NANNI MORETTI: TUTTO SU MIA MADRE E SULLA MIA INADEGUATEZZA

Il nuovo film del regista di “Habemus Papam” esce il 16 aprile. È un’opera sull’elaborazione di un lutto, in cui Moretti ci parla anche di sé. E un po’ della nostra società

di Maurizio Ermisino

«Tutti pensano che io sia capace di capire la realtà». Lo dice a una conferenza stampa nella finzione del film “Mia madre” Margherita (Margherita Buy), chiaro alter ego di Nanni Moretti che, nella sua ultima opera in uscita il 16 aprile, è una regista che sta girando un film sul mondo del lavoro. Ma lei probabilmente sente di non capirla, la realtà, di non capire niente, mentre sta per perdere la madre, non sa come prendere la figlia adolescente e la vita sembra sfuggirle di mano.È probabilmente quello che sente lo stesso Nanni Moretti, in realtà da anni lettore attento della nostra società e della nostra politica, ma in modo non scientifico e diretto, quanto piuttosto intimo e laterale.

In molti vorrebbero chiedere a Nanni Moretti dove stiamo andando, visto che nei suoi ultimi film è riuscito a intuire in anticipo parecchie cose: le manifestazioni di dissenso contro la magistratura davanti a Palazzo di Giustizia (“Il caimano”) o la clamorosa rinuncia da parte di un papa (“Habemus Papam”). Ma probabilmente lui non si sente un vate, né un leader, ma solo uno che sa raccontare quello che sente, e secondo il quale «il regista è solo uno stronzo a cui permettete di fare di tutto», come dice Margherita nel film.

Un film che nasce dalla vita

“Mia madre” è un film sull’elaborazione di un lutto, come “La stanza del figlio”, ma è anche un film sul racconto della propria inadeguatezza, sul proprio disagio di relazionarsi con le persone. Qualcosa che Moretti ha sempre fatto. E, facendolo, ci ha raccontato spesso spicchi di Italia. «Perché ho fatto questo film? È un passaggio importante della vita, la morte della madre, una cosa che mi era successa durante il montaggio di “Habemus Papam” e, senza sadismo nei confronti dello spettatore, volevo raccontare questo passaggio», