TERREMOTO. PERCHÈ NEL CAMPO DI ACCUMOLI È IMPORTANTE GIOCARE A CARTE

Intervista a Federico Ludovici, capo del campo in cui sono ospitati soprattutto anziani, che hanno perso tutto.

di Paola Springhetti

Era buio quando i volontari del CAER hanno cominciato a muoversi, in quella notte del 24 agosto, quando il terremoto ha distrutto anche Accumoli, 800 metri di altezza,  800 o poco meno residenti comprese le frazioni, 800 o poco più anni di storia.
Nelle prime ore del mattino erano già sul posto, a montare il campo. Il CAER (Centro Ascolto Emergenza Radio) è un’associazione di protezione civile di Roma, che è già intervenuta nel terremoto dell’Aquila (2009) e in quello dell’Emilia Romagna (2012). Federico Ludovici è l’uomo che coordina il campo di Accumoli, che accoglie un centinaio di sfollati.

Le emozioni dei volontari

«Nella notte ci ha attivati l’Agenzia della Protezione Civile del Lazio e alle prime ore del mattino stavamo già montando la tendopoli nel campo sportivo», racconta, «e stavamo allestendo l’organizzazione di base per dare, oltre all’alloggio, pasti caldi, assistenza sanitaria e psicologica». Un lavoro massacrante, che ha costretto i volontari a turni molto brevi: 72 ore e poi il cambio. «Le squadre nelle prime ore vivono la fase più drammatica: c’è da fare tutto, bene e in fretta.

campo di Accumoli
Una veduta di Accumoli, prima del sisma del 24 Agosto 2016

E bisogna affrontare l’ansia di non riuscire a fare tutto quello che si vuole nei tempi che si vorrebbe, perché ci sono tempi tecnici che non si riescono a ridurre». Montare una tenda o una cucina richiede tempo, e in questo caso ci sono state anche altre complicazioni: «Per il campo di Accumoli è stato necessario asfaltare la strada che arrivava al campo – era una strada bianca –  e una parte dell’area su cui sono state monte le tende. Altrimenti, con la pioggia, sarebbero state immerse nel fango».
Il risultato è che non si mangia, o si mangia solo se hanno già mangiato gli ospiti, non si dorme, o si dorme solo quando tutti gli ospiti sono sistemati, e si vive tanto stress. «I volontari sono persone», ci ricorda Federico Ludovici. «Anche noi abbiamo emozioni e dobbiamo gestirle. Chi ha più esperienza ci riesce meglio, così spesso i più anziani devono aiutare i più giovani a gestire le emozioni. Comunque ci sono servizi di supporto psicologico anche per i soccorritori, per aiutarli ad affrontare lo stress post traumatico. E poi ci imponiamo turnazioni ragionevoli, per avere fasi di normalità».

Essere anziani nel campo di Accumoli

Attualmente nel campo si turnano una sessantina di volontari di protezione civile di una ventina di associazioni diverse. Il CAER gestisce la segreteria, cioè l’unità di comando. «Anche se ogni campo ha la sua storia, possiamo dire che ci vogliono in media tre giorni per raggiungere la piena efficienza», spiega Ludovici. Poi si va a regime, anche se ogni giorno porta con sé nuovi problemi.
In questo caso, c’è il fatto che gli ospiti del campo di Accumoli sono quasi tutti anziani, con un’età piuttosto elevata. «C’è quindi un elevato bisogno di cure mediche, visite, medicinali. Insomma, di un supporto sanitario non d’emergenza, ma continuo». I volontari si occupano anche di cose che possono sembrare meno importanti, e invece hanno un grosso ruolo nel migliorare la vita quotidiana: ad esempio, hanno installato i televisori, perché è importante che gli ospiti restino in contatto con il mondo; ci sono i clown per l’intrattenimento sia di anziani che di bambini; vengono celebrate le funzioni religiose, per chi vuole; c’è stata anche un’associazione di oculisti che è andata al campo per fare gratuitamente gli occhiali a chi ne aveva bisogno.

campo di Accumoli
Il campo di Accumoli

Man mano che si supera la fase di prima emergenza «si svilupperanno altri progetti e iniziative anche locali di intrattenimento: tornei di carte, libri da leggere e così via. È importante fare tutto quello che è possibile per riprendere una vita normale».
Per gli anziani la vita in tenda non è facile. «Il disagio c’è e molto dipende dalla capacità di risposta delle persone: dormire in una tenda, affrontare il caldo di giorno e il freddo di notte, avere pasti che sono sì caldi, ma non sono quelli che erano abituati a cucinarsi, usare bagni da campo…. Ma devo dire che la risposta è stata eccezionale:  non hanno mai sollevato un problema, hanno sempre ringraziato per tutto ciò che veniva loro offerto. Noi da parte nostra cerchiamo di fornire il meglio che è possibile in queste condizioni, ad esempio il massimo riscaldamento possibile. Siamo a 800 metri, e l’autunno arriverà rapidamente…».

Di cosa c’è bisogno

Man mano che passano i giorni si riuscirà a capire meglio di cosa veramente c’è bisogno. Molte donazioni in beni, fatte con molta generosità nei primi giorni dopo il terremoto, non sono in realtà utili o non possono essere utilizzate. Ludovici, su questo, è molto chiaro: «Ad esempio il vestiario usato non lo possiamo distribuire, per questioni igieniche (ci mancherebbe solo che qualcuno si prendesse la scabbia per un capo non igienizzato). Più in generale, è bene che le donazioni vengano gestite in modo centralizzato, attraverso i canali di comunicazione degli organi competenti, quindi in base alle indicazioni del Dipartimento o altri organi di protezioni civile. In linea di massima, comunque, le donazioni economiche vanno bene».

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