CRESCERE EXPAT: COSA IMPARANO DALL’ESTERO LE FAMIGLIE ITALIANE

"Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo" della giornalista e imprenditrice sociale Eleonora Voltolina racconta i tanti volti della nuova emigrazione italiana all’estero: un po’ più di solitudine nel crescere i figli, ma molti più aiuti e servizi a cui la politica nostrana potrebbe prima o poi ispirarsi

di Ilaria Dioguardi

10 MINUTI di lettura

ASCOLTA L'ARTICOLO

Negli ultimi 20 anni oltre 1 milione 700mila italiani si sono iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero; nello stesso periodo i rimpatri sono stati la metà. 123mila persone sono partite nel corso del solo 2024, di cui 15mila minorenni – bambini e ragazzi a seguito delle loro famiglie. Inoltre, almeno 25mila nuovi piccoli italiani (il numero è incerto) nascono ogni anno in giro per il mondo: sono soprattutto figli di persone recentemente espatriate.
È uscito da poco il libro Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo, pubblicato nella collana “Quaderni Migrantes” di Tau Editrice. L’autrice è Eleonora Voltolina, giornalista e imprenditrice sociale, direttrice editoriale di “Journalism for social change”. Dal 2020 vive in Svizzera. «Le famiglie expat sono troppo spesso invisibili», scrive nella prefazione del suo volume, nel quale si trovano gli esiti di una ricerca su oltre 1200 questionari compilati da genitori sparsi in 50 Paesi.

Come nasce l’idea di questo libro?

Come giornalista mi sono sempre molto concentrata, fin dal mio primissimo progetto – la Repubblica degli Stagisti – di giovani e occupazione giovanile. Quindi, ho sempre seguito negli anni il tema degli expat, le ragioni che spingono a partire, le opportunità che andare all’estero spesso apre. Lo facevo abitando in Italia, senza vivere questa condizione in prima persona. La mia vita era già molto mobile, multilingue e multiculturale, avendo sposato un musicista svizzero-belga, ma la base della nostra famiglia era in Italia. Nel 2020 tutto è cambiato: in pochi mesi la nostra vita si è capovolta, abbiamo lasciato Milano e ci siamo stabiliti nel Vaud, uno dei cantoni della Svizzera francofona, nella cittadina dov’era cresciuto mio marito. Nostra figlia all’epoca faceva la seconda elementare a Milano; ha dovuto adeguarsi a tempo di record alla scuola in francese, al metodo didattico svizzero completamente diverso da quello italiano. Io sono improvvisamente diventata “la moglie italiana”, col mio francese buono ma fortemente accentato. Per i miei genitori il viaggio per venirci a trovare, e viceversa, è raddoppiato da tre a sei ore di treno. Un mondo nuovo. E vivendolo sulla mia pelle ho subito capito che non ero sola. Che c’era una comunità di italiani all’estero che affrontava questa sfida – famiglie mobili, in bilico tra più culture e identità, sempre “sul confine”, sia nel senso pratico sia in quello psicologico. Ma raramente queste storie vengono ascoltate, raccontate. Ho avuto modo di imbattermi in tre progetti bellissimi quando ho scritto l’ebook Progetti, idee e ideali di cittadini italiani nel mondo, uscito nel 2023 nel quadro dei progetti finali della Commissione “Nuove migrazioni e generazioni nuove” del Cgie, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. Si trattava di “Ad alta voce” in Belgio, “Nati per leggere” in Germania e “BimBi Italiani” in Thailandia. Poi ho raccolto una decina di storie di genitori all’estero nel saggio Dal mondo o nel mondo: gioie e dolori di crescere figli italiani lontano dall’Italia apparso nel Rapporto Italiani nel Mondo 2023. Da qui l’idea di fare un passo in più e il progetto di una ricerca ben più estesa e approfondita che desse voce e rappresentanza e raccontasse le vite, le gioie e i dolori dei genitori italiani all’estero. La Fondazione Migrantes ha deciso di sostenere questa ricerca, oltre 1.250 mamme e papà in oltre 50 Paesi hanno risposto all’appello e hanno compilato il lungo questionario (che conteneva più di 200 domande) ed eccoci qui.

Perché, come scrive nell’introduzione, «le famiglie expat sono troppo spesso invisibili»?

