
ABITARE INSIEME FA BENE ALLA SALUTE. CRONACHE DAL FESTIVAL DEL CO-HOUSING
Isolamento, fragilità, spazi sottoutilizzati: un confronto tra esperti mette in luce i benefici della coabitazione. Chi vive solo ha un rischio di mortalità superiore del 30% rispetto a chi mantiene reti relazionali attive. Eppure la solitudine non ha ancora una narrazione di rischio consolidata come il fumo o l’ipertensione
02 Aprile 2026
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In Italia gli over 65 sono circa il 22% della popolazione, una quota destinata a crescere nei prossimi decenni. Più del 35% di questi vive solo, spesso con una pensione che non basta a coprire le spese correnti, figurarsi i costi dell’assistenza. A Roma, una delle città italiane con maggiore concentrazione di anziani, il fenomeno assume caratteri particolarmente acuti a causa una struttura urbana frammentata, quartieri periferici poco serviti, reti di vicinato che si assottigliano. È questo il quadro di fondo da cui è partito il Festival del Co-Housing, l’iniziativa promossa dall’assessorato alle Politiche sociali e alla Salute di Roma Capitale, partito lo scorso 30 marzo all’Auditorium Parco della Musica per proseguire fino a giugno con appuntamenti e azioni di animazione territoriale nei 15 Municipi romani. Nella giornata di apertura, tra le voci di esponenti del mondo dell’arte, della religione e della cultura, il palco dell’Auditorium ha ospitato anche il panel Trasformazioni dell’abitare e nuove esperienze sociali, con Paola Cottatellucci, esperta di modelli innovativi di abitare condiviso, l’urbanista e ricercatore Sandro Polci, Giuseppe Liotta, professore di Igiene e Medicina preventiva all’Università di Roma Tor Vergata, e Silvia Ragni, psicologa ed esperta di politiche sociali.
Relazioni diradate e nessuno su cui contare. Ecco i numeri della solitudine
«Il 15% degli anziani dichiara di non avere nessuno su cui contare», ha riferito Giuseppe Liotta. «Il 30% ha una rete di relazioni limitata a una o due persone, spesso un altro anziano. Il 70% si dichiara insoddisfatto delle proprie relazioni sociali e l’80% degli over 65 non si fida delle persone che ha intorno, al di fuori della cerchia familiare ristretta». A questi dati si aggiunge un quadro abitativo paradossale: il 50% degli anziani vive da solo in case superiori ai 100 metri quadrati e circa il 40% abita in appartamenti senza ascensore o con barriere architettoniche significative. «Questi elementi messi insieme ci danno l’idea di una vita che si fa difficile, a cui bisogna trovare una risposta che fino adesso non abbiamo trovato», ha osservato Liotta.
Ad aggravare il quadro un dato riportato dal Rapporto mondiale sull’isolamento sociale, che l’Organizzazione mondiale della sanità ha realizzato per la prima volta nel 2025: stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per cause direttamente riconducibili alla solitudine. Chi vive solo, ha ricordato Liotta, ha un rischio di mortalità superiore del 30% rispetto a chi mantiene reti relazionali attive: un dato ancora poco interiorizzato dall’opinione pubblica, forse perché la solitudine, a differenza del fumo o dell’ipertensione, non ha ancora una sua narrazione di rischio consolidata. «Ormai sanno tutti che fumare fa male», ha spiegato il professore. «Ma è più difficile convincere qualcuno che se vivi da solo il rischio di morire aumenta». Del resto, evidenze scientifiche segnalano il miglioramento della qualità della vita dettato dalla presenza di relazioni stabili. «Alcuni studi confermano che laddove il sistema di supporto sociale è stabile e continuativo, si riducono l’istituzionalizzazione, la mortalità e i ricoveri ospedalieri», ha precisato. «Questo succede non soltanto per chi ha già una famiglia e sta bene, ma anche per quelli che stavano soli e che hanno sperimentato un modo diverso di vivere. Costruire una rete di relazioni sociali che non coincida necessariamente con la famiglia, è possibile», ha concluso.
Il quadro europeo e le prime esperienze italiane
«Il mese scorso il Parlamento di Strasburgo ha approvato il documento Housing Crisis and the European Union, che individua nelle soluzioni abitative collaborative e comunitarie una risposta strutturale alla crisi degli alloggi, all’isolamento e alla necessità di rigenerazione urbana», ha ricordato Paola Cottatellucci, che ha portato la prospettiva delle esperienze già attive in Italia e in Europa all’interno del panel. «Le strategie europee individuano nell’abitare condiviso la risposta a più problemi: la crisi degli alloggi, l’isolamento e la solitudine, la necessità di rigenerazione urbana», ha spiegato. Nel Nord Europa esistono da anni modelli consolidati di senior cohousing, spesso intergenerazionale. «Sono esperienze che si sono diffuse soprattutto in Paesi come Danimarca, Paesi Bassi, Svezia e Francia, dove i modelli sono stati sostenuti anche dalle politiche pubbliche», ha osservato l’esperta.
In Italia il modello stenta ancora a strutturarsi, anche se qualcosa si muove. Cottatellucci ha evidenziato come la legge 33/2023 sull’assistenza agli anziani dedichi un articolo esplicito al co-housing, ricordando che il Ministero delle Politiche sociali ha approvato le relative linee guida sul senior cohousing e sul cohousing intergenerazionale. Nel Lazio, invece, già dal 2019 l’introduzione dell’articolo 12 bis nella legge sull’edilizia residenziale pubblica ha reso possibile realizzare convivenze solidali all’interno delle case popolari. Non mancano poi alcune esperienze pionieristiche: «La prima, a Roma, risale al 1978, quando alcuni anziani a rischio sfratto, aiutati dai volontari della Comunità di Sant’Egidio, trovarono una casa in affitto condiviso, dividendo l’affitto e le spese», ha raccontato. «Insieme riuscirono a evitare l’istituzionalizzazione».
Gli spazi ci sono già, bisogna saperli usare
Sul patrimonio abitativo esistente si è soffermato, invece, l’intervento del ricercatore Sandro Polci, che ha richiamato l’attenzione sul concetto di sfida urbanistica, ancora prima che culturale. Polci ha spostato il ragionamento sul patrimonio abitativo esistente: «Non serve costruire dal nulla», ha affermato, «perché gli spazi ci sono già, e sono largamente sottoutilizzati. Dagli anni Ottanta del secolo scorso al 2010 abbiamo costruito un patrimonio di abitazioni mediamente per quattro o sei persone», ha spiegato l’urbanista. «Il 70% degli over 65 che vive da solo da decenni non fa manutenzione del proprio alloggio. Se in questi appartamenti da quattro o sei persone riuscissimo a trovare tre spazi autonomi, ognuno con la propria chiave, la propria camera, il proprio bagno, e uno spazio condiviso come la cucina, avremmo già la struttura del co-housing». Una rivoluzione possibile «dall’oggi al domani», ha detto Polci, che non necessita di nuove costruzioni o grandi investimenti infrastrutturali.
A chiudere il panel è stata Silvia Ragni, che ha portato una lettura psicologica della convivenza. «Non esiste un io senza un tu», ha detto citando il filosofo Martin Buber. «L’intersoggettività è la base dell’esistenza umana: noi non possiamo esistere senza gli altri». La solitudine, ha spiegato, diventa un rischio crescente con l’avanzare dell’età, quando vengono meno le strutture sociali imposte dal lavoro e dalla famiglia. Ma l’età avanzata porta con sé anche risorse inaspettate: «Forse dopo una certa età esiste la possibilità di smettere di preoccuparsi del giudizio degli altri», ha proposto. «E questa libertà, se accompagnata da relazioni e interessi coltivati, può rendere l’età anziana una delle stagioni più ricche della vita».






