ASSOCIAZIONISMO SOCIALE, FONDAMENTO DELLA DEMOCRAZIA

Con Tommaso Vitale sul ruolo dell'associazionismo sociale nel costruire riconoscimento, legami di comunanza, spazi sottratti alla logica del mercato. E nel ripensare le dinamiche locali e il significato della partecipazione civica

di Maurizio Ermisino

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Non solo infrastrutture sociali, ma una parte fondamentale della democrazia. È questo il ritratto delle associazioni che esce dall’instant book La prospettiva civica. Nuove letture dell’associazionismo sociale tra ricerca, comunità e trasformazione di Tommaso Vitale, parte del percorso Futuro Prossimo. Un confronto a più voci a partire dai risultati del decimo Rapporto sull’associazionismo sociale curato dall’Istituto di Ricerche Educative e Formative (IREF) delle ACLI, uno strumento di riflessione su come l’associazionismo stia evolvendo in Italia, esplorando le nuove forme di partecipazione in un momento in cui il Terzo Settore e il mondo del Volontariato si trovano ad affrontare sfide inedite e profonde trasformazioni. Il dibattito ha messo al centro il ruolo delle associazioni nel costruire riconoscimento, legami di comunanza e spazi sottratti alla logica del mercato, ripensando le dinamiche locali e il significato stesso della partecipazione civica. Ne abbiamo parlato con l’autore, Tommaso Vitale, professore associato di Sociologia nell’Istituto di Studi politici di Parigi (Sciences Po) e direttore del master Governing the Large Metropolis.

Dalla ricerca emerge una ridefinizione dello sguardo sulla partecipazione associativa: al centro ci sono le persone che presidiano gli spazi dell’organizzazione, sostengono continuità, agiscono con tenacia e mantengono legami. Attivisti definiti come infrastruttura civica invisibile…
«L’infrastruttura è qualcosa che permette dei flussi. Le infrastrutture sociali sono interessanti perché permettono flussi di socialità e di convivialità: fare insieme, giocare, fare sport, aiutarsi. Pensiamo che siano infrastrutture sociali, ma molto spesso hanno una componente civica fondamentale: giocano un ruolo fondamentale nella democrazia. Non si producono solo esternalità sul piano del riconoscimento di esseri umani ma anche sul piano del civismo, dell’appartenere alla stessa città, avere un legame di civitas. Le associazioni sportive non vanno valutate solo nella loro capacità di far fare sport e produrre salute. Non sono un servizio mercificato: hanno spesso regole democratiche, un po’ si gioca e un po’ si cura il campo. Abbiamo lavorato per vedere come gli attivisti pensano, guardano e realizzano delle cose. Così vengono fuori principi come l’obiettivo di aggregazione, l’apertura verso l’esterno. Questa è un’infrastruttura civica potentissima e non possiamo ridurla a un’attività commerciale o una società quotata in borsa grazie ai suoi risultati. Se le schiacciassimo soltanto sulla loro dimensione settoriale o sociale perderemmo la posta in gioco democratica».

Nel suo intervento parla di “riconoscimento dissonante” per descrivere l’incontro con le differenze. Come questa dissonanza può diventare leva di empowerment e non fattore di logoramento?
«C’è sicuramente una fatica, mai negata, che rimanda alle differenze, alle grandi variabili sociologiche di classe, di religione, di confessione, di livello di istruzione. Per anni lo studio di questo tipo di realtà ha teso a mettere in luce come questa fatica spingesse molto verso dei gruppi sempre più omogenei. A livello sociologico si è parlato di “omofilia”: le persone cercano di avere relazioni semplici e pacificate e quindi piace qualcuno a loro simile. Per tanto tempo abbiamo pensato che questa fosse una dinamica strutturante dell’impegno volontario. Tanto che molte persone tendevano a sminuire questi mondi come gruppi dalle identità un po’ chiuse che non ce la fanno a produrre civismo. Le indagini che abbiamo fatto non sono così coerenti con questa interpretazione. Rispetto a 10- 15 anni fa le persone in questi gruppi cercano meno l’emofilia e più l’eterofilia, cioè qualcuno un po’ differente. Ci sono tanti segnali che si possono interpretare con un’Italia civile che prova a cambiare le cose e che ha più consapevolezza, più attenzione: si dedica più tempo alle riunioni, al linguaggio, alle regole di ingaggio. Si cerca di non essere sempre “tra di noi”. È qualcosa di lontanissimo dall’ossessione identitaria che ha caratterizzato lo spettro dell’impegno politicizzato».