Perché la narrazione che oggi va per la maggiore sui media e sui social non ama la complessità. E le famiglie italiane all’estero sono complesse. Innanzitutto, perché si presentano in qualsiasi forma e dimensione: possono essere composte da entrambi genitori italiani, oppure da uno italiano e uno straniero (e in questo caso, il Paese dove vivono può essere proprio quello del partner, oppure un Pese terzo). Possono vivere a 100 chilometri dal confine italiano o a 10mila. Possono essere famiglie ricomposte, oppure monogenitoriali o arcobaleno. Anche i legami con l’Italia sono complessi: qualche volta la si rimpiange, ma nella maggior parte dei casi non si tornerebbe. Si crescono figli che parlano italiano (abbastanza o anche molto bene) e che si sentono italiani – ma quasi mai solo italiani, com’è ovvio dato che sono cresciuti (e spesso anche nati) fuori, e magari in Italia non hanno mai vissuto. La complessità non fa notizia, purtroppo. Più facile fare l’ennesimo articolo sui “cervelli in fuga”, con il numero dei laureati under30 emigrati l’anno scorso. Ma seguire le persone che partono anche negli anni successivi, capire come costruiscono le loro vite e le loro famiglie, cosa li spinge a mettere radici altrove, cosa li scoraggia dal tornare, questo sembra essere troppo difficile. E invece, le persone che vivono da anni all’estero, e che lì hanno magari costruito una famiglia, hanno tanto da dire e da dare. Hanno conosciuto altre realtà, e dispongono di un patrimonio di idee, esperienze e proposte che l’Italia farebbe bene ad ascoltare. In questo libro le ho – anzi le abbiamo, perché il libro non esisterebbe senza Delfina Licata e la Fondazione Migrantes – raccolte, e adesso sono a disposizione di chiunque voglia fare un tuffo in questo mondo variegato e interessantissimo.

Dai risultati dei questionari compilati da oltre 1.200 expat emerge che, delle prime sei motivazioni che spingono all’espatrio, tre sono legate alla sfera professionale e lavorativa.

ll questionario, in effetti, poneva proprio all’inizio questa domanda: «Perché è partitə dall’Italia?». C’era una lista di dodici possibilità a disposizione e ovviamente si potevano scegliere anche più opzioni in combinazione. La risposta più gettonata, scelta dal 37% dei genitori expat, è stata questa: «per ottenere un lavoro o un lavoro migliore». Più chiaro di così… È stato un colpo al cuore, ma certo non una sorpresa: sappiamo ormai da anni che l’Italia non è un Paese per giovani e che le opportunità di lavoro, carriera e stipendio sono molto più scarse, a livello sia quantitativo che qualitativo, che in altri Paesi. La seconda, terza e quarta motivazione sono tutte quasi a pari merito, e sono state scelte da circa un terzo dei partecipanti: sentire l’Italia stretta («non mi soddisfaceva il contesto socio-politico»); poi il grande classico, un po’ vago ma positivo, della «curiosità di scoprire il mondo»; e più concretamente, la «ricerca di condizioni economiche migliori». Circa un quarto dei partecipanti, soprattutto donne, è emigrato per seguire o raggiungere un/una partner. E oltre un quinto è andato via perché in Italia non avrebbe potuto «realizzarsi pienamente». Ecco quindi spiegato come, delle prime sei motivazioni indicate più di frequente, tre (tra cui la primissima) sono focalizzate sul lavoro e sullo stipendio. Aggiungo qui solo una curiosità, che non ricordo se sono riuscita a includere nel libro: quasi il 15% dei partecipanti ha scelto l’opzione che era formulata così: «Non ho proprio “scelto”: ero partitə solo temporaneamente, per motivi di studio, e poi… non ho più fatto ritorno».

Oltre a motivi legati alla sfera professionale e lavorativa, tre quarti delle persone intervistate ritiene che sia più facile fare figli in altri Paesi rispetto all’Italia.

