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TEATRO POSSIBILE: UN MANIFESTO PER UN TEATRO SENZA MASCHERINA

TEATRO POSSIBILE: UN MANIFESTO PER UN TEATRO SENZA MASCHERINA

Fed.It.Art lancia un manifesto per una serie di situazioni in cui gli spettacoli possono andare in scena in sicurezza. Ma serve un finanziamento pubblico

Il 15 giugno, a quanto pare, sarà il giorno in cui sarà possibile far ripartire le attività culturali: cinema, musica, teatro. Ma in che modo? Secondo le nuove regole, quelle del «distanziamento sociale», quelle della «nuova normalità». Ma è possibile un teatro in cui gli attori indossano la mascherina?  Il teatro senza «maschera» (e senza mascherina) è un teatro possibile. È quello che pensa e propone con il progetto Teatro Possibile, la Fed.It.Art. (Federazione Italiana Artisti), impegnata nella lotta per la sopravvivenza degli operatori e degli spazi culturali, dello spettacolo dal vivo e dei centri di formazione, e che recentemente ha partecipato al dibattito politico sulla riapertura dei centri culturali e la ripartenza dei teatri, inviando appelli e lettere aperte al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al premier Giuseppe Conte, ai ministri Dario Franceschini e Roberto Gualtieri. C’è in ballo, tra le altre cose, la sopravvivenza di migliaia di piccole associazioni culturali che sono il tessuto connettivo del nostro Paese. «È stato una conseguenza di tutto quello che stiamo facendo da due mesi e mezzo quando si è iniziato a paventare l’idea che si potesse riaprire abbiamo pensato a come si poteva ripartire» ci ha spiegato il Presidente di Fed.It.Art., Gino Auriuso (in foto). Nella premessa del documento (qui il testo integrale della proposta, ndr) si prendono in esame le indicazioni emerse dal verbale, reso pubblico, del Comitato Tecnico Scientifico ex O.O.C.D.P.C. puntando sulle criticità: ad esempio, riflettendo su come non sia possibile obbligare attori, danzatori e musicisti a esibirsi con le mascherine «Per un attore principalmente, ma anche per un musicista di strumenti a fiato è tecnicamente impossibile recitare, o suonare, con la mascherina» riflette Auriuso. «Le maschere greche e quelle della commedia arte avevano altre funzioni completamente differenti, amplificavano le voci. La mascherina chirurgica si chiama chirurgica… Il comitato scientifico fa il comitato scientifico e dice che anche gli attori devono avere la mascherina. È corretto dal punto di vista medico. Dal punto di vista artistico non sta in piedi». Avrebbero più senso, ad esempio, delle certificazioni di negatività al virus per chi sale sul palco. «Nelle ultime disposizioni del governo questa cosa è già bypassata» ci aggiorna comunque Auriuso. «Non si fa riferimento alle mascherine, ma al distanziamento: mi sembra una cosa più logica Anche il distanziamento, finché sarà in essere creerà comunque dei problemi: immaginiamo una grande orchestra che suona gomito a gomito o una tragedia shakespeariana con 15 personaggi in scena… è una cosa complicata. Come Teatro Possibile abbiamo immaginato una serie di cose che forse si potrebbero fare in epoca di “distantismo”».

 

teatro possibileIl teatro all’aperto, nei cortili, nelle piazze

C’è allora un Teatro Possibile anche in tempi di «nuova normalità» post lockdown. Il teatro, per sua natura, vive di varie forme, e la sua storia è ricca di varianti e di versioni che, fin dall’antichità lo hanno visto, per esempio, vivere all’aperto. Così potrebbero andare in scena l’arte di strada e il circo contemporaneo, i festival estivi (di teatro, ma anche di concerti e danza), il teatro itinerante a stazioni. «Abbiamo parlato di arte di strada, ma non solo» racconta il presidente. «Abbiamo immaginato il teatro e i concerti nei cortili: pensiamo a una città come Roma, o alle costruzioni di ringhiera milanesi, a una città come Napoli. Le grandi città hanno tanti cortili, i piccoli borghi hanno invece grandi piazze dove si affacciano le case, e potrebbero essere dei palchi naturali. E il distanziamento lo riesci a mantenere». «Ci sarebbe il teatro a stazioni: è una tradizione sacra, ma se tu levi l’aspetto religioso puoi immaginare un teatro a stazioni, piccole performance in piccoli spazi, con il pubblico non uno sull’altro» continua Auriuso. «O i grandi ring… l’Arena di Verona sta immaginando questo: il centro occupato dagli artisti, e tutto intorno il pubblico. Al Colosseo di Roma si potrebbe fare la stessa cosa, utilizzare parti che non sono utilizzate perché i palchi sono messi da un lato delle arene».

 

L’importanza del finanziamento pubblico

Il tema degli spazi al chiuso è più complicato. Tra le idee ci sono spettacoli di durata non superiore a 60 minuti, ripetuti durante la stessa giornata; spazi scenici rivoluzionati; drammaturgia ad hoc; supporti tecnologici innovativi; microshow, spettacoli a puntate da realizzare in più giornate. «Le sale saranno ridotte di due terzi” ci spiega Auriuso. «Una sala da mille persone oggi ne potrà contenere al massimo duecento perché nel decreto c’è scritto proprio questo. È qualcosa di insostenibile, chi ha una sala di venti posti non può sopravvivere». «L’idea della ripetizione degli spettacoli permetterebbe di avere un incasso più o meno decente, ma siamo sempre in situazioni emergenziali» argomenta il Presidente di Fed.It.Art.. «Come hanno detto il nostro premier e il nostro ministro il teatro, come la musica e la danza, “è un servizio pubblico essenziale”. Essendo un servizio pubblico essenziale ancora di più ha bisogno di un sostegno pubblico. Se arriverà questa data del 15 giugno e lo stato non ci dà una mano è tecnicamente impossibile aprire: perché è antieconomico. Siccome siamo un servizio pubblico essenziale, soprattutto per la peculiarità del nostro paese, che è il belpaese, fondato sul turismo e sulla cultura, allora è opportuno dare un peso a queste parole. Tutto il teatro possibile che abbiamo immaginato, o ha un sostegno pubblico, oppure è un esercizio di stile».

