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RAMONA E GIULIETTA: SUPERARE I MURI DEL CARCERE CON IL TEATRO

RAMONA E GIULIETTA: SUPERARE I MURI DEL CARCERE CON IL TEATRO

Con il teatro a Rebibbia Femminile le detenute scoprono l'ascolto. La regista, Francesca Tricarico, ci racconta Ramona e Giulietta, in scena il 29 Maggio.

«Sono sei anni che siamo all’interno del Carcere Femminile di Rebibbia, da dieci operiamo nelle carceri», dice Francesca Tricarico, regista dello spettacolo teatrale Ramona e Giulietta, che sarà in scena il 29 maggio. «Lavoriamo con l’associazione Per Ananke, che si occupa di laboratorio e di produzioni teatrali, negli ultimi anni si è dedicata a luoghi come i centri diurni per i disturbi psichici e le carceri, in particolare dal 2013 siamo all’interno di Rebibbia Femminile, abbiamo iniziato nella sezione “Alta Sicurezza” e abbiamo fondato una compagnia che si chiama Le Donne del Muro Alto». Negli ultimi due anni hanno fondato anche una seconda compagnia teatrale che si chiama “Più Voce”, con le detenute comuni. «Si tratta di due sezioni diverse, che presentano caratteristiche diverse: il carcere è un po’ come i quartieri, ci sono delle similitudini ma anche delle profonde differenze a seconda delle sezioni».

 

Ramona e Giulietta
Un’immagine da “Ramona e Giulietta”

RAMONA E GIULIETTA. Il 29 maggio “Le Donne del Muro Alto” porteranno in scena lo spettacolo Ramona e Giulietta – Quando l’amore è un pretesto pubblico, con le detenute comuni, nel Teatro della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, alle ore 15 a Roma in Via Bartolo Longo, 92. Le iscrizioni sono aperte fino al 15 maggio mandando una mail all’indirizzo press.ledonnedelmuroalto@gmail.com.

Un mese fa si è svolto lo spettacolo Il postino, con le detenute della sezione Alta Sicurezza. «Fare teatro in carcere è un’esperienza molto intensa. Quando siamo arrivate sei anni fa all’Alta Sicurezza di Rebibbia Femminile non c’erano molte attività, tranne qualche laboratorio di cucito. L’Alta Sicurezza è una sezione molto più chiusa delle altre, è stato un impatto fortissimo: era come rompere un muro. Da una parte c’era una grande voglia di riscatto, di far sentire la propria voce, dall’altra parte c’era diffidenza», racconta la regista. «Spesso personaggi noti vanno nelle carceri, portano brevi progetti e se ne vanno: prendono la risonanza che il carcere può dare ma fanno “interventi spot”. Quando le detenute hanno capito che eravamo lì per fare un lavoro con loro, che partiva dall’ascolto di quel luogo per dare voce a quel luogo, è iniziata una collaborazione molto produttiva. Venivo dall’esperienza nel Carcere Maschile che è molto più semplice: è più facile per una donna lavorare con gli uomini. Con le donne ci siamo scontrate tanto, ma poi quello che mi hanno dato dal punto di vista umano e artistico è immenso: un’attenzione, una cura del particolare, una voglia di scoprirsi che sono stati incredibili».

 

Ramona e Giulietta
Una scena da “Didone”

L’AMORE TRA DONNE. Per i loro spettacoli, l’associazione Per Ananke e Le Donne del Muro Alto si appoggiano ai testi dei grandi autori, che fanno loro da protezione, sono le loro “stampelle”. Hanno portato in scena Didone, Amleto trasformandolo in L’Amleta, Medea, ma poi riscrivono i testi a modo loro, utilizzando il dialetto, che è la «lingua del nostro cuore, delle nostre emozioni, è ciò che ci identifica, le nostre radici, la nostra storia. Cerchiamo nel testo quello che ci appartiene, le nostre necessità, nello stesso tempo cerchiamo grazie al testo di mettere in luce degli aspetti poco conosciuti. Affrontiamo dei temi che nel carcere diventano cassa di risonanza di quello che succede all’esterno. Quando abbiamo fatto Medea ci siamo occupate del tema del razzismo. Con l’ultimo spettacolo, Ramona e Giulietta, abbiamo deciso di affrontare il tabu dell’amore fra donne. Da quando abbiamo iniziato a lavorare nella sezione delle detenute comuni abbiamo sentito tante volte parlare dell’amore fra donne, tra chi difendeva la libertà di amarsi tra donne in carcere e chi, invece, lo considerava un fatto vergognoso, come uno sfogo del carcere; da qui, è partita l’idea di trasformare in uno spettacolo queste visioni diverse e i commenti che sentivamo in continuazione, affinché le chiacchiere da bar diventassero chiacchiere produttive, per confrontarsi con un tema che è caldo, fuori e dentro il carcere. Le detenute si sono divise tra chi considerava questo spettacolo degno e chi indegno: da questi scontri iniziali sono nati dialoghi importanti a prescindere dallo spettacolo, che si sono poi sparsi a macchia d’olio in tutto il carcere, anche tra le detenute che non partecipavano al laboratorio teatrale. L’argomento dell’amore tra donne ha cominciato ad essere affrontato in un modo molto rispettoso, considerando di più che, dietro al tabù e alle chiacchiere da bar, ci sono delle persone. Il teatro in carcere fa più bene alla società esterna che a quella interna, tutte le necessità e i bisogni che si sentono in carcere non sono altro che i bisogni della società fuori ma resi amplificati e enormi dalla detenzione; il carcere non è altro che la lente di ingrandimento della società, ci permette di vedere qualcosa che accade all’esterno ma in un modo più grande. Quando abbiamo fatto Didone, il primo anno l’abbiamo riscritta concentrandoci sul tema dell’abbandono, su quello che avvertono le donne quando sono in carcere. Ma l’abbandono non riguarda solo i detenuti, quindi abbiamo visto tanti spettatori commuoversi mentre assistevano allo spettacolo perché si rispecchiavano. Anche il tema dell’omosessualità che portiamo in scena il 29 maggio è di grande attualità, vediamo tutti i giorni quello che succede fuori riguardo a questo argomento».

 

Ramona e Giulietta
Un momento del laboratorio teatrale

I LABORATORI TEATRALI. Ogni laboratorio teatrale si svolge, nella fase iniziale, due volte a settimana, poi prima dello spettacolo si intensificano le prove. «Tutto quello che facciamo non avviene in uno spazio comodo, in teatro ad esempio non ci sono le telecamere, quindi non possiamo rivedere quello che proviamo in scena. Facciamo le prove in spazi brutti dal punto di vista teatrale perché sono luoghi piccoli, c’è l’eco. La voglia di raccontarsi e di portare a termine il progetto fa sì che, facendo solo due prove prima di andare in scena, diamo vita sempre ad uno spettacolo che non è a livello amatoriale, ma semi professionale. Le detenute di Alta Sicurezza ormai, dopo cinque anni, sono delle professioniste».

Ogni anno ai laboratori di ogni sezione partecipano tra le 15 e le 20 detenute, ma le richieste sono molto più alte. Per ora i contributi non permettono di allargare il numero delle partecipanti. «La vera tragedia nella commedia sono i contributi. Gli anni non sono tutti uguali. Per due anni siamo stati “Officine di Teatro Sociale” della Regione Lazio, è un sostegno a questo tipo di progetti, ma con una grande pecca: i contributi ti danno il 50% di quello di cui si ha bisogno, se non si trova da soli il restante 50%, viene tolta la parte di contributi offerta. Nel periodo in cui stiamo vivendo, trovare da soli la metà dei contributi è una missione quasi impossibile. Tutti gli anni facciamo raccolta fondi, anche con spettacoli fuori dal carcere, sul nostro sito è possibile sostenerci, abbiamo anche una pagina Facebook Le Donne del Muro Alto. Cerchiamo degli sponsor, ma non riceviamo molte adesioni da parte di enti privati, il tema delle carceri è ancora spigoloso, non vogliono metterci la faccia. Ci rivolgiamo sempre ai bandi pubblici, cerchiamo di fare eventi, i comuni cittadini si spendono molto per questi progetti. Siamo molto dispiaciuti perché nel Lazio ci sono molte resistenze da parte di enti quali banche e fondazioni».

 

“Il teatro è ascolto, cambia il rapporto tra detenute…” (Foto di Danilo Garcia Di Meo)

FAME DI CULTURA E BISOGNO DI ASCOLTARE. «Una volta una detenuta protagonista di uno spettacolo mi ha detto: “Io ti odio, perché mi hai dato un personaggio che ha le mie stesse caratteristiche: è una donna forte, coraggiosa, determinata. Ma lei ha applicato queste qualità per il bene comune, mentre a me hanno insegnato che nessuno muore per nessuno, questi libri mi mettono in crisi, mi fanno vedere che esiste un’altra possibilità di vivere”. La ragazza si è bloccata perché si riconosceva troppo in quelle caratteristiche che lei non aveva utilizzato per il bene comune. Dopo la discussione con lei ho fatto, all’interno della sezione Alta Sicurezza, un dibattito sul significato della parola “bene comune” che non ho mai sentito affrontare in un modo così delicato ed attento, nemmeno nei tanti centri culturali che ho frequentato nella mia vita.

Questi fatti ci fanno capire quanto ci serva la cultura, quanto sia necessario scoprire che esistono anche altri mondi. I detenuti vivono la società nel microcosmo del carcere, con le stesse dinamiche, gli stessi bisogni e le stesse necessità della società esterna ma in un modo amplificato perché sono costretti a vivere in uno spazio ristretto», continua Tricarico. «Loro acquisiscono con coscienza dei loro bisogni, delle loro bassezze e delle loro qualità, ma quando si vive in un ambiente ristretto ogni gesto, ogni parola sono amplificati. Capiscono di essere la lente di ingrandimento della società esterna quando hanno l’opportunità di fare attività che li mettono a confronto con la società stessa. Nello stesso tempo fa tanto bene alle persone fuori venire a vedere i nostri spettacoli: la cultura è un bene primario, in carcere è molto evidente la forza della cultura, si ha veramente fame di cultura».

In carcere non ci si ascolta, si urla. «Il teatro è ascolto, cambia il rapporto tra detenute anche al di fuori del laboratorio teatrale perché acquisiscono lo strumento dell’ascolto, in questi cinque anni anche il loro rapporto con gli agenti di polizia penitenziaria è notevolmente migliorato».

 

“A volte c’è bisogno che qualcuno ti dia modo di far sentire la tua voce per capire che esisti”

SE ESISTI HAI BISOGNO DI VIVERE IN UN MODO MIGLIORE. «Mi ha colpito tantissimo la lettera di una detenuta che ora è in comunità, me l’ha lasciata prima di andare via dal carcere proprio in un periodo in cui accusavo la stanchezza di questo lavoro, ero scoraggiata, non c’erano fondi regionali», confida Francesca Tricarico. «C’era scritto “A volte per aver voglia di cambiare la propria vita c’è bisogno di qualcuno che ti aiuti a ricordare che vali. Il teatro mi ha ricordato che sono una persona che sa leggere, scrivere ma soprattutto che sa far sentire la sua voce. A volte c’è bisogno che qualcuno ti dia modo di far sentire la tua voce per capire che esisti. Se esisti hai bisogno di vivere in un modo migliore. Ho capito che voglio andare in comunità”. Personalmente questa lettera mi ha restituito il valore del mio lavoro, a volte ci si chiede “che senso ha tutto quello che faccio?”, è normale che una persona eticamente corretta abbia dei momenti di crisi. Questa ragazza nella sua lettera fa riferimento alle responsabilità che si hanno, nel momento in cui si esiste, sia verso l’altro sia verso se stessi. Da quel momento abbiamo ricominciamo a mettercela tutta nel nostro progetto, questa testimonianza ci ha dato una motivazione fortissima.

Io non chiedo mai le storie di queste donne, non voglio sapere i reati, voglio lavorare con la persona. Dopo quattro-cinque anni che le frequento a volte mi chiedo “da dove bisogna iniziare affinché non avvenga tutto ciò?”. Una volta una ragazza mi ha chiesto: “qual è la differenza tra fare l’amore e lo stupro?”. Questa domanda mi ha fatto capire la forte mancanza di educazione all’affettività di alcune detenute. Mi ha fatto pensare all’infanzia e alla vita di questa donna che mi diceva di aver sempre sentito parlare di stupro, che mi chiedeva se nella sua vita avesse fatto l’amore o lo stupro. È stata una domanda terribile, mi ha fatto capire ancora di più quanto sia utile portare cultura nelle carceri, che sia teatro, lettura, scrittura.

Fare corsi di cucito o cucina nelle carceri dà una professionalità, che è essenziale e vitale, ma se non diamo alle detenute gli strumenti per affrontare il mondo, quella professionalità finirà nel cestino, perché quando torneranno nella società fuori e dovranno lavorare, non sapranno rapportarsi né con se stesse né con gli altri. Vedere una persona esterna che ti sprona e ti dice che hai delle capacità ti mette in crisi; se le detenute non vedono che possiedono delle risorse, penseranno sempre che possono campare solo in un altro modo, senza sfruttare le proprie risorse. Il teatro dà modo di confrontarsi con la società esterna: va bene scrivere libri e leggere, ma con il teatro si fa un’attività che le mette a confronto, in cui mettono la faccia, la società deve entrare lì dentro al carcere per assistere allo spettacolo.

Una volta, in uno spettacolo sulla Rivoluzione Francese, ho messo in scena una detenuta marocchina che interpretava la parte di una drammaturga che abbandona la Rivoluzione perché, diceva, “scrivete una Costituzione meravigliosa ma non avete il coraggio di applicarla”. Uno spettatore mi ha detto: “in quel monologo finale ho avuto un pugno allo stomaco, tutti i pregiudizi che ho sugli islamici hanno cominciato a vacillare. Da oggi quando guarderò una persona di colore, penserò alle parole di questa ragazza”.
Non cambieremo il mondo con i nostri spettacoli, ma se ogni volta anche un solo spettatore, quando saremo in scena, avrà un pugno allo stomaco per noi sarà una grande vittoria».

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Ilaria Dioguardi
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Laureata in Scienze della Comunicazione, sono una giornalista pubblicista freelance, vivo a Roma. Ho avuto ed ho molte esperienze professionali nel giornalismo, nell’editoria, nel non profit. Le mie passioni: il mio lavoro, la lettura, il nuoto.

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