da Save the Children, con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico sui rischi cui vanno incontro migliaia di bambini migranti, durante la fuga da guerre e povertà.

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Bereket è un personaggio inventato che ogni giorno racconta su facebook il suo viaggio

Bereket è un ragazzo eritreo di 15 anni, che da solo, senza soldi né documenti, decide di raggiungere la Germania, per sfuggire alla condizione di bambino soldato. Attraverso il suo profilo Facebook, Bereket ogni giorno racconta una tappa del suo viaggio, dall’Eritrea fino ad Amburgo, passando per le carceri libiche. Ciò che va precisato, però, è che Bereket non è un ragazzo reale, ma un personaggio inventato, creato da Save the Children a partire dalle testimonianze di minori migranti, raccolte dall’Organizzazione nel corso degli anni. I post condivisi quotidianamente da Bereket sono stati quindi realizzati scegliendo con cura il linguaggio da utilizzare e ricorrendo a diverse foto di repertorio, oltre che a video girati appositamente per il progetto.
La community, che ha seguito i post di Bereket su Facebook, era consapevole che si trattasse di un personaggio ideato dalla Ong. Eppure, questo non ha impedito agli utenti di appassionarsi al viaggio del ragazzo, fino a manifestare (attraverso i commenti) solidarietà ed empatia. Non solo: in molti hanno iniziato ad interessarsi alla condizione dei minori in Eritrea e a fare domande sulla permanenza dei migranti nelle carceri libiche. «Anche i commenti negativi si sono rivelati utili», ha detto Lorenzo Catapano, «perché hanno permesso di accendere dibattiti attorno al tema dell’immigrazione. Possiamo considerare questo progetto un esperimento riuscito».

Milioni di passi

Come “Il viaggio di Bereket”, anche la campagna “Milioni di passi”, lanciata nel 2015 da Medici Senza Frontiere, ha inteso sensibilizzare il pubblico sul tema dell’immigrazione. Nata per raccontare «i volti e le storie di chi è costretto a fuggire per salvarsi la vita», la campagna si è diffusa sui social network grazie all’immediatezza del simbolo scelto per rappresentarla: le scarpe logore, immortalate dalla fotografa americana Shannon Jensen, appartenute ai rifugiati sudanesi che nel 2012 riempivano i campi profughi della zona del Nilo Blu. «Quelle calzature, sformate e distrutte, intendevano restituire l’idea di un viaggio lungo e carico di sofferenze, intrapreso per fuggire dalla guerra», ha spiegato Luca Visone. Le scarpe, con tutta la loro carica simbolica, hanno permesso quindi di toccare con mano il dolore, vissuto da chi le aveva indossate (come accade nel video realizzato per la campagna).

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Milioni di passi è la campagna di Medici Senza Frontiere per raccontare le storie dei richiedenti asilo

Per innescare il processo di immedesimazione, utile a comprendere la condizione di un migrante, Medici Senza Frontiere ha compiuto però un passo ulteriore, ricorrendo alla realtà virtuale. L’Organizzazione, infatti, quest’anno ha lanciato l’iniziativa #Milionidipassi Experience: un tour multimediale ed esperienziale, con diverse tappe in giro per l’Italia, che consente ai partecipanti di vestire i panni di un migrante. Indossando dei visori di ultima generazione, infatti, è possibile vivere un’esperienza virtuale a 360 gradi, che proietta lo spettatore nelle condizioni di chi viaggia via terra e via mare, dalla Siria alla Grecia, lungo i Balcani e nelle baracche fatiscenti dei campi profughi del Sud Sudan.

Una App per i rifugiati

Cambiando prospettiva, a proposito di migranti e social network, potremmo domandarci quale sia il rapporto tra migranti e social network. «Quando arrivano nei Paesi europei, i migranti sono quasi tutti dotati di smartphone», ha detto Jacopo Franchi. «Questo strumento sta diventando un compagno di viaggio essenziale, perché serve ad orientarsi, a ricevere informazioni, a contattare chi consentirà il passaggio alla frontiera».
Per i migranti, i primi canali di accesso ad internet sono i social network, in particolare Twitter, per avere notizie in tempo reale, e Snapchat, il servizio di messaggistica istantanea che consente di scambiare informazioni senza lasciare traccia. In moltissimi utilizzano Facebook, soprattutto per pianificare il viaggio verso l’Europa: spesso infatti, abbiamo sentito parlare di questa piattaforma come di una “vetrina”, utilizzata dai trafficanti per adescare i “passeggeri” da caricare sui barconi.

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HI-Here è l’app che permette ai migranti di connettersi e scambiarsi informazioni

«Nonostante i rifugiati utilizzino molto i social network, una volta giunti nei Paesi ospitanti, non sempre riescono a servirsene per integrarsi e far sentire la propria voce», ha detto Jacopo Franchi. «Per questo motivo è nata HI HERE, la App che permette ai rifugiati di connettersi, condividere la propria storia e raccogliere informazioni sul diritto di asilo e sui servizi locali di accoglienza. L’obiettivo che ci prefiggiamo è quello dell’integrazione». HI HERE nasce dalla collaborazione tra Martina Manara e Caterina Pedò, che hanno lavorato a stretto contatto con un team composto da giovani laureati, provenienti da diversi Paesi europei.
L’applicazione sarà disponibile per Android in 5 lingue (italiano, inglese, francese, arabo e farsi) a partire dal prossimo dicembre e consentirà di accedere alle funzioni tipiche di un social network. Ogni utente infatti potrà creare un profilo personale, raccontare la propria storia ed entrare in contatto con gli altri rifugiati iscritti alla piattaforma. Attraverso la App sarà possibile esprimere una valutazione sui Centri d’accoglienza, valorizzando le buone pratiche e denunciando i casi di cattivo funzionamento. Gli utenti, inoltre, potranno accedere alle informazioni che riguardano l’assistenza legale o i corsi di italiano, instaurando un contatto diretto con le Ong diffuse sul territorio. Anche le Ong, infatti, avranno a disposizione una bacheca, dove offrire il proprio aiuto e postare annunci di eventi.
HI HERE, quindi, intende attribuire ai rifugiati un ruolo attivo nel sistema dell’accoglienza: ciò che viene offerto è l’accesso diretto ai servizi, l’opportunità di esprimersi e di raccontarsi, ma soprattutto la possibilità di entrare a far parte di una rete, fino a creare un legame con la comunità ospitante.

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Isadora Casadonte
Isadora Casadonte

Mentre studia giornalismo all'università, conosce il mondo del non profit e dell'attivismo civico. Si specializza in comunicazione alla Sole 24 Ore Business School e inizia a lavorare nel settore dei media digitali. Oggi si occupa di crowdfunding: sviluppa strategie di engagement per le aziende e affianca le ONP nelle campagne di raccolta fondi online.

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