 

teatro possibileLa risposta di Regione e Comune

Da questo punto di vista le cose si sono mosse, e le richieste sono state per lo meno recepite. «Abbiamo interessato la Regione Lazio per iniziare ad attivare protocolli che ci facciano aprire in sicurezza. Stiamo aspettando una loro telefonata per non farci trovare impreparati il 15 giugno» ci rivela Auriuso. «La Commissione Cultura del Comune di Roma ci ha telefonato e ci ha ascoltato, abbiamo spiegato il Teatro Possibile. Ma abbiamo detto chiaramente che o il comune si mette a disposizione, quindi c’è un patto tra comune e operatori per accendere la città, oppure è impossibile». «A oggi tra le righe si legge che un operatore culturale, un organizzatore, se questa estate causa contagi da Coronavirus all’interno della sua manifestazione ha un problema solo suo, anche penale. Vorerei vedere questa estate chi prova a mettere una manifestazione in questi termini. Si dice: prendi la temperatura, ma come facciamo con gli asintomatici?» La Commissione Cultura del Comune di Roma ha ascoltato le istanze di Fed.It.Art e si è presa un impegno. «Ha deciso di portare un atto in consiglio, dove si va in due direzioni: la sburocratizzazione – oramai qualsiasi cosa vuoi fare devi produrre plichi e plichi di carta – e un innalzamento del contributo pubblico». Il grande tema dell’estate sarà questo, secondo Fed.It.Art. «Se un introito finora poteva venire dallo sbigliettamento, da una sponsorizzazione o da un’attività di ristoro, questi tre elementi decadono» riflette Auriuso. «Nell’allegato 9 del decreto si dice chiaramente che queste attività si possono fare, ma senza ristorazione… Le persone quanta voglia avranno di spendere anche 20 euro questa estate vista la grande depressione economica? Quali aziende vorranno sponsorizzare attività culturali? Abbiamo chiesto al Comune di Roma di innalzare il contributo dall’85% al 95%, in modo che diventi una sorta di finanziamento».

 

La sopravvivenza delle associazioni culturali

E poi c’è una questione fondamentale, quella della sopravvivenza delle associazioni culturali: la maggior parte degli iscritti di Fed.It.Art sono realtà di questo tipo. Alcune sviluppano milioni di euro, e altre, molto piccole, sviluppano anche poche migliaia di euro. Lo spettro è molto ampio. «Posso dire che l’associazionismo culturale è quello più in difficoltà” ci conferma il Presidente. «Quasi tutti i sostegni degli enti locali vanno nella direzione delle microimprese: le associazioni culturali non sono riconosciute in quanto tali. Noi abbiamo aperto un tavolo in regione, per cercare di fare un passaggio amministrativo per far sì che anche le associazioni culturali possano avere quel riconoscimento. Ma non perché si debbano snaturare dal punto di vista artistico, ma per poter avere aiuti di stato, aiuti fiscali, aiuti europei». «Non parliamo di rischio, ma di una certezza: se le cose continuano ad andare così la maggior parte dell’associazionismo culturale salta» aggiunge preoccupato. «Ed è quella parte di tessuto connettivo che tiene insieme i pezzi della città, che combatte la depressione culturale di alcune zone estremamente complicate, nelle periferie e province. Se togli le associazioni culturali dai territori il rischio della mala è dietro l’angolo: perché tante piccole scuole di teatro e di musica tolgono i cittadini dalla strada. Se desertifichi queste aree perché non dai respiro ai piccoli avremo un grande problema di tenuta sociale. O la Pubblica Amministrazione, a tutti i livelli, dà una mano ai piccoli, o da qui a un anno avremo città che rischiano di esplodere anche per tanti fenomeni di dispersione e di mala. L’intervento fatto da Franceschini con l’Extra Fus andava in questa direzione, potevano partecipare un po’ tutti. Il grande problema è che se metti 20 milioni per tutta l’Italia rischi di dare poche migliaia di euro a tutti. O metti qualche centinaio di milioni di euro, e stai dando veramente un ristoro ai piccoli, oppure dai dei soldi che poi non servono».

 

Leggi anche le informazioni utili e gli aggiornamenti dalle associazioni che si mobilitano per l’emergenza sanitaria di COVID 19 a questo link.

Se avete correzioni o suggerimenti da proporci, scrivete a comunicazionecsv@csvlazio.org

In copertina un’immagine fornita da Fed.It.Art.

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Maurizio Ermisino
Maurizio Ermisino

Curioso fin da piccolo, è sempre stato attratto da tutto ciò che è immagine in movimento e suono elettrico. In due parole: cinema e rock. In un master ha incontrato le altre due passioni della sua vita: Chiara e il sociale. Oggi si occupa della comunicazione del progetto Well-Fare | Tra mediazione e comunità, costruire il welfare locale. http://www.well-farecomunita.it/

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