ATTIVISMO CIVICO: COME CONIUGARE IDENTITÀ E INNOVAZIONE?

Il volontariato e l'attivismo civico sono portatori di una visione politica, che è necessaria nell'ecosistema dell'innovazione

di Chiara Buongiovanni

Mettete insieme un piccolo gruppo di professori universitari, ricercatori, imprenditori sociali, esponenti di spicco e attivisti del volontariato italiano: con ogni probabilità ne verrà fuori un confronto per niente scontato sul tema dell’associazionismo civico, dell’innovazione sociale e degli ecosistemi abilitanti.

A conferma, qualche spunto emerso dal seminario recentemente ospitato dal Centro di Servizi per il Volontariato CSV Lazio, in occasione della visita di Nir Tsuk, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del Centro Studi in Social Design dell’Università di Osaka. Al centro il ruolo dell’associazionismo civico.

Una riflessione che rimane ovviamente aperta, ora che sta guadagnando il suo momentum nel contesto nazionale ed europeo, oltre che – come confermato ancora dal professor Tsuk – al livello globale.

 

associazionismo civico
Nir Tsuk, professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del Centro Studi in Social Design dell’Università di Osaka

PARTIRE DAI MICRO-TERRITORI. La tesi di partenza è che la sfida del benessere delle comunità e la garanzia di accesso equo alle opportunità si giochi inevitabilmente al livello micro-territoriale. Al di là del quadro di riferimento normativo per le partnership tra settori classicamente catalogati come “pubblico – privato – terzo settore”, un punto centrale restano le risorse materiali e immateriali necessarie per trasformare idee e obiettivi di politiche in soluzioni a livello locale. Si tratta al contempo di individuare  i contributi specifici dei diversi attori e le strategie per stimolarne l’azione verso un obiettivo comune.

In questa riflessione, la cittadinanza attiva, soggetto costituzionale nel nostro ordinamento e linfa del volontariato, è considerata un asset territoriale prima che nazionale. L’innovazione sociale legata all’associazionismo civico si genera prevalentemente in contesti micro-territoriali. E questo è un elemento da considerare, quando si introduce il tema della scalabilità, come quello del trasferimento delle citatissime “buone pratiche”.

 

NON TUTTO È IMPRESA SOCIALE. Cosa succede quando il volontariato e l’attivismo civico scendono in campo?

Un primo punto emerso con una certa evidenza è che – se anche nel dibattito e nelle policy un’attenzione particolare sia attualmente dedicata all’impresa sociale e alle sue evoluzioni (dalle iniziative europee alla stessa riforma italiana)  – le istanze dei volontari e dei movimenti civici conservano delle caratteristiche a sé che vanno considerate e preservate. Tra queste, sottolineata fortemente la visione “politica” e non solo “funzionale”  del proprio operato rispetto alla risoluzione di un certo problema, operato che è espressione di una “visione di società”,  interpretata attraverso una diretta “responsabilità civica”.

 

LA POLITICA PRIMA DELLE POLITICHE. La sensibilità alla base dell’impegno civico e la lettura critica della realtà in chiave politica, dunque, resistono in quanto patrimonio “genetico” dell’associazionismo, pur in un benefico e auspicato processo trasformativo. L’associazionismo sembra non poter e non voler rinunciare alla  propria “dimensione” politica, pur chiarendo che non si parla di “politica dei partiti”,  ma dell’orizzonte politico entro cui l’azione del volontariato  per sua natura si muove e prende forma. In altre parole: l’innovazione per un maggior impatto e un maggiore benessere delle comunità non può fermarsi al livello del fare e del risolvere. Deve saper considerare ed elaborare soluzioni politicamente sostenibili, su base di equità e democrazia.

 

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L’innovazione si fa insieme (Foto: Rocchetta Pantaleo Rizzo, progetto Tanti per tutti)

UN APPROCCIO STRUTTURALE. Il vero punto di svolta sembra essere l’attenzione all’ecosistema dell’innovazione, più che alle singole pur lodevolissime ed efficaci innovazioni sociali generate al suo interno.  In altre parole, non basta concentrarsi sull’innovazione di servizio o di prodotto, ma  bisogna lavorare sulla dimensione sistemica dell’innovazione sociale, che fa riferimento al modo in cui le componenti interagiscono tra loro. Per riportare il discorso nel concreto: bisogna lavorare sul “come” le associazioni di volontariato, le imprese sociali, la finanza di impatto, le pubbliche amministrazioni, le università e la ricerca entrano in relazione e lavorano insieme.

Rendere le interazioni non spontaneistiche, ovvero non esclusivamente basate sull’intelligenza, la disponibilità e la buona volontà delle persone sembra un’esigenza particolarmente avvertita nel mondo del volontariato italiano. Perché se l’innovazione la fanno le persone è pur vero che è l’ecosistema a renderla sostenibile. Un esempio  tutto italiano, largamente apprezzato su base internazionale, i Regolamenti per l’amministrazione condivisa dei beni comuni, curati da LABSUS – Laboratorio per la Sussidiarietà.

Quello dell’innovazione sociale appare un ecosistema in rapida evoluzione in cui gli attori esprimono l’esigenza di un approccio sempre più “strutturale” e meno sperimentale.

Tutti d’accordo sulla necessità  (e l’opportunità) di massimizzare l’impatto delle azioni portate avanti nel variegato mondo delle associazioni di volontariato. Per farlo bisogna lavorare non solo sulle pratiche innovative, ma anche sui flussi di condivisione e scambio della conoscenza e sulle relazioni tra i diversi attori dell’ecosistema. Questi sembrano essere indicazioni importanti per i policymaker.  A tal proposito probabilmente sarà interessante monitorare l’esperienza di questo primo “Fondo per l’Innovazione sociale” e vedere se e in che termini il volontariato e l’attivismo civico vi troveranno un ruolo.

 

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Il volontariato deve preservare la propria identità, ma senza isolarsi. (Foto: Paolo Loli, progetto Tanti per Tutti)

L’IDENTITÀ E LA MISSION. Insomma, i confini tra settori “tradizionalmente” chiusi e ben delineati sono decisamente in evoluzione, ma preservare la propria identità sembra essere una questione importante per il mondo del volontariato, nonostante si riconoscano le opportunità in campo e il fenomeno crescente di ibridazione nei modelli organizzativi.

Nella visione del professor Tsuk, è fondamentale per il mondo del volontariato saper leggere il  cambiamento su scala più ampia, intercettandone la portata strutturale lungo tre direttrici: la nuova imprenditorialità sociale, lo sviluppo di programmi di investimento genuinamente collegati all’impatto (impact investing), la cosidetta crowd-revolution. il punto, nella sua lettura, è come il mondo dell’associazionismo, ma non solo, saprà usare queste dinamiche dirompenti in un modo “intelligente”, lavorando in primis sulle relazioni.

 

I PONTI. Fedeli alla premessa, non ci sono qui conclusioni, ma l’auspicio di un processo di  apertura genuina e necessaria per evitare che il mondo dell’associazionismo, per paura di contaminarsi, resti fuori dall’ecosistema dell’innovazione, che mai come oggi ha di esso bisogno. Forse ci vorrà un po’ più di pazienza del previsto. Ma, opinione condivisa, i processi di sintesi (reali e non di puro marketing nel nome di un impact–washing sempre in agguato) richiedono tempo, pazienza e dedizione alla causa. Richiedono anche e soprattutto “ponti”,  ovvero figure e istituzioni che sappiano costruirne. Un ruolo importante, in questo contesto, per pubblica amministrazione (in doppia veste di attore e in un serto senso arbitro), del mondo accademico e dei media.

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