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SETTE PAROLE PER IL VOLONTARIATO AL TEMPO DEL COVID19

SETTE PAROLE PER IL VOLONTARIATO AL TEMPO DEL COVID19

L'emergenza ha insegnato l'importanza di "essere vicini". Ma è necessario imparare nuovi modi e disimparare vecchi schemi

Questo articolo è tratta dal nuovo numero di “VDossier”, che si intitola “C’è distanza e distanza. Il contagio della solidarietà per creare un mondo nuovo” e che si può scaricare a questo link.

Il progetto “Una rete per proteggere” nasce a Milano per sostenere e potenziare interventi di prossimità in risposta ai bisogni della  comunità  e  delle  persone  che,  in  conseguenza dell’emergenza Covid-19, si trovano in maggiori condizioni di bisogno. Oltre alle azioni di sostegno diretto a beneficio dei soggetti e dei nuclei famigliari fragili (consegna pacchi alimentari, consegna della spesa, supporto psicologico), ha visto la realizzazione di un ciclo di incontri “Pensarsi e riorganizzarsi in nuovi scenari sociali”, dedicati alla rete delle associazioni dell’ambito territoriale visconteo, finalizzati a fornire uno spazio di riflessione sui mutamenti del contesto sociale e del «fare comunità» conseguenti all’evento pandemico.

Di fronte ad una brusca interruzione di «schema» come quella provocata dall’emergenza Covid-19 è necessario osservare come cambiano le relazioni sociali e in che modo  associazioni,  cittadini attivi e volontari reinventano la propria azione sociale sul territorio, proponendo elementi di riflessione per un nuovo posizionamento e una differente riorganizzazione strategica dei loro progetti. Questa attitudine auto-riflessiva ci pare quanto mai opportuna nel contesto di un evento di portata epocale. Oggi più che mai è prezioso osservare che cosa avviene nelle nostre comunità locali, affinché la tensione al “ritorno alla normalità” (di per sé comprensibile) non sacrifichi spazi  di  apprendimento,  occasioni di rigenerazione.

Ci pare che sette  verbi  possano  cogliere  alcune  trasformazioni, in atto o potenziali, della prossimità sociale e indicarci qualche prospettiva di sviluppo nello scenario post-pandemico: esserci, resistere, approssimarsi, connettere, cooperare, intraprendere, imparare.

1. Esserci

La pandemia ha cambiato da un giorno all’altro la  vita delle persone e delle organizzazioni. L’impatto non è stato uguale per tutti, ma ognuno si è trovato a decidere cosa fare, come riorganizzarsi. Alcuni sono rimasti paralizzati. Altri si sono reinventati. Come hanno fatto? Dove  hanno  trovato energia e  intelligenza per riuscire ad «esserci», comunque? Nel pieno del lockdown abbiamo visto amministrazioni pubbliche, associazioni, enti del Terzo settore e gruppi informali trovare il modo di stare in contatto con i problemi, stare in contatto con le persone, e connettere problemi e persone. Questo «esserci», anche nel  disorientamento  e nella confusione di una situazione inedita, ci pare d’importanza capitale, soprattutto in una società dove cresce da tempo il fenomeno della solitudine.  Fino  a  poco  più  di  un  secolo  fa,  appena  il 5% della popolazione viveva da solo. La norma erano famiglie numerose che abitavano in spazi più o meno  ampi,  a  seconda delle possibilità. In Italia, nel 2019, un terzo delle famiglie sono composte da una sola persona. L’impatto del Covid-19 è stato imponente a questo proposito, e non siamo in grado di stimarne fino in fondo gli  effetti.  Non  sono  poche  le  persone  che  continuano  a non uscire di casa anche ora che i contagi sono in regressione, perché rimane la paura, il disorientamento. Sappiamo anche  che  la povertà economica tende a peggiorare se accompagnata da povertà relazionale, in un circolo vizioso che può depotenziare gli stessi interventi di aiuto. Per questo non basta l’aiuto economico,  il pacco alimentare, il buono spesa: se non si interviene sulle povertà relazionali si rischia di scivolare, magari inconsapevolmente, verso forme di neo-assistenzialismo.

2. Resistere

L’emergenza sanitaria ha  costretto  individui,  famiglie e organizzazioni a stare in una situazione altamente disorientante per un periodo di tempo prolungato, senza uno scenario chiaro. Oltre a trovare il modo di «esserci» diverse organizzazione sono riuscite a resistere allo stress, accettando di procedere nell’incertezza, con conoscenze parziali e alta probabilità di errore.