Questo è uno dei dati più forti che emergono nel libro. Tre quarti dei genitori expat la pensa proprio così: solo meno di uno su dieci è convinto del contrario (cioè che sia più facile far figli in Italia). Perché? Perché all’estero le famiglie vengono aiutate di più e meglio. Innanzitutto, dal punto di vista economico: molti Paesi prevedono generosi sconti sulle tasse se una persona ha figli, tanto che – scherzando ma non troppo – in Francia si dice che alla nascita del terzo figlio le famiglie praticamente non pagano più tasse! E non cito la Francia a caso: è il Paese europeo con il più alto tasso di natalità da decenni. Ovviamente come sostegno economico non ci sono solo le tasse che non devi pagare, ma anche gli aiuti che ti arrivano: la misura che da noi in Italia si chiama “assegno unico”, e che per molte famiglie risulta bassissima, in altri Paesi è strutturata in maniera decisamente migliore, con somme molto più alte che arrivano a tutte le famiglie indipendentemente dal reddito, e che proseguono anche quando i figli sono grandi: in Svizzera per esempio, dove vivo io, le famiglie ricevono una somma che può arrivare anche a 400-500 euro al mese anche per i figli maggiorenni, se stanno ancora studiando. E l’aiuto si interrompe solo quando i figli compiono 25 anni. Per non parlare delle spese legate alla scuola: a chi spetta pagare libri, quaderni, strumenti? All’estero, solo in pochi Paesi queste spese sono a carico delle famiglie. Anzi quasi la metà delle famiglie non tira fuori un soldo: è la scuola che si preoccupa di fornire tutto il necessario. O al massimo si fa fifty-fifty: qualche spesa è a carico delle famiglie e qualcuna a carico della scuola. Ma ecco, la situazione italiana in cui non solo le famiglie si devono sobbarcare tutte le spese di acquisto di libri e materiali, e a volte anche le collette per fornire le scuole di carta igienica, è davvero un caso poco comune. Voglio anche aggiungere che però non si tratta solo di soldi: conta molto anche la cultura, il modo in cui si percepisce la famiglia nella società, i servizi e gli spazi che sono messi a disposizione delle famiglie. Sentirsi in un ambiente “friendly” può incoraggiare nel buttarsi e fare quel figlio, o quel figlio in più, che si desidera.

Ci spiega perché «crescere bimbi con disabilità all’estero è una sfida nella sfida»?

Perché ci si ritrova in una situazione imprevista, in cui si apre un bisogno di ricevere sostegni esterni: visite, diagnosi, terapie, controlli, sostegno a scuola, a volte dispositivi e strumenti per la vita quotidiana. Il che genera anche spese di tempo e denaro inattese; bisogna riuscire a fare tutto in un sistema che non è quello conosciuto, in una lingua che non è la propria, spiegando la situazione a datori di lavoro che operano in contesti che non sempre garantiscono i diritti del lavoro italiano quanto ad assenze per l’assistenza a familiari con disabilità. Se la diagnosi arriva a una famiglia in Italia, certo lo choc è lo stesso, ma la fase operativa è diversa: tutti sappiamo come si fa a fare riferimento alla ASL, conosciamo il sistema dei medici, degli ospedali, i centri di eccellenza, abbiamo una rete familiare e amicale con cui confrontarci, che ci può sostenere e consigliare. Sappiamo come comunicare al lavoro le nostre assenze, come far valere i nostri diritti: e se non lo sappiamo subito, sappiamo dove trovare sostegno e guida, conosciamo il sistema dei sindacati e delle associazioni. I genitori che vivono queste situazioni all’estero sono molto più soli, e affrontano un sistema che quasi sempre non conoscono. Lo devono scoprire, e in fretta, per assicurare al proprio figlio le cure e assistenze migliori per la sua disabilità, per ottenere i sostegni di cui hanno diritto. Peraltro, come spiega benissimo dalla Svizzera Barbara, una delle protagoniste del capitolo sulla disabilità, raccontando la sua storia di mamma di un bimbo autistico non-verbale che oggi ha sei anni, in molti tipi di disabilità il fatto che il bambino sia immerso in una lingua diversa a casa, a scuola e nelle terapie può diventare un problema ulteriore. Insomma, tante sfide che si sovrappongono. Le storie che ho raccolto in quel capitolo raccontano famiglie che sono riuscite a trovare una buona assistenza e un buon equilibrio. Ma è innegabile che il fatto di avere la propria famiglia d’origine lontana e di vivere in contesti diversi da quello italiano, renda le cose più complicate per chi deve all’improvviso fare i conti con la complessità di garantire a un figlio disabile il massimo di assistenza e supporto in un altro Paese. Poi magari si scopre che il servizio di assistenza garantito nel Paese dove si vive è pure migliore di quello italiano, ma la fase che si deve attraversare per scoprirlo è spesso più lunga, più accidentata e più solitaria.

