AFFIDIAMOCI. ESSERE FAMIGLIA OLTRE I PREGIUDIZI ISTITUZIONALI

Affidiamoci, progetto di M’aMa-Dalla Parte dei Bambini che punta a garantire il diritto di ogni bambino a crescere nella famiglia più giusta per lui, compie 10 anni e porta avanti il primo corso per single e coppie dello stesso sesso. Karin Falconi: «La legge 184 apre l’affido a tutti, purché formati. Ma molti Tribunali, con pregiudizi, lo precludono a single e coppie omosessuali»

di Laura Badaracchi

5 MINUTI di lettura

ASCOLTA L'ARTICOLO

Compie 10 anni il progetto Affidiamoci, lanciato dall’associazione M’aMa-Dalla Parte dei Bambini «per garantire il diritto di ogni bambino a crescere nella famiglia più giusta per lui, affidataria o adottiva, al di là di ogni pregiudizio istituzionale: single, famiglie Lgbtq+, famiglie ricomposte, realtà accoglienti capaci di offrire cura, stabilità e amore», spiega Karin Falconi, counselor e mediatrice familiare, esperta in affido e adozione, vicepresidente dell’associazione. E precisa: «La legge 184 apre l’affido a tutti, purché formati. La realtà è che molti Tribunali, con pregiudizi, precludono l’affido a single e coppie omosessuali: chiedono una famiglia “normale” perché il bambino (come motivazione ufficiale) è traumatizzato e ha bisogno di normalità». Uno stereotipo smentito dai risultati raggiunti da Affidiamoci in questo decennio: «Grazie alla collaborazione con servizi e tribunali di tutta Italia, 54 minori sono stati accolti da single affidatari e 37 minori da coppie omosessuali affidatarie. Contiamo 600 famiglie iscritte ai percorsi formativi “InformAffido”, tra cui 350 single e 90 coppie omosessuali: il 40% ha concluso il percorso con i servizi. Complessivamente, ben 280 minori difficilmente collocabili sono stati accolti in famiglie affidatarie sine die o adottive tramite gli appelli di M’aMa, con un tempo medio di attesa per un abbinamento di 24 mesi dopo la formazione». Si tratta di adolescenti, bambini con gravi disabilità, fratrie, vittime di abusi che hanno trovato una famiglia, diversi a Roma.

Il primo corso su mono e omogenitorialità affidataria e adottiva

Per festeggiare questi traguardi raggiunti e i prossimi da raggiungere, il progetto ha organizzato Chi accoglie fa famiglia. Conoscersi per riconoscersi, primo corso «pensato esclusivamente per single e coppie dello stesso sesso che desiderano intraprendere, o stanno già vivendo, un’esperienza di affido o di adozione in casi particolari». Dopo il primo appuntamento del 19 gennaio, l’itinerario formativo – online – andrà avanti fino a marzo «per un totale di 8 incontri: 6 di gruppo, della durata di 2 ore ciascuno dalle 19 alle 21, e 2 individuali o di coppia. Chi partecipa ha accesso a materiali scaricabili, testimonianze e un feedback finale per iscritto. Si tratta di un percorso formativo pensato per favorire una piena consapevolezza della propria scelta di accoglienza, elemento imprescindibile per decidere se e come intraprendere un progetto di affido nel contesto del sistema attuale. Il programma affronta in modo concreto la possibilità di crescere un figlio in affido da soli o con un partner dello stesso sesso, analizzando la realtà dell’affido sia sotto il profilo giuridico sia sotto quello relazionale», spiega Falconi.

Si parte «dall’elaborazione della motivazione personale alla scelta di accogliere, approfondendo temi centrali come la presenza di altri minori in famiglia e la motivazione iniziale, l’omofobia interiorizzata e il coming out, il ruolo della rete familiare e il sostegno al minore in affido inserito in una famiglia percepita come diversa dal punto di vista sociale. Una parte fondamentale è dedicata alla consapevolezza degli stereotipi istituzionali, attraverso l’analisi del profilo dei minori generalmente proposti, delle valutazioni operate da servizi e tribunali, dell’esistenza di tribunali virtuosi e del possibile ruolo limitante dell’omofobia interiorizzata della stessa famiglia affidataria». Infine vengono presentati «strumenti e strategie pratiche che Affidiamoci mette a disposizione di chi si accinge o sta già affrontando un’esperienza di affido e, su richiesta, viene offerta una fotografia della famiglia (Carta identità genitoriale)». Prima dell’avvio del percorso è previsto «un colloquio conoscitivo preliminare online, individuale o di coppia concordato privatamente, utile a comprendere le motivazioni personali, valutare aspettative, dubbi e bisogni, raccogliere informazioni sulla storia personale e familiare, orientare al meglio al percorso e verificare che risponda effettivamente alle esigenze del partecipante».

Matteo e Lucio: «Chi affronta questo percorso si deve mettere a disposizione a cuore aperto»

«In Italia manca ancora uno spazio professionale dedicato a chi vive la genitorialità affidataria o adottiva fuori dai modelli tradizionali. Affidiamoci ha scelto di colmare questo vuoto, forte di dieci anni di esperienza e di una rete nazionale ricca di famiglie mono e omogenitoriali che si sono formate con noi», sottolinea Falconi, che ha fondato il progetto nel 2015, osservando la necessità «di un discernimento prima di aprirsi a bambini con bisogni speciali». Chi l’ha fatto testimonia che è una scelta possibile: Michele e Alessandro hanno preso in affidamento il piccolo E. lo scorso 3 giugno, oggi ha quasi un anno ma come crescita è indietro. «È nato con la sindrome feto-alcolica, sua madre ha fatto uso di alcol e droghe durante la gravidanza, ora sta facendo un percorso di disintossicazione. In ospedale e in casa famiglia non mangiava, avevano detto che non si poteva muovere, aveva il sondino nasogastrico ed era prevista una peg per la sua disfagia. Ora mangia e in 6 mesi con la terapia di psicomotricità ha recuperato il movimento delle braccia. Il neuropsichiatra infantile ci ha detto: “È successo un miracolo?”. L’amore cura qualsiasi cosa», racconta Michele. Invece Matteo e Lucio hanno accolto B., con glaucoma congenito e quindi cieca dalla nascita, da giugno ufficialmente figlia adottiva di Matteo: «Chi affronta questo percorso si deve mettere a disposizione a 360 gradi e a cuore aperto, consapevole a cosa va incontro: paure, ansie, visite mediche, interventi e controlli. Me l’ha fatto fare l’amore ed è stata lei a prendere noi: dopo 8 mesi in casa famiglia, al primo incontro ha messo la testa sulla mia spalla e preso il dito di Lucio». Ancora, Marco e Lorenzo hanno preso in affidamento A. quando aveva 4 anni e viveva in una struttura del Piccolo Cottolengo «che insieme alle suore ci ha riservato un’accoglienza straordinaria. Lui si è gettato fra le nostre braccia, come se ci conoscessimo da sempre. Camminava con il girello, aveva la peg, quasi non aveva prospettiva di futuro secondo l’anestesista della struttura. Mangiava solo cibi liquidi, non aveva mai fatto lo svezzamento – ricorda Marco –. Oggi, a 7 anni, ha tolto la peg da un anno e mezzo, cammina da solo, sale e scende le scale, va a scuola, è pettegolo, canta benissimo anche al karaoke. Avevamo bisogno di lui e lui di noi; non ci toglie energia, ce la dà». E la giornalista Valentina Reggiani è diventata mamma single adottiva di M. «È di quelle che si battono per tutti i bambini, anche quando nessuno vuole ascoltare – commenta Karin Falconi, che ha conosciuto l’affido da adolescente (in fuga da una famiglia difficile), lo ha scelto poi per lavoro e voluto nella vita privata –. Suo figlio ci ricorda perché Affidiamoci esiste: perché nessuno/a dovrebbe crescere senza famiglia».

Immagine di copertina Dan Stephens

AFFIDIAMOCI. ESSERE FAMIGLIA OLTRE I PREGIUDIZI ISTITUZIONALI

AFFIDIAMOCI. ESSERE FAMIGLIA OLTRE I PREGIUDIZI ISTITUZIONALI