
ADHD: I FRONTI APERTI PER SUPERARE L’APPROCCIO EMERGENZIALE
Diagnosi tempestive, percorsi integrati, accesso alle terapie, formazione nella scuola, lavoro culturale contro lo stigma. Questi i fronti su cui lavorare per superare resistenze e approcci emergenziali. Se ne è discusso in un convegno organizzato a Roma da ADHD Italia, che ha unito evidenze scientifiche e nodi politico-sociali. Il messaggio è netto: servono cultura diffusa e scelte concrete dei decisori
02 Febbraio 2026
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L’ADHD è spesso raccontato come un problema individuale – di attenzione, di rendimento, di comportamento -. Eppure, quando non viene riconosciuto e trattato in modo adeguato, l’ADHD diventa un tema di salute pubblica: incide sulla scuola, sul lavoro, sulle relazioni, sulla salute mentale e sui percorsi di cura. È questo lo spirito che ha attraversato il convegno Salute mentale ed ADHD: attualità e prospettive per la costruzione di un piano di resilienza per il futuro dei giovani e degli adulti, che il 20 gennaio scorso ha integrato contributi scientifici e dimensione politico-sociale, offrendo un confronto necessario tra ricerca, servizi e istituzioni. La scelta della sede – l’Aula dei Gruppi Parlamentari a Roma – ha reso ancora più evidente il punto centrale: sensibilizzare la società è indispensabile, ma senza un coinvolgimento diretto dei decisori politici – su risorse, organizzazione dei servizi, formazione e accesso alle cure – l’ADHD rischia di restare un’urgenza invisibile.

Riconoscimento: servono linee guida nazionali, chiare e condivise
Il primo ostacolo, infatti, è il riconoscimento. Le diagnosi tardive o mancate generano percorsi frammentati e a non lineari: la persona viene spesso intercettata solo quando compaiono altre complicazioni, comorbidità o comportamenti a rischio. In questo quadro, le liste d’attesa che si generano per avere una prima diagnosi e soprattutto un piano terapeutico adeguato e la disomogeneità territoriale diventano fattori di disuguaglianza.
In modo netto, Cristina Lemme, presidente ADHD LAZIO ODV e Coordinamento nazionale organizzazioni ADHD ITALIA, ha innanzitutto fornito una stima della diffusione nel nostro Paese, indicando circa 300mila studenti e un milione e 500mila adulti potenzialmente interessati. Una vastissima platea che richiama l’urgenza di costruire cultura e competenze diffuse: l’ADHD è spesso sotto diagnosticato perché manca formazione, e perché l’attenzione del sistema tende a concentrarsi sull’emergenza più che sulla prevenzione. Da qui la richiesta di strumenti chiari e condivisi (linee guida, percorsi, criteri), e l’esigenza di ridurre lo stigma che ancora circonda il disturbo e i trattamenti.
Per questi motivi il Comitato scientifico del Coordinamento Nazionale di Organizzazioni ADHD ITALIA ha redatto un position paper, consegnato da Cristina Lemme, durante il convegno, al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, Alberto Siracusano, proprio nell’ottica di promuovere linee guida chiare e condivise per la diagnosi e la presa in carico delle persone con ADHD.
Qualità della vita: servono continuità, integrazione tra interventi, accesso alle terapie
La prospettiva scientifica ha rafforzato il tema della qualità della vita. L’ADHD non è un “episodio”: è una condizione che può accompagnare la persona lungo l’arco della vita, cambiando manifestazioni ma continuando a influire sul funzionamento quotidiano. L’ADHD può causare disabilità secondarie, stress cronico e disregolazione emotiva che incidono su autostima, relazioni, opportunità di studio e lavoro. Per questo la risposta non può essere episodica: servono continuità di presa in carico, integrazione tra interventi e accesso reale alle terapie.
ADHD e dipendenze: se i servizi intercettano troppo tardi
Un capitolo delicato – ma decisivo – riguarda le correlazioni tra ADHD e dipendenze. Quando l’ADHD non viene intercettato o trattato, possono aumentare vulnerabilità e comportamenti a rischio; e spesso i servizi incontrano la persona più tardi, quando il quadro è già complesso. La prevenzione, qui, significa diagnosi tempestiva, formazione degli operatori e percorsi integrati che evitino rimbalzi tra servizi.
La scuola: servono formazione, supporto, capacità di alleanza scuola-famiglia
Dentro questa cornice, la scuola emerge come snodo strategico. Federica Cerulli, consigliera comunale e presidente Commissione scuola, sport e cultura del Comune di Fiumicino ha insistito su un punto concreto: riconoscere precocemente l’ADHD richiede docenti formati e strumenti pratici, non solo sensibilità individuale. Servono percorsi di formazione di qualità, alleanze educative tra scuola e famiglia e – quando necessario – figure di supporto capaci di accompagnare situazioni complesse, riducendo conflitti, colpevolizzazioni e dispersione.
I servizi: la parola chiave è rete
Giuseppe Nicolò, psichiatra, direttore DSM-DP ASL Roma 5 e coordinatore vicario del tavolo tecnico ministeriale sulla salute mentale, ha richiamato la necessità che l’ADHD venga trattato come condizione comune, con percorsi chiari anche nei contesti dove spesso emergono le conseguenze (per esempio le dipendenze). Comorbidità e ritardi diagnostici, se non affrontati, alimentano sottovalutazioni e accessi tardivi: il risultato è una cura meno efficace e più costosa, umanamente e socialmente.
Sulla stessa linea, Giuseppe Quintavalle, direttore generale ASL Roma 1 e vicepresidente FIASO: il paziente non deve essere preso in carico da un servizio, ma essere assistito nell’ambito di un percorso territoriale integrato. Partire dalle scuole, lavorare sulla multidisciplinarietà, rafforzare il dialogo tra i nodi del SSN, rivedere alcuni assetti in chiave interdisciplinare e garantire continuità sono scelte che dipendono dalla governance. In questo quadro, il ruolo del terzo settore e dell’associazionismo appare decisivo nel far emergere bisogni, costruire alleanze e sostenere una cultura della cura.
La lezione che resta, dunque, è doppia. Da un lato occorre parlare alla società: contrastare lo stigma, superare stereotipi e riconoscere l’ADHD come tema di salute mentale e di qualità della vita. Dall’altro bisogna parlare con forza ai decisori: servono politiche pubbliche che rendano esigibili diagnosi tempestive, accesso alle terapie, formazione continua (nella scuola e nei servizi) e una rete territoriale capace di prendersi cura delle persone lungo tutto l’arco della vita. Solo così la consapevolezza diventa diritto, e la resilienza evocata dal titolo dell’incontro si traduce in percorsi concreti.






