MIGRAZIONI. LA GUERRA IN UCRAINA CAMBIA LA NARRAZIONE

X Rapporto Carta di Roma: nella narrazione sulle migrazioni un calo del 14% rispetto al 2021 e il livello minimo di copertura dopo il 2014. La causa nello stravolgimento delle agende dei Tg, a lungo dominate dalla guerra in Ucraina

di Maurizio Ermisino

Le parole sono importanti, diceva in un film Nanni Moretti. E le parole sono importanti – lo abbiamo imparato costantemente negli ultimi anni – quando si parla di un tema delicato come le migrazioni. Il X Rapporto Carta di Roma, presentato il 15 novembre, ci parla soprattutto di parole. Vuole essere un focus su cosa è cambiato rispetto sui media rispetto agli anni precedenti, e una valutazione complessiva rispetto alla rappresentazione delle migrazioni sui media. tv, carta stampata e social.

La parola chiave: Ucraina

Quanto si è parlato di migrazione negli ultimi dieci anni e negli ultimi due? Nel Rapporto Carta di Roma, che è stato presentato da Giuseppe Milazzo, Ricercatore dell’Osservatorio di Pavia, si nota come in questi dieci anni l’andamento è stato altalenante. Si nota, com’era facile immaginare, una forte riduzione negli ultimi due, dovuta a delle grandi crisi, la pandemia e la guerra in Ucraina. Ecco, la parola chiave di questo 2022 è stata “Ucraina”, insieme a “ucraini”. La guerra non ha solo cambiato la narrazione sulle migrazioni dal punto di vista quantitativo, ma l’ha cambiata anche dal punto di vista qualitativo. Si è assistito a una modalità differente di rapportarsi alla narrazione. Nel 2022 si è rilevato un calo del 14% rispetto ai primi 10 mesi del 2021 e il livello minimo di copertura raggiunto dopo il 2014. Il declino di attenzione sembra dovuto allo stravolgimento delle agende dei Tg, a lungo dominate dalla guerra in Ucraina. Il sentimento di insicurezza verso gli immigrati, rilevato a novembre, sale di 5 punti rispetto all’anno precedente ed è pari al 32%.

Si parla più di accoglienza e meno di criminalità

carta di roma
Secondo il X Rapporto Carta di Roma, in TV c’è una correlazione significativa tra la curva della copertura mediatica delle migrazioni e la curva della percezione di insicurezza

La narrazione dei media sulle migrazioni ha cambiato toni, atmosfere e parole. Dal rapporto si notano, ad esempio, dei cambiamenti radicali nel peso delle varie categorie. Il tema Accoglienza tocca il massimo livello mai raggiunto (48%). mentre si ridimensionano i temi legati ai Flussi migratori (23%) e alla Criminalità e alla Sicurezza (15%) che toccano i minimi storici. Come sappiamo, le categorie tematiche sono legate ai periodi: ce ne sono certe di carattere più positivo e altre di tipo più ansiogeno. In questi dieci anni le categorie più soggette a una trattazione episodico-emergenziale e più permeabili agli agenti ansiogeni (flussi migratori, criminalità, terrorismo, Covid 19) sono state complessivamente prevalenti rispetto a quelle caratterizzate da maggiori elementi di contestualizzazione e da declinazioni “normalizzanti”. Ora qualcosa sta però cambiando.

In TV record storico: la presenza di migranti e rifugiati nei Tg al 21%

Negli ultimi dieci anni, la tendenza in fatto di narrazione delle migrazioni ha seguito delle tendenze costanti. Prendiamo la televisione: nel decennio esaminato emerge una correlazione significativa tra la curva della copertura mediatica delle migrazioni e la curva della percezione di insicurezza, segno di un certo rispecchiamento tra le due dimensioni. Nelle notizie televisive si è fotografata una presenza elevata e costante di dichiarazioni di esponenti politici. Nel corso degli anni questa presenza è rimasta sempre tra il 31% e il 43% fino a quest’anno, il 2022m quando si è registrata un’inedita e temporanea flessione che ha fissato le dichiarazioni dei politici al 20%. È l’unico anno in cui le notizie relative ai migranti superano le dichiarazioni dei politici. La presenza in voce di persone migranti e rifugiati nei Tg, assestatasi negli ultimi anni attorno al 6-7%, balza al 21%, stabilendo un record storico.

Stampa: in calo le prime pagine sull’immigrazione 

Nel corso del 2022, sono 563 gli articoli sulle prime pagine dei quotidiani dedicate al tema dell’immigrazione: sono in ulteriore calo rispetto all’anno scorso (il 17% in meno). Ed è il dato più basso degli ultimi 8 anni (dal 2015 al 2022). I titoli delle prime pagine dei quotidiani sull’immigrazione, dal 2015 al 2022 sono in costante calo. Ci sono dei quotidiani che, per tradizione e impostazione, hanno dedicato ampio spazio in questi anni alle questioni dell’immigrazione, e che confermano la loro tendenza. È il caso di Avvenire, che resta la testata con il maggior numero di articoli sul tema. Ma è una testata che ha un’agenda meno simile a quelle degli altri quotidiani, quella che agisce più autonomamente. La quantità di titoli sui giornali relativa al numero degli sbarchi, rilevata tra il 2013 e il 2022, ha avuto dei picchi tra il 2014 e il 2016. Ma non esiste correlazione tra il numero di titoli e le persone arrivate via mare. Pensiamo al forte calo di arrivi del 2918 (23.372 contro i 119.369 del 2017) non ha determinato un’effettiva riduzione dei titoli.

Stampa: le parole che evocano la crisi

Le parole sono importanti, dicevamo. E allora andiamo a vedere la presenza, la diffusione e la permanenza di un certo lessico emergenziale sulla carta stampata. Termini evocativi di un periodo di crisi, come “muro”, “allarme”, “emergenza”, “sicurezza”, “crisi”, “minaccia” e “invasione”, contano 5269 occorrenze, con una variabilità di penetrazione modesta nei diversi anni. Sono state individuate alcune cornici di senso che caratterizzano il decennio: “pietas”, “minaccia”, “incompatibilità”, “invasione”, “sospensione”. “Pietas” ha a che fare con i migranti salvati e accolti sulle coste italiane. “Minaccia” punta a legare l’immigrazione alla criminalità. “Incompatibilità” ha a che fare con lo scontro di civiltà e con la minaccia del terrorismo, mentre “Invasione” è un concetto che entra nei temi del dibattito politico elettorale. È interessante la cornice della “Sospensione”, che ha che fare con lo spostamento delle priorità e la protezione ai rifugiati ucraini,

La parola “clandestino” si usa meno

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Se il termine “clandestino” si usa meno sulla stampa, cresce nell’universo social

A proposito di parole, una delle più importanti in questi dieci anni è stata “clandestino”, usata in termini denigratori e giuridicamente errata. Per il Rapporto Carta di Roma, quel termine è stato usato 1646 volte sui titoli della stampa, con una penetrazione relativamente costante dal 2015 ad oggi. L’utilizzo del termine varia molto a seconda delle testate, e non è difficile immaginare perché. Dopo i primi due anni, però, il suo uso si è ridotto molto. Se prendiamo in esame altri termini denigranti, come “extracomunitario”, “zingaro”, “vucuprà”, “nomade”, l’analisi è confortante. Da un dato che sfiorava il 5% nei titoli dei giornali nel 2014, si è andati calando costantemente fino ad attestarsi, dal 2016 ad oggi, a un 1,5%. Termini che privilegiano l’atto del migrare (migrante, immigrato, straniero) prevalgono rispetto allo status giuridico (rifugiato., profugo, richiedente asilo) nell’intero periodo degli ultimi dieci anni, tranne proprio il 2022, quando la tendenza si è invertita.

Social media: più permeabili rispetto ai termini denigranti

Nell’analisi non possono mancare i social media, ed è da qui che arrivano forse le cose più curiose. Diversamente da quanto osservato nei titoli della stampa, nel decennio esaminato l’uso del termine “clandestino” cresce nell’universo social di Facebook. Dal 2013 al 2022 c’è un utilizzo altalenante del termine “clandestino”, con un picco nel 2015 e uno ancora maggiore nel periodo 2018-2020, ma la differenza maggiore rispetto a quanto osservato nei titoli della stampa è che la linea di tendenza è in questo caso crescente. Il mondo social, dunque, appare più permeabile all’utilizzo di un termine denigrante rispetto a quanto osservato nella stampa tradizionale, forse per assenza di freni inibitori o contenimenti derivanti da codici deontologici.

Ucraina: le frontiere si aprono ma non per tutti

Nello Scavo, giornalista presente alla presentazione del X Rapporto Carta di Roma, parla della guerra dell’Ucraina come di una «guerra matrioska», perché «nasconde dentro altri conflitti e altri significati». Il giornalista torna a quei primi giorni di guerra, quando c’è stato un massiccio flusso in uscita.  «Le frontiere si aprono ma non per tutti», commenta. «Ad alcuni dicevano “mettetevi da parte, poi valutiamo poi la vostra situazione”. Erano le persone con il colore della pelle diverse. Sono persone che stanno scappando da un paese in guerra. Non puoi decidere che la persona di origine africana non merita soccorso, e un ucraino sì». «C’è un tema ben preciso, che caratterizza tutti questi anni del rapporto Carta di Roma» continua Scavo. «È il rapporto che abbiamo con chi ha il colore della pelle diverso dal nostro. Il tema del razzismo prima o poi dovremo affrontarlo fino in fondo. L’attenzione dei media è per certe zone, le coste, il mare, da dove arrivano persone con il colore della pelle diversa». Scavo parla anche dei grandi assenti che ci sono nei titoli dei giornali. «Nel dibattito mancano i nomi e i cognomi dei trafficanti, delle persone che usano la fame come arma non convenzionale. C’è molto non detto nei nostri racconti, che è complice di un sistema di potere. C’è la necessità di raccontare il migrante, la sua storia. Ma anche di raccontare il sistema di cui il migrante è vittima».

Il Rapporto completo è disponibile qui.

 

 

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