25 APRILE. LIBERARSI, COME RESISTERE, NON È UN VERBO PASSIVO

«Essere libero significa non dire sempre sìssignore e avere il diritto di non essere d'accordo». «Se mio nonno tornasse in vita, mi chiederebbe “che ne hai fatto della libertà che ti ho lasciato?” E non potrei deluderlo». «Siamo circondati di persone che ci dicono cosa fare. Quante volte però siamo davvero consapevoli delle nostre azioni? Ecco, questa sarebbe libertà». Di memoria, libertà e futuro con i ragazzi del Collettivo Franco Bruni dell’Itis Galilei di Roma

di Giorgio Marota

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«Essere libero, per me, significa poter scegliere cosa fare nel corso della giornata, non dire sempre sìssignore e avere il diritto di non essere d’accordo», è il pensiero di Gabriele, 17 anni, uno degli studenti del Collettivo Franco Bruni dell’Itis Galilei di Roma, che si è prestato al nostro tentativo di attualizzare, dando voce alle nuove generazioni, la ricorrenza del 25 aprile. Gianluca, seduto dall’altra parte della cattedra di un’aula rimasta vuota al termine delle lezioni del mercoledì, lo ascolta con il sorriso complice di chi ha capito che in questa chiacchierata ci si può lasciare andare a ogni genere di pensiero, senza il timore di essere giudicati. Così rilancia: «Siamo sempre circondati di persone che ci dicono cosa fare. A scuola, a casa, nello sport, con gli amici. Quante volte però siamo davvero consapevoli delle nostre azioni? Ecco, per me questa sarebbe libertà». Si fa presto a parlare di Liberazione con la voce della storia, descrivendo il nazi-fascismo come un male del passato già estirpato e per questo motivo irripetibile. Racconti, testi, documentari e piazze piene spiegano da sempre cosa sia stata la lotta partigiana nel nostro Paese e perché, ogni anno, merita di essere celebrata. Altro che svogliati e disinteressati: i giovani che incontriamo in questo istituto, come tanti altri nel resto d’Italia, sono svegli e curiosi, s’informano e s’interessano a ciò che li circonda.

«Vorrei essere libero di disconnettermi»

Siamo andati a trovarli perché ancora oggi si fa fatica a portare i temi di questa giornata fuori da libri di storia e sussidiari, finendo poi per non chiedersi nemmeno più se i sentimenti e le intenzioni che la animano lascino ancora il segno, se parlando del nostro passato raccontino pure qualcosa di questo presente. Loro, i ragazzi, sanno bene che liberarsi, un po’ come resistere, non è un verbo passivo, ma un modo pro-attivo di intendere la vita, in un contesto globale nel quale le derive autoritarie tentano di togliersi di dosso gli stigmi di ieri per riproporsi subdolamente in nuove forme. Probabilmente nessuno chiederà ai ragazzi della Gen Z (almeno dalla parte più fortunata del mondo) di imbracciare un fucile, di combattere per un ideale o di sacrificare la propria vita per ribadire il principio che nessun uomo ha il potere di opprimere il prossimo. Ma la libertà è un’esperienza che ogni giorno anche loro possono toccare con mano. «Mi libererei volentieri dal mio telefono», ci dice ancora Gianluca. «Ormai siamo obbligati a essere connessi. Se non ci sei, se non rispondi, si preoccupano. Vorrei essere libero di disconnettermi». Siamo davvero così distanti da ogni forma di dittatura, inclusa quella ultramoderna di una tecnologia che finisce per ingabbiare illudendoci di poter possedere tutto?

25 aprile. «Il presidente del Senato dice che dobbiamo ricordarci anche della Repubblica di Salò. A me tutto questo un po’ spaventa»

In occasione del 25 aprile iniziano a serpeggiare timori simili a quelli che ogni anno si ripropongono con la Giornata della Memoria: la progressiva scomparsa dei testimoni diretti degli eventi rischia di rimarginare le ferite della storia in modo approssimativo e di offuscare i resoconti in presa diretta, affievolendo l’efficacia di certi simboli. I parenti di questi ragazzi erano bambini quando la guerra di liberazione imperversava. Quelli ancora in vita parlano di ricordi appresi, se non addirittura tramandati. «Nonna era piccola, i bombardamenti però li ricorda bene», dice Flavio, studente dell’istituto tecnico. «I miei hanno origini etiopi, mi parlavano della guerra coloniale», spiega Nahum, che invece frequenta il liceo di scienze applicate. Poi esiste la realtà, nitidissima e concreta per tutti. «A due chilometri da dove ci troviamo noi c’è Casapound. Il presidente del Senato dice che dobbiamo ricordarci anche della Repubblica di Salò e non solo dei partigiani. Ecco, a me tutto questo un po’ spaventa», è il racconto del primo. «Cadere nel tranello che il fascismo è una cosa del passato secondo me è un errore», aggiunge, «forse è vero che i temi sociali oggi interessano meno, un ex studente del Galilei mi raccontava che anni fa tutta la scuola scendeva in piazza. Però sono sempre dell’idea che se mio nonno tornasse in vita mi chiederebbe “che ne hai fatto della libertà che ti ho lasciato?” E non potrei deluderlo». Per Nahum «la libertà è anche decidere di non fare nulla». Da cosa si libererebbe lui? «Certe volte dalle responsabilità delle scelte delle persone. Facendo parte di un collettivo mi sento spesso responsabile di quello che mi circonda». Quando gli chiediamo se darebbe la vita per una persona o per un ideale, Nahum risponde con sincerità: «D’istinto direi di sì. Però penso anche a Galilei, al quale è intitolata questa scuola: lui ha abiurato per salvarsi, ma le sue ricerche hanno continuato a ispirare il mondo. Sarebbe stato lo stesso se avesse perso la vita?».

I ragazzi raccolgono un mondo a pezzi. «Toccheremo il fondo, ma poi ripartiremo»

Il futuro incute ai giovani timori e preoccupazioni. In tv e sui social dominano i resoconti dei conflitti, sentono parlare di morte, distruzione, violenza e divisioni praticamente ogni giorno dopo aver vissuto una pandemia che ha messo a dura prova la loro rete di relazioni sociali. Anche loro, come i ragazzi degli anni Cinquanta e Sessanta, raccolgono un mondo a pezzi. Gianluca teme che la memoria «si stia perdendo». Dopotutto, spiega, «ai potenti di questo mondo forse conviene: ci vogliano disinteressati per controllarci meglio». «In occidente continueremo a vivere peggio ma al limite, avremo meno coscienza di classe e inconsapevolmente ci andrà pure bene», è il pensiero critico di Nahum. Per Flavio, in fin dei conti, «conviene essere ottimisti». La sintesi di Gabriele merita la chiosa: «Sono sicuro che toccheremo il fondo, ma poi ripartiremo». Ottantuno anni fa fu proclamata l’insurrezione generale e il riscatto degli italiani dopo vent’anni di dittatura. Oggi esiste ancora più di un motivo per difendere il libero arbitrio, ribellarsi alle ingiustizie e credere in un domani migliore.

25 APRILE. LIBERARSI, COME RESISTERE, NON È UN VERBO PASSIVO

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