Emerge un collegamento tra l’emersione delle “energie sotterranee” e fasi di tensione sociale e policrisi. In che misura ritiene che l’attuale fase sistemica possa ridefinire il ruolo politico dell’associazionismo nel produrre auto riconoscimento collettivo?
«Le organizzazioni dedicano un po’ meno tempo a fare rete, cioè iniziative con gli altri, ma si conoscono un po’ di più. Si ritrovano meno, ma quando si ritrovano la qualità della cooperazione è maggiore. Tutti sono molto soddisfatti delle cose fatte insieme negli ultimi due-tre anni, solitamente sui temi delle migrazioni o delle povertà, su grosse campagne nazionali o locali. Quella che viene fuori è una grandissima base sociale che domanda implicitamente ma dà segnali di disponibilità espliciti a lavorare su grandi questioni societarie nell’Italia civile».

L’attenzione ai significati attribuiti alla partecipazione implica che le missioni associative siano costantemente reinterpretate dall’interno. Cosa rivela questo processo sulle capacità di adattamento delle organizzazioni e sui loro limiti?
«Spesso le organizzazioni continuano a nascere e morire con i loro fondatori, e se hanno forme di rinnovamento sono forme di rinnovamento generazionale pressoché in blocco. In circa un terzo delle organizzazioni si vedono delle capacità di far entrare nel gruppo dirigente, uno alla volta, nuove persone. È una percentuale più alta di prima. Iniziano a esserci dei gruppi che hanno una riflessione non soltanto su cosa serve al nostro territorio, ma anche su a che punto si debba chiudere, e se ci si possa permettere di chiudere, non nel senso di fermare l’attività, ma di lasciarla ad altri. Una delle cose affascinanti che emerge non è tanto l’adattamento delle singole organizzazioni, ma come i territori si adattano grazie a queste organizzazioni a fronte di una certa rigidità delle loro istituzioni: sempre di più emergono forme associative dentro gli ospedali, le scuole, dentro qualsiasi forma istituzionale. C’è un fiorire di nuovi gruppi che emergono lì dove l’infrastruttura sociale che permette le relazioni è presente. Magari è molto rigida. ma dentro emerge la possibilità di creare un’attività parallela che ne estende le funzioni. I territori si adattano offrendo opportunità di partecipazione grazie alla nascita di gruppi più o meno formalizzati laddove le infrastrutture sono presenti».

Emerge un ecosistema associativo poco reticolare. Quello della rete è un tema storico per l’associazionismo. Con quali strumenti e in che modo trovare risposte concrete alla necessità di favorire esperienze di molteplicità e mobilità tra reti diverse?
«Bisognerebbe guardare nelle traiettorie delle persone: come si spostano, cosa fanno, come evolvono le loro carriere di partecipazione. Ci sono dei cambiamenti che finora abbiamo analizzato su un piano di congiunture: l’emergere dell’ambientalismo, il ritorno della povertà, la migrazione, l’adattamento al cambiamento climatico hanno fatto sì che alcune persone si spostassero verso questi temi. Ma credo che sia un’interpretazione parziale quella di pensare che siano solo le grandi svolte storico-politiche che aprono ai passaggi da un’attività all’altra, da una rete all’altra. Penso che le cose siano più fluide. A livello locale abbiamo registrato una buona conoscenza degli altri gruppi. L’informazione c’è. Il fatto che dicano che c’è poca comunicazione e poco coordinamento rimanda al fatto che in ogni caso si conoscono e non hanno i mezzi per fare di più».

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