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SI PUÒ FARE. AVVENTURE AMERICANE IN UN CAMPO ROM

SI PUÒ FARE. AVVENTURE AMERICANE IN UN CAMPO ROM

Storia della Salviati Academy, ovvero di un safari che diventa workshop, e di un workshop che diventa scuola

Ogni mattina in Africa si sveglia una gazzella e a Roma si sveglia un Rom, ed entrambi sanno che devono correre più in fretta dei loro nemici o verranno mangiati.

Mentre vede la gazzella sfrecciargli accanto, il rom va letteralmente a caccia. Avvista un cassonetto, rovista, seleziona, cattura. Poi trascina alla tana, dove stocca le prede. Le lavora: seleziona il meglio, sistema ciò che è migliorabile e separa il tutto da ciò che è inevitabilmente scarto. Infine vende ciò che resta tra smorzi e mercati notturni.
Il Rom corre sempre, corre ovunque, in maniera capillare, e corre da tanto. Così facendo ha generato un compiuto sistema economico parallelo alla legalità, quasi interamente legato alla gestione dei rifiuti urbani, che permette il pur esiguo sostentamento della sua famiglia.

Come in Africa, anche a Roma arrivano turisti in cerca di un safari nella natura selvaggia. E così nel gennaio scorso ventidue studenti e una docente della Washington University decidono di includere nel loro viaggio in Europa una tappa al campo di Via Salviati, alla ricerca delle esperienze che solo un lavoro sul campo può dare. Le loro aspettative si ispirano a quell’immaginario un po’ fiabesco che permette di essere ancora affascinati dalle millenarie tradizioni di un saggio popolo nomade.

I Rom che insegnano

Vengono interpellate delle guide, facenti capo al collettivo ATIsuffix, da tempo attivo sul tema Rom e rifiuti. Esse si chiedono a lungo quale possa essere la strategia migliore per suggerire un’interazione durante il safari: è una situazione interessante, e delicata. Parlando con gli abitanti del campo si convincono che, per uscire dalla dinamica osservatore/osservato, la cosa migliore sia legittimare le competenze della comunità rom nel campo che realmente più le compete, fuori da ogni immaginario stereotipato: la gestione dei rifiuti.

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Un Rom di Via Salviati insegna a uno studente

Da che mondo è mondo, una competenza viene riconosciuta tale grazie all’insegnamento. Maestro è l’Esperto, il Dotto in una scienza, in un’arte o un mestiere. Forse, attraverso quest’espediente, si può ottenere un’inversione di ruoli: l’osservato diventa insegnante, l’osservatore studente.
I professori devono essere pagati per le competenze che offrono, e questo permette di trasformare un safari di ricerca in un ritorno economico per il campo.
Allo stesso tempo, quella che viene considerata una pratica di accattonaggio sgradita e illegale può essere elevata a oggetto degno di studio e diffusione.

Il workshop si trasforma così nel progetto della Salviati Academy, con corsi di Rovistaggio, Smontaggio, Selezione e Riuso, nonché di formazione teorica con elementi di marketing e finanza: bisognerà pur conoscere il prezzo dei vari metalli sul mercato, o quali sono le condizioni migliori per la rivendita degli oggetti trovati, per diventare dei veri raccoglitori informali.

I Rom baby sitter

Tutti d’accordo, tutti entusiasti. Gli studenti americani arrivano e affrontano il primo pesante impatto con un campo appena uscito da uno sgombero parziale e da un inasprimento del conflitto con il quartiere circostante. Persino il maltempo del gennaio romano ci si mette, sfregiando lo spazio libero dai container con una pioggia impietosa.

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Ragazze americane durante il workshop

Le difficoltà si moltiplicano. I furgoni con cui gli insegnanti avrebbero scarrozzato gli studenti nelle prime esperienze di raccolta sono stati appena posti sotto sequestro perché privi dei necessari permessi. Le dinamiche interne al campo e le tensioni fra le varie famiglie rendono difficile uno svolgimento sereno delle lezioni. Emerge persino una crisi del settore: nelle ultime settimane la raccolta è stata povera, i cassonetti languono, sarà difficile fare una dimostrazione.
E soprattutto, una volta di fronte ai loro studenti, gli insegnanti non sono più tanto sicuri di voler essere rappresentati per quello che sono, ma preferiscono rifugiarsi nel tanto ipocrita quanto confortevole immaginario canonico delle “tradizioni”.
Così spuntano i corsi di cucina rom, con il pane e gli involtini di verza. Di cucito, per creare le gonne con le balze in fondo. Di autocostruzione, per ottenere uno sporetto -stufa e forno insieme- da un paio di lastre metalliche.

Da alcuni incontri, soprattutto da quelli più improbabili, è fin troppo facile che nasca qualcosa. Il confronto fra i Rom, improvvisatisi tutor/baby-sitter, e i ventenni americani, che per la prima volta nella vita pelano una carota o cuciono un bottone, regala spassose perle di assurdità, e fornisce ai ragazzi degli elementi a cui appigliarsi per provare a costruire una relazione altrimenti impossibile.
Qualche timido tentativo di imparare la lingua dell’altro, la condivisione della musica nel lettore mp3, un paio di sane partite a calcetto con i ragazzini del campo, scambi di orecchini fra le ragazze, chiacchiere intorno al caffè e festa finale a base di hot dog. È comunque un buon risultato.

Un’immagine che non corrisponde

Resta la consapevolezza di aver perpetuato un’immagine della comunità che corrisponde solo parzialmente alla realtà. Il tentativo iniziale, usare una chiave di lettura diversa per affrontare gli aspetti più controversi della vita quotidiana del Rom, è fallito ancora.

Il bilancio dell'esperienza lascia alcuni interrogativi
Il bilancio dell’esperienza lascia alcuni interrogativi

Chi ne porta la responsabilità?
La relazione fra guide e abitanti del campo non era ancora all’altezza del compito? I ragazzi americani non erano pronti per un’esperienza del genere? Le condizioni del campo non erano abba-stanza favorevoli?
Forse i tempi non sono ancora maturi per spiegare le tecniche di sopravvivenza degli animali selvatici. Forse ci dobbiamo ancora accontentare di vederli correre veloci.

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Serena Olcuire
Serena Olcuire

Laureata in architettura, anche se non ha mai capito bene perché. Visto che ormai ci si trova, prova a sfruttare i suoi studi per leggere le situazioni che scopre nel resto della sua vita da non architetto: carceri, campi rom, occupazioni abitative, conflitti urbani.

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