CHE FINE HA FATTO LO SPORT DI BASE, DOPO L’EMERGENZA?

Le associazioni sportive dilettantistiche hanno manifestato in Campidoglio per chiedere un protocollo che permetta di riprendere le attività

di Giorgio Marota

Un terremoto politico senza precedenti rischia di distruggere lo sport di base, senza fare neppure troppo rumore. A pochi giorni dalla ripartenza delle scuole, le palestre degli istituti restano chiuse e le istituzioni, come spesso avviene, fanno lo scaricabarile per togliersi di dosso la responsabilità di una scelta.

Il problema è ovviamente, in primis, di natura sportiva: in questi spazi non si sta giocando più e chissà quando sarà possibile ritornare in campo (anche solo negli allenamenti) per discipline come pallavolo, basket, ginnastica, tennis tavolo, calcio a 5 eccetera. Ma non solo: il “blocco” travolge una fetta importante di Terzo settore anche perché molti dei 20 milioni di praticanti nel nostro Paese fa sport in impianti al chiuso, come le palestre delle scuole, con un totale di 95 mila associazioni che generano 82 milioni di ore di volontariato.

 

sport di baseL’importanza dello sport di base

Lo sport di pomeriggio consente ai giovani di avere una vita sana e attiva, di formarsi come cittadini, di apprendere la disciplina e il rispetto delle regole, di fare amicizia ed evitare, come spesso accade nelle periferie, pericolose scorciatoie.

Lo sport dilettantistico paga anche le tasse, quasi 600 milioni di euro all’anno, e contribuisce in maniera determinante al risparmio dello Stato sulla spesa sanitaria. Senza palestre questo patrimonio rischia di disperdersi e di pesare sulle tasche – e sulla salute – della collettività. Lo hanno fatto presente le associazioni e le società sportive, che giovedì pomeriggio si sono date appuntamento in Campidoglio per un’azione di protesta.

Non va trascurato nemmeno lo stop all’educazione fisica nelle ore curricolari, un’altra conseguenza dell’impasse generato dall’emergenza sanitaria: per molti studenti in difficoltà economica lo sport a scuola è l’unica opportunità di fare attività, ma gran parte degli istituti da lunedì riaprirà senza dare la possibilità ai ragazzi e alle ragazze di utilizzare le palestre. I prof di ginnastica potranno solamente dedicarsi alle lezioni teoriche.

Di chi è la responsabilità?

La questione parte dall’alto, a livello nazionale, ma ha ricadute importanti sul territorio e nella città di Roma la problematica è decisamente amplificata.

Ma come detto, nessuno pare volersi assumere la responsabilità di sbloccare la matassa. Il Ministero dello Sport e delle Politiche Giovanili sta facendo pressione sul Ministero dell’Istruzione che, a sua volta ha chiarito in una nota che questi spazi dovranno continuare a essere utilizzati per la loro destinazione originaria, escludendo l’opzione della conversione delle palestre in aule.

Sulla stessa linea si stanno muovendo le città metropolitane che hanno il possesso, la responsabilità e la gestione dei plessi; solamente che il reale potere decisionale in questa vicenda è in mano ai presidi e ai sindaci dei comuni, quindi al livello più basso della gerarchia scolastico-statale. I dirigenti, come ad esempio ha precisato la Città metropolitana di Roma Capitale (l’ex provincia), possono «ravvisare specifici motivi ostativi alla ripresa delle attività da parte delle associazioni sportive». In questo caso, il preside «dovrà darne motivata comunicazione alla Città metropolitana entro la data di inizio delle attività didattiche». Il diniego all’ingresso in palestra, quindi, è abbastanza discrezionale.

 

sport di baseCosì a Roma

Anche gli amministratori locali si muovono a macchia di leopardo. Lo ha dimostrato il sindaco di Fiumicino, Esterino Montino, che con un decreto ha imposto i lucchetti per tutta la stagione sportiva 2020-21 alle palestre presenti sul territorio che governa, sbattendo fuori decine di società in possesso di tutti i requisiti per entrarci. La scelta è stata motivata con «ragioni di sicurezza», per evitare che soggetti esterni possano contagiare gli studenti. Lo sport sul litorale romano, però, rischia di scomparire e stiamo parlando dell’ottavo comune non-capoluogo con più abitanti in Italia.

Per tornare al caso capitolino, nella manifestazione in Campidoglio le società hanno messo sotto accusa la sindaca Virginia Raggi e l’assessore allo sport, Daniele Frongia, manifestando insoddisfazione per quello che viene considerato «un immobilismo costante dell’amministrazione a 5 stelle». All’evento hanno partecipato anche il presidente del Comitato Regionale della FIP (Federazione Italiana Pallacanestro), il neoeletto Stefano Persichelli, e il presidente del Comitato Territoriale della FIPAV (Federazione Italiana Pallavolo), Claudio Martinelli, che oltre a essere un dirigente nell’apparato federale è anche un insegnante di educazione fisica all’istituto Giordano Bruno.

«La situazione è drammatica» ha fatto presente Martinelli. «Qui c’è una totale assenza da parte dell’amministrazione capitolina. Io i miei dirigenti li chiamo i “presidenti eroi”: negli anni, con passione, hanno aggregato migliaia di giovani, aiutandoli nella crescita e sostenendoli nel percorso della vita. Adesso le istituzioni non possono abbandonarli. La scuola è del territorio, non dei presidi. Basta nascondersi dietro la legge dell’autonomia scolastica».

La didattica in palestra

In piazza c’erano anche Svetlana Celli del Consiglio della Città Metropolitana ed Enzo Foschi della Regione Lazio. Nessun rappresentante di Roma Capitale ha sceso invece le scalinate di Palazzo Senatorio per un confronto diretto con i manifestanti. Frongia ha preferito rispondere con una nota: «Siamo vicini e sposiamo la battaglia delle tante ASD presenti oggi in Campidoglio. Sorprende l’ignoranza istituzionale di alcuni municipi, in particolare mi riferisco alle dichiarazioni di Ciaccheri (il presidente del Municipio VIII ha parlato di «inadeguatezza della Giunta») che ignorano la proprie competenze sui Centri Sportivi Municipali e che credono che dal Campidoglio dipendano le scelte dei dirigenti scolastici. Come ho ribadito anche nel corso della Commissione Scuola di inizio agosto, siamo fortemente contrari all’uso delle palestre scolastiche per la didattica, perché le attività motorie non possono essere considerate secondarie rispetto alle altre materie, costituendo altrimenti un grave danno per lo sport, sia per quello praticato la mattina dagli alunni, sia per quello pomeridiano del mondo sportivo di base».

Le istituzioni (ministri, governatori, città metropolitane, sindaci e presidi) si accusano a vicenda senza venire a capo del problema, mentre la domanda resta aperta: chi si prenderà la responsabilità di far rinascere lo sport?

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