 

Rapporto Astalli immigrati
Una volontaria del Centro Astalli di Roma. Foto di Francesca Napoli

La pandemia da Covid-19 è il più grande evento collettivo che cono- sciamo, ed è difficile trovare precedenti storici di questa portata, se non lontani nel tempo. Dagli studi di  psicologia dell’emergenza sappiamo che le società umane reagiscono  in  modi diversi  alle tragedie collettive: aumentando la coesione e l’altruismo o, di contro, disgregandosi e esacerbando i conflitti. Per secoli la nostra specie si è mossa nella tensione fra egoismo e altruismo, fra attenzione all’individuo e attenzione alla collettività. La men- talità comune delle moderne società neoliberiste incoraggia l’interesse personale e il pensiero a breve termine. Le organizzazioni più adatte all’evento pandemico saranno, con molta probabilità, quelle in grado sostenere soglie di sofferenza sociale elevate per un tempo prolungato, mettendo in conto insoddisfazioni, fatica e rabbia, coltivando coesione, fiducia e solidarietà. Come sostiene il filosofo Miguel Benasayag «resistere è creare».

3. Approssimarsi

Se c’è una grande scoperta provocata dal lockdown è che numerose persone si sono riapprossimate alla microfisica della comunità più vicina alla loro casa: il cortile, il  parchetto, la via, i giardinetti. Spazi solitamente frequentati dalle figure più fragili della comunità: bambini piccoli, anziani, famiglie, migran-ti. Spesso i più attivi, i più mobili, i più inclusi, attraversano questi spazi “minori” ma non li frequentano, non li abitano.

La pandemia ha consentito, per un certo periodo di tempo, che questi spazi ridiventassero «luoghi», aree di interazione e mitigazione della solitudine. Magari a distanza, da un balcone all’altro, da un lato della strada all’altro, ma ugualmente interazionali. Chi aveva già spazi che erano luoghi (cioè non privatizzati ma concepiti come «beni comuni») se ne è avvantaggiato anche in questa pandemia. Chi ne era sprovvisto si è ritrovato in uno spazio privato microscopico, per certi versi deprivato. Abbiamo potuto osservare il sorgere, certo straordinario e unico, di inedite dinamiche condominiali e di relazionalità di vicinato. Non siamo certo ingenui, i condomini continueranno a conoscere fenomeni di indifferenza o micro-conflittualità. Ma questo straordinario evento sociale ci ha mostrato i vantaggi (e in fondo anche il piacere) di una vicinanza gentile e solerte, di una microfisica della convi- venza meno sospettosa. L’azione sociale di comunità può ispirarsi a queste esperienze: ritrovando la sua territorialità prossimale in modo più convinto, c’è un tesoro di spazi che possono ridiventare luoghi, cioè spazi in cui le persone rifanno comunità.

4. Connettere

Nel  disorientamento  prodotto  dalla  pandemia  una lezione fondamentale è stata quella dell’importanza di saper «fare rete». Nelle settimane più dure, più difficili, le organizza- zioni che hanno reagito meglio sono riuscite a catalizzare energie diffuse, non sempre organizzate. Chi in questi anni ha creduto e investito davvero in un buon lavoro di rete, si è ritrovato in mano un formidabile dispositivo operativo e un capitale di fiducia sedimentato con lo sforzo e  la  tenacia. Altre reti sono nate ex-novo  a partire dall’emergenza, magari fra realtà territoriali che raramente si erano trovate a collaborare. E anche questo è interessante. Si tratta di capire se le reti scaturite nella fase di criticità conclamata hanno vita breve o possono radicarsi e durare. Una cosa è certa, l’azione sociale complessa in una società frammentata ha bisogno di capacità connettive per evitare la dissipazione delle risorse.

 

donne vittime di violenza
Volontarie di Differenza Donna

L’approccio individualista alle questioni sociali, anche nella sua versione più vitale fatta di entusiasmo e abnegazione, si mostra sempre più inadeguato ad affrontare i  problemi contemporanei.  Ci  riferiamo a  un  fenomeno riscontrabile sia sul piano personale (l’azione isolata del singolo operatore) sia sul piano organizzativo (l’azione isolata e scollegata di  molti  attori  sociali).  Ci è fin troppo noto, anche nel mondo associativo, l’eccesso di autoreferenzialità e individualismo. Questa consapevolezza si proietta con forza nella  fase  post-pandemica,  nell’inevitabile  bisogno di progettualità condivise, di una massa critica di intelligenze e risorse (pubbliche, private, formali, informali) da finalizzare in modo coerente.

5. Cooperare

Chi ha agito meglio nel contesto pandemico è stato in grado non solo di connettere più attori, ma anche di far dialogare e agire culture differenti, intrecciando sociale e sanitario, psico- logico ed economico. Non si tratta solo di connettere azioni separate, per quanto lode- voli, ma anche di concertare azioni congiunte: facendo progetti insieme, dando vita a forme di corresponsabilità di tutti gli attori del territorio. Come hanno mostrato in modo inequivocabile alcune esperienze presentate nel corso degli incontri formativi, il salto di qualità più significativo si è verificato nel momento in cui si è intrapresa la strada di un allargamento della platea degli attori, aprendosi a incontri inediti, fuori dalla comfort zone dei “soliti noti”.