Un’altra domanda a cui il libro cerca  rispondere è se «all’estero i padri si occupano di più dei figli», sottolineando come la rete di sostegno in Italia agevoli, ma spesso incastri, le madri lavoratrici.

Io spesso dico scherzosamente che le cose a volte si fanno spontaneamente, a volte spintaneamente. Ecco, quando un figlio nasce in una famiglia italiana, la situazione tende a strutturarsi sulla base di consuetudini, di convenzioni, spesso nutriti di stereotipi di genere. Si imita quello che si vede intorno, o magari l’equilibrio delle famiglie d’origine. La mamma fin da subito ha un congedo di maternità molto più lungo, e quasi sempre diventa la caregiver principale dei figli; anche quando il congedo di maternità finisce, se torna al lavoro, è quasi sempre lei a sobbarcarsi le incombenze legate ai figli, a stare assente dal lavoro se si ammalano, a portarli dal medico, a preparare la torta per la festa di classe. Intorno ha spesso sua madre, sua suocera, e una rete di amiche, sorelle, zie e tutte insieme si fa rete dando per scontato che “i figli sono delle mamme”, e che i padri non siano disponibili, o interessati, o perfino capaci di occuparsi di queste attività di cura a un vero livello di parità. Che siano quasi giustificati nel fare di meno. Quando si vive all’estero, lontano dalla propria famiglia d’origine e anche forse dalle influenze dello stereotipo un po’ antiquato di famiglia che c’è ancora in Italia, spesso le coppie si suddividono più equamente compiti e responsabilità nella cura dei figli. Come ho scritto nel libro, è come se diventasse imperativo un nuovo pragmatismo che spazza via i vecchi paradigmi: siamo qui in due, non abbiamo aiuti, lavoriamo in due, abbiamo difficoltà in due. Dobbiamo entrambi rimboccarci le maniche. Inoltre, molto spesso gli expat italiani vivono in Paesi che sono più avanti come parità di genere. Vivere in contesti in cui è più normale vedere padri e madri spartirsi equamente la cura dei figli aiuta soprattutto i padri, ma anche le madri, a non vedere come una cosa così strana un papà che resta a casa se il figlio ha la febbre, o che passa a lavorare da full time a part-time per avere più tempo per la famiglia. I dati raccolti su questo argomento sono molto forti.

L’ultimo capitolo è dedicato a “Idee e proposte”. Scrive che «questa ricerca conferma che quasi tutti gli italiani all’estero hanno voglia di interagire con l’Italia; di portare in qualche modo ciò che apprendono e sperimentano nelle loro vite anche a chi è rimasto in patria. Di creare vasi comunicanti».

Penso sia la parte più politica e spero che tanti politici leggano in particolare quel capitolo, si facciano ispirare e agiscano. Gli italiani all’estero sono un patrimonio anche per le best practice che possono descrivere, perché le hanno sperimentate in prima persona, ciascuno nel loro Paese di approdo (e non pochi hanno vissuto anche in più Paesi). Quasi tutte queste politiche potrebbero essere importate in Italia. Inciderebbero molto sulla qualità della vita delle famiglie italiane, e magari potrebbero anche dare una spinta alla natalità: non certo nel senso di voler “convincere” la gente a far figli, ma nell’ottica invece di voler abilitare chi ne vuole, però si sente frenato dalla mancanza di supporti e di un ecosistema accogliente per i genitori e le famiglie. Cito solo le prime due politiche che praticamente tutti i genitori expat che hanno partecipato alla ricerca hanno indicato come fondamentali e “game-changer” nella loro esperienza di genitorialità: l’assistenza domiciliare post-partum, importantissima per il benessere psicofisico delle donne che hanno appena partorito ma anche per tutto il nucleo familiare; e il congedo di paternità paritario, in modo da poter cominciare subito, alla nascita di un figlio, con il piede giusto, spartendosi in maniera equa e collaborativa le responsabilità, gi oneri e onori del prendersi cura della prole. Sono misure che costano? Certo. Ma valgono dieci volte di più di quanto costano in termini di miglioramento della vita dei cittadini e delle famiglie, oltre che di progresso come società.

——————————————-

crescere expat

Eleonora Voltolina
Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo
Tau Editrice, 2026
228 pagine, 20 euro

 

CRESCERE EXPAT: COSA IMPARANO DALL’ESTERO LE FAMIGLIE ITALIANE

CRESCERE EXPAT: COSA IMPARANO DALL’ESTERO LE FAMIGLIE ITALIANE