CORPI CIVILI DI PACE. LA PACE SI COSTRUISCE COSÌ

Il 23 marzo si sono conclusi i progetti dei Corpi Civili di Pace degli enti della CNESC Focsiv Ets, Caritas Italiana, APGXXIII, Cesc Project e CIPSI. Un incontro finale a Roma è stata l’occasione per tirare le somme sulla prima fase di sperimentazione in Italia di questa esperienza di costruzione nonviolenta della pace. Milani, Cnesc: «I Corpi civili di pace sono gli anticorpi dei conflitti armati e della violenza e, in prospettiva, dovrebbero essere lo strumento in cui intervenire nelle situazioni di conflitto». Abodi: «Decisivo un confronto nei prossimi mesi anche per capire quale configurazione dare ai Corpi civili di pace. Importante il perseguimento dell’obiettivo, che io condivido pienamente»

di Ilaria Dioguardi

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“La pace si fa così”. È il titolo scelto per l’incontro dei Corpi civili di pace, che conclude i progetti degli enti della Conferenza Nazionale Enti per il Servizio Civile-Cnesc Focsiv, Caritas Italiana, APGXXIII, Cesc Project e Cipsi, che hanno costituito il primo ciclo di sperimentazione in Italia di costruzione nonviolenta della pace. «Questo ciclo di progetti si è svolto in un contesto internazionale caratterizzato da un tasso di conflittualità estremamente elevato, in quella che papa Francesco ha definito “una terza guerra mondiale combattuta a pezzi”», commentano gli organizzatori.

Un anno di servizio nei Corpi Civili di Pace. L’80% è donna

«L’incontro di oggi chiude un anno di servizio nei Corpi Civili di Pace dei giovani del mondo della Cnesc», ha detto Primo Di Blasio, responsabile Ccp Focsiv a Reti Solidali. «Sono 80 i giovani che sono partiti e hanno avuto un’esperienza in giro per il mondo. È un momento molto importante perché i Corpi civili di pace sono ancora in una fase di sperimentazione, che non ha ancora una strutturazione istituzionale. Una prima esperienza, iniziata 13 anni fa, si chiude con questo quarto ciclo. Da pochi mesi il Governo ha deciso di rifinanziare questa sperimentazione per altri tre anni, dal 2025 al 2027. Quindi, ci auspichiamo che in questi tre anni possiamo offrire elementi importanti proprio affinchè questa esperienza, quasi unica nel mondo, venga istituzionalizzata», ha proseguito Di Blasio. I Paesi in cui si svolgono queste esperienze sono, soprattutto, in America latina e in Africa e si interviene in conflitti soprattutto economici, socioculturali e politici, mentre «non si interviene nei conflitti armati, proprio perché la gestione della sicurezza sarebbe estremamente complicata, non ci sarebbe l’autorizzazione per recarsi in quei territori. Il nostro auspicio è che si possa fare qualcosa per prevenire la guerra, e per intervenire nel post-guerra».
L’istituto è configurato sullo schema del Servizio Civile Universale, l’età massima dei partecipanti è di 29 anni non compiuti al momento della presentazione della domanda. Dai questionari compilati dalle ragazze e dai ragazzi che hanno fatto esperienza nei Corpi civili di pace, risulta che l’età media è superiore ai 27 anni, l’80% è donna, il 18% è uomo, il 2% preferisce non indicarlo e il 77% dei giovani è soddisfatto delle attività realizzate. Secondo il parere degli interpellati, un Ccp è un’esperienza, soprattutto, di “difesa della dignità e dei diritti delle persone, cittadinanza attiva e solidarietà internazionale”. Gli ambiti dei Corpi civili di pace ai quali sono riconducibili le attività realizzate nel contesto del proprio servizio sono, in primis, educazione, promozione dei diritti umani e della cultura di pace; seguono il monitoraggio dei diritti umani, capacity building ed empowerment, comunicazione esterna/denuncia/sensibilizzazione.

Milani. «Il termine lotta che sembra inappropriato in un contesto di pace vogliamo invece che ritorni: parliamo di lotta nonviolenta»

«Il Servizio civile all’estero è nato dalla disobbedienza civile degli obiettori nei Balcani, durante la guerra nella ex Jugoslavia», ha spiegato Laura Milani, presidente Cnesc. «Abbiamo nel dna il tema dell’intervento nei conflitti e i Corpi civili di pace sono molto importanti oggi. Il contesto in cui viviamo è caratterizzato da conflitti armati, da tensioni, da politiche di riarmo e il concetto di sicurezza è legato al riarmo. Mentre i Corpi civili di pace introducono un concetto di sicurezza umana, di protezione delle persone e dei loro diritti, di tutela dell’ambiente, e intervengono nei conflitti anche per prevenirli. Sono gli anticorpi dei conflitti armati e della violenza e, in prospettiva, dovrebbero essere lo strumento in cui intervenire nelle situazioni di conflitto. La sperimentazione oggi si innesta nella normativa del Servizio Civile Universale, non abbiamo esperienze di conflitto armato in cui la violenza è elevata. Ma in questa annualità ci sono state progettualità in Colombia, in una fase di post accordi di pace. La finalità di intervenire sulle dinamiche di conflitto è una specificità della sperimentazione e questo, nell’attuale momento storico, rappresenta una contro narrazione. Chiudere il ciclo con delle riflessioni, oggi, è fondamentale», ha continuato Milani. «Il termine lotta che sembra inappropriato in un contesto di pace invece vogliamo che ritorni: parliamo di lotta nonviolenta».

corpi civili di pace

Una mobilitazione e la campagna Un’altra difesa è possibile!

«A livello culturale, quindi anche a livello politico, siamo ancora lontani dal riconoscere che i civili hanno un ruolo nei conflitti. I Corpi civili di pace sono soprattutto i giovani e soprattutto le donne, che sono di solito considerati i più vulnerabili, soggetti più vittime dei conflitti che attori del cambiamento».  Milani ha invitato ad essere “moltiplicatori di pace” e ad aderire a due iniziative. La prima è una mobilitazione per individuare azioni di formazione e di sensibilizzazione per la pace, «ne parliamo come politiche giovanili, vorremmo affermare che questi strumenti sono strumenti per costruire la pace». La seconda è la campagna “Un’altra difesa è possibile!”, «avviata il 16 marzo per una difesa non violenta: dobbiamo avere una casa opportuna, coerente, con un finanziamento attraverso il 6 per mille e un centro di ricerca. Entro sei mesi dobbiamo raccogliere almeno 50mila firme».

A La Pace si fa così  aderisce CSVnet, l’associazione nazionale dei Centri di servizio per il volontariato per la costruzione di «un percorso nazionale per la pace e la nonviolenza» che «significa far incontrare operatori e dirigenze, aggregare enti attivi con il SCU, sensibilizzare i cittadini intorno alla difesa della pace e dei diritti per ristabilire la fiducia e la speranza per una convivenza possibile e uscire dal gorgo della chiamata alle armi che sta determinando il crescente taglio di spazi, servizi e risorse per il welfare. Claudio Tosi, vicepresidente vicario CSV Lazio ne delinea gli obiettivi in un articolo su VDossier.

Abodi: «Decisivo un confronto nei prossimi mesi anche per capire quale configurazione dare ai Corpi civili di pace. Al di là degli strumenti, molto importante il perseguimento dell’obiettivo, che io condivido pienamente»

«Il percorso dei Corpi civili di pace iniziò con la legge 230/98, che permise di svolgere il servizio civile all’estero in missione umanitaria», ha detto Rossano Salvatore, vicepresidente Cnesc. «La lungimiranza del legislatore ha trovato lungaggini organizzative nei vari governi, che temporeggiavano. Per la prima volta in Italia, con questa legge, il governo istituì la maniera organizzata di poter svolgere servizio civile all’estero. Ma la lungimiranza del legislatore ha trovato lungaggini organizzative nei vari governi, che temporeggiavano. Nel 2012 l’Ufficio del servizio civile fu accorpato al Dipartimento della gioventù, al 2015 risale il primo corso formazione dei Corpi civili di pace».
«La Focsiv è da decenni una delle espressioni più rappresentative delle organizzazioni italiane per la pace», ha affermato Luca Fratini, coordinatore Agende, Donne, Pace e Sicurezza, Giovani, Pace e Sicurezza del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale-Maeci. «Fino all’anno scorso contavamo da 56 a 61 conflitti mondiali, oggi non si riesce a stare dietro all’attualità purtroppo», ha sottolineato Fratini, definendo quella dei Corpi civili di pace come una delle esperienze italiane più innovative. E rivolgendosi ai giovani volontari, «contesto e strumento vivo che favorisce la protezione di diritti umani e di spazi di dialogo in contesti difficili, accompagnando processi che difficilmente potrebbero essere portati avanti dall’alto». Nell’ultimo biennio, ha detto,  «ho lavorato sul filone volto a cercare una congiunzione tra l’Agenda donne, pace e sicurezza, nata con la risoluzione 1325 dell’Onu del 2000, e l’Agenda giovani pace e sicurezza, del 2015.  Due agende che hanno lo stesso obiettivo. La pace si costruisce pezzo dopo pezzo», ha ricordato ancora, mettendo in evidenza come i Corpi civili di pace valorizzino il ruolo dei giovani nella costruzione della pace».

«Credo che un confronto nei prossimi mesi sia decisivo anche per capire quale configurazione poter dare ai Corpi civili di pace, partendo da un presupposto: al di là degli strumenti, quello che diventa molto importante è il perseguimento dell’obiettivo, che io condivido pienamente», ha detto Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, in un videomessaggio. «Il confronto mi auguro porti ad una collaborazione ancora più stretta. Rinnovo la mia disponibilità, insieme alle strutture del Dipartimento delle Politiche giovanili e del Servizio civile universale, ad incontrarci perché, credo che in questo mio ultimo anno di mandato, dobbiamo cercare di consolidare tutte le nostre attività e dare una prospettiva. Mi auguro che si possano dare ai Corpi civili di pace ulteriori supporti e qualche riconoscimento in più».

Dopo l’esperienza nel mondo, bisogna lavorare nel proprio territorio

«Scuola, enti locali e associazionismo sono i mondi vitali, come diceva Antonio Papisca. La pace è verbo prima che sostantivo», ha detto Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti Imani “Antonio Papisca”. «I Corpi civili di pace aumentano il nostro protagonismo. I Governi aumentano le spese militari, noi le spese per la pace non possiamo farle aumentare, non ce le abbiamo. Cosa può fare concretamente un Ccp dopo l’esperienza di un anno? Questa non può essere una parentesi nella vostra vita, bisogna darne continuità. Siete giovani preparati, con competenze e con un’esperienza fatta di teoria e pratica che è un valore aggiunto straordinario», ha proseguito Mascia. «Un giovane operatore di pace può lavorare nel suo quartiere, può organizzare laboratori, incontri, percorsi formativi sul tema della nonviolenza».

«Se nessuno si accorge che stai costruendo la pace, forse significa che sta funzionando»

Tra le tante esperienze raccontate dai ragazzi e dalle ragazze dei Corpi civili di pace, quella di  Erica Romano e Sara Cipolletti con le donne della Tanzania: «Forse la pace è quello che impedisce al conflitto di nascere. È fatta di collaborazioni quotidiane, di piccoli compromessi, di tanta pazienza», hanno affermato. «La pace probabilmente non si costruisce con gesti eroici, ma quando le persone lavorano insieme senza mettersi in competizione. La pace è lenta, è quotidiana, è quasi noiosa. Ma se nessuno si accorge che stai costruendo la pace, forse significa che sta funzionando».

Immagine di copertina Focsiv

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