Inevitabilmente entra in gioco il livello di «capitale fiduciario»  delle organizzazioni, e non è certo uguale per tutti. Persone e organizzazioni che non si fidano di nessuno trovano difficile credere che gli altri si impegneranno per il bene comune. Perché dovrebbero farlo? La fiducia è la benzina del motore cooperativo. Nella fase post-pandemica avremo un gran bisogni di cooperare, per questo è conveniente, da subito, allenarci alla fiducia.

6. Intraprendere

La cultura di molte organizzazioni sociali è caratterizzata da un elevato tasso di pragmatismo, non di rado accompagnata da qualche limite sul  versante  relazionale.  Associazioni di volontariato e cittadini attivi trovano nel fare il loro momento topico, per certi versi il senso stesso del loro  impegno.  Non  è stato facile sapere “cosa fare” durante il lockdown, soprattutto quando le forme stesse del fare diventavano un problema, per via delle norme di sicurezza e il distanziamento fisico. Ma anche su questo versante ci sono molti motivi di interesse e di  riflessione.

 

fondi per il servizio civileLa testimonianza di un partecipante al percorso riferiva dell’importanza di tentare un’azione anche quando permanevano dubbi circa gli effetti  poiché,  diceva  il  collega,  “da  cosa  nasce  cosa”.  Le organizzazioni che hanno reagito meglio sono quelle che hanno provato, comunque, a mettere in campo un’azione, a prendere un’iniziativa, a «intraprendere», appunto.

Questo spunto ci restituisce il senso profondo di ogni azione sociale poiché «ogni azione è una interazione», non ne conosciamo la natura se non quando la “mettiamo al mondo”, facendola, praticandola. Molte esperienze di solidarietà nate durante l’emergenza hanno catalizzato grandi energie e disponibilità (anche da parte di persone meno vicine al mondo dell’associazionismo e del volontariato) a partire da azioni esemplari, capaci di “conta- giare” positivamente il contesto locale.

7. Imparare

Nelle prime settimane dell’epidemia di Covid-19 sono state molte le testimonianze incentrare sull’apprendimento. Dai personaggi più noti al normale cittadino, si sono moltiplicate le riflessioni su “ciò che sto imparando” da questa esperienza. Forse è un bisogno umano profondo quello di trovare un senso agli eventi della vita, soprattutto a quelli più imprevisti e spiazzanti. Anche per il composito mondo del sociale sono diversi gli elementi su cui riflettere, se si accetta di farlo, ovviamente. Intanto che l’esperienza è ancora “calda”, abbiamo l’opportunità di trarre degli insegnamenti, per noi, le nostre organizzazioni, i nostri gruppi le nostre amministrazioni pubbliche. Ma come? In che modo? È interessante osservare che, dal punto di vista dei teorici della complessità, vi sono almeno tre tipologie di apprendimento: imparare; imparare a imparare; imparare a disimparare. Se ci interessa sviluppare apprendimento per rinnovare il nostro modo di agire nel sociale, ci interessano tutti e tre le tipologie. Durante la pandemia, ad esempio, molti insegnanti si sono visti costretti ad imparare a gestire la didattica a distanza (DAD), acquisendo conoscenze e abilità che non avevano (o avevano in parte) dal punto di vista tecnologico.

Sappiamo però che il mondo digitale è caratterizzato da processi di innovazione continui che rendono velocemente obsolete le conoscenze. Si tratta quindi di imparare a imparare nel corso del tempo, di sviluppare una capacità di apprendimento continuo (life long learning), non solo perché cambiano le tecnologie (tool), ma perché mutano i processi stessi resi possibili dalle tecnologie. Ma la tipologia più rilevante (e più faticosa) di apprendimento in età adulta riguarda la capacità di «disimparare», cioè di cambiare schema (frame), di abbandonare la certezza di ciò che facevo prima e fase qualcosa di completamente diverso. Allora il problema non è più, da insegnante, imparare a usare Zoom per fare una lezione a distanza; tantomeno essere aperto a nuove tecnologie per migliorare le lezioni future. La vera sfida è reinventare la didattica facendo meno lezioni frontali e sperimentando processi di apprendimento basati sullo studio di casi, sui compiti di realtà e sull’attività di gruppo. Non basta imparare qualcosa di nuovo, devo riuscire a cambiare  la  mia  cultura  formativa,  la  mia  idea di scuola e di apprendimento. Per riscoprire la nuova prossimità affiorata in tempo di  Covid-19,  le  associazioni  potrebbero  esse- re costrette, fra le altre cose, a disimparare alcuni modi di funzionare (progettare, riunirsi, decidere, agire), perché solo così  il  nuovo può essere accolto e riconosciuto.

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