MIGRAZIONI, IL CONFINAMENTO GLOBALE COME ANTICAMERA DEL TOTALITARISMO

In un contesto globale di trasformazione del diritto e delle politiche migratorie, va deteriorandosi l’idea di un’uguaglianza giuridica tra gli esseri umani e i cittadini stranieri sono tra i più colpiti da una tendenza a creare uno status giuridico differenziato che crea vulnerabilità. Il presidente ASGI Trucco: «Norberto Bobbio diceva che la grande invenzione del Novecento era stata l’elaborazione del sistema dei diritti umani. Oggi quel sistema è sotto un attacco devastante»

di Maurizio Ermisino

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«Norberto Bobbio diceva che la grande invenzione del Novecento era stata l’elaborazione del sistema dei diritti umani. Oggi quel sistema è sotto un attacco devastante». Così Lorenzo Trucco, Presidente ASGI, ha introdotto l’arena di confronto Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo, organizzato da ASGI, Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, che si è svolto ieri a Roma, a Villa Altieri. Si è parlato di un totalitarismo che, dal trattamento verso le persone in movimento, si sta allargando ad altre categorie di cittadini. Un filo rosso che oggi sta unendo gli Sati Uniti d’America all’Europa. Una delle immagini più paradossali dei nostri tempi è la finzione del non ingresso. «Le persone sono sul territorio e fingiamo che non ci siano per non applicare quelli che sono dei diritti basilari» ha commentato il presidente.

Togliere il diritto alla libertà

In un continuo stato di tensione succede che alcune forze spingano di più, che prendano il sopravvento fino a trasformare lo stato attuale della democrazia. Negli ultimi 20-25 anni sulle migrazioni si è giocata una battaglia che riguarda anche la collettività. «Le democrazie moderne si basano sul fatto che la garanzia è universale: il fatto che gli altri siano garantiti significa che tu sei garantito. Se gli altri non sono garantiti non lo sei neanche tu» ha spiegato Salvatore Fachile, socio ASGI. «Il campo di battaglia preferito in questo periodo è il diritto delle migrazioni. Si è cercato di riconsiderare le basi stesse della società, che è fondata su alcuni diritti fondamentali, alla vita, alla libertà personale, di difesa. Su questi temi è stato demolito il diritto con riguardo alle persone straniere, creandone uno speciale, diverso da quello degli altri. Si è scelto di togliere il diritto alla libertà, pensare a una detenzione governativa diffusa, un confinamento che dai tempi di Ventotene in poi non era più permesso. Un confinamento a opera del governo che ha il potere sulla libertà dell’individuo, senza un reale potere di contrasto da parte della magistratura. Perché? Perché c’è un diritto di difesa che non è tale, è teorico e non effettivo, lo devi esercitare in 5 giorni». Su questo si continua a giocare. Chi è che ci ha giocato? «È stata solo una parte, quella conservatrice? Assolutamente no» si chiede Fachile. «I veri capovolgimenti dei principi costituzionali li ha fatti la parte dei progressisti. La detenzione amministrativa è stata reintrodotta, per la prima volta dopo il Duce, da Napolitano. Il maggior atto criminale, dopo la Seconda Guerra Mondiale, per l’Italia, lo ha fatto un governo di centrosinistra, con Minniti, con l’accordo con la Libia. Che è una negazione del diritto alla vita: se posso respingerti in Libia dove si deve morire, nelle carceri, è un atto criminale in tempo di pace».

Il problema del canale umanitario

Oggi ci troviamo di fronte a un diritto dell’immigrazione che è opaco e lontanissimo da qualsiasi comprensione. «Oggi un cittadino straniero che entra in carne ed ossa nel territorio italiano è come se non fosse entrato» è il paradosso che spiega Giulia Crescini, socia ASGI. «Oggi è possibile che arrivi un sudanese in Italia e che io possa mandarlo in Colombia o in un Paese a caso. Tutto questo crea frustrazione, indignazione, incomprensione». È allora il caso di andare oltre questo sentimento di indignazione e tristezza per parlare degli strumenti giuridici che si possono applicare. «Sosteniamo un superamento dell’intervento umanitario» è l’idea forte di ASGI, come spiega Crescini. «Il canale umanitario rappresenta l’apoteosi di una parte del Terzo Settore, che pensa di poter scegliere chi può vivere e chi muore. Il canale umanitario per anni ci ha spuntato le armi davanti al tribunale civile e il tribunale amministrativo. I giudici hanno detto: “se c’è il canale umanitario le persone possono entrare. Non c’è bisogno di fare la guerra alle motovedette date ai libici. Se una persona è in carcere in Libia può entrare con il canale umanitario”. Ci sono volute dieci anni per fare capire che, attraverso il canale umanitario, c’è qualcuno che sceglie chi è più meritevole di entrare e chi no».

La detenzione nei “locali idonei”

La detenzione amministrativa è esattamente quello che ogni società democratica ha rifiutato dopo la Seconda Guerra Mondiale. «Vuol dire essere detenuti non per reati, ma per ragioni logistiche e governative» riflette Fachile. «La detenzione amministrativa avviene senza un intervento reale della magistratura, con una convalida che dura 40 secondi e un procedimento che viene governato dalla polizia, che non ti dà il permesso di soggiorno e quindi ti trattiene con un decreto dentro un centro. Che non è solo il CPR.  I centri sono tanti, come i “locali idonei”, che sono la possibilità di detenere una persona straniera in qualsiasi posto a disposizione della polizia, che non viene neanche reso noto. Il governo è il potere esecutivo ed è lui che detiene tutta la dinamica della detenzione amministrativa. Tutto questo è impensabile».

USA: le politiche migratorie sono intimidazione

Questa storia è legata a un’altra, che accade negli Stati Uniti, dove stiamo assistendo a un radicale cambiamento del quadro dell’immigrazione. «Che avviene non a livello legislativo, ma con una serie di spallate della amministrazione Trump che sta incidendo sulla vita di molte persone» ci ha spiegato Alessio Marchionna, editor di Internazionale per i temi legati agli Stati Uniti. «Questa repressione contro i migranti si lega alla repressione della amministrazione Trump contro chi manifesta un dissenso». In questo senso è emblematica l’immagine, scattata un anno fa, che ritrae la Segretaria della Sicurezza Interna degli Stati Uniti Kristi Noem davanti alle sbarre della CECOT, una prigione che si trova in Salvador. E dove gli USA hanno mandato più di 240 venezuelani con accuse opache, per non dire inesistenti, di associazione terroristica. «Fa capire che le politiche migratorie diventano intimidazione e nessun migrante può sentirsi al sicuro» commenta Marchionna. «E come per Trump lo straniero di un determinato colore o con dei tatuaggi possa essere arrestato solo in quanto tale».

USA: spostare la guerra nelle città

Il sistema dell’immigrazione non era certo ideale anche prima. Ma c’è stato un salto di qualità nella guerra agli immigrati, che si sta saldando con una guerra più grande attraverso una serie di passaggi. «Il primo è stato sigillare il confine e eliminare di fatto il diritto di asilo» spiega Marchionna. «È stata cancellata l’app per richiederlo e sono stati cancellati più di 30mila appuntamenti già presi. Sono stati licenziati centinaia di impiegati amministrativi che si occupavano delle pratiche di naturalizzazione». «Il secondo passaggio è stato spostare la frontiera dal confine con il Messico all’interno del Paese, scatenare la caccia al migrante, aprire una guerra nelle città statunitensi» continua il giornalista. «Minneapolis è stata una di queste, l’ultima delle città santuario che si rifiutano di collaborare con le forze federali che si occupano di immigrati. Trump ha dato l’impunità a squadre che vanno a fare retate anche in posti sensibili, come scuole, ospedali, chiese. In passato si pensava che una parte della popolazione migratoria potesse essere avviata verso una legalizzazione: oggi è passato il messaggio che nessuno è protetto. Le famiglie non mandano i figli a scuola e non escono di casa perché temono retate». Un altro passaggio è stato l’inevitabile crescita dell’apparato che si occupa della repressione degli immigrati. «C’è uno sforzo per il reclutamento di nuove forze fa sì che siano popolate di agenti inesperti, con poche settimane di addestramento, che non vedono l’ora di usare il loro potere in modo aggressivo» ci rivela Marchionna. «Un ulteriore passaggio è stato avviare un grande piano di de-legalizzazione degli status»” aggiunge. «Anche chi aveva già degli status che lo dovevano garantire non è al sicuro».

 Trump e la tattica dello sfondamento

Le scene che abbiamo visto A Minneapolis avvengono ovunque. «È possibile che uscendo di casa ci si imbatta non in un arresto, ma in un’aggressione da parte di persone mascherate, senza che presentino distintivo, nominativo e agenzia di appartenenza». È il racconto inquietante che ci fa Luca Celada, inviato in USA per Il Manifesto. «L’ICE assume con salari di 50-60 Mila dollari l’anno e un premio di reclutamento di 50mila dollari, persone in stato di emarginazione economica e li sottopone a un addestramento solo formale. Sono stati assunti 10mila nuovi agenti: vogliono arrivare a 50mila perché l’obiettivo è deportare milioni di persone».  E non c’è solo il blocco del diritto di asilo. «C’è un decreto che chiede al Ministero di Giustizia di riesaminare tutte le pratiche di asilo finora concesso e rimettere intanto in detenzione tutte quelle persone» racconta Celada. «Una direttiva della Casa Bianca chiede una quota di 100-200 rimpatri mensili in base alla denaturalizzazione, un processo in base al quale togliere la cittadinanza a persone che l’hanno già ed espellerle. La tattica americana è lo sfondamento: noi facciamo una cosa, prova a impedirmelo». I luoghi di detenzione nei suoi articoli Celada li chiama CPR, per farci capire cosa siano. «Quelli che già esistono sono tutti a gestione privata. Ce ne sono due che gestiscono l’intera rete. Riguardo agli arresti dei bambini, poi dicono: “noi arrestiamo i genitori, se vogliono stare insieme mettiamo in carcere anche i bambini”». Il prossimo passo sarà requisire dei magazzini per il l’internamento, per una sorta di Amazon dell’espulsione. «Perché l’operazione è mastodontica: espellere 20 milioni di persone» spiega l’inviato. «Saranno requisiti magazzini per ospitare dai 7500 ai 10mila detenuti in attesa di espulsione, forse a casa loro, forse altrove».

 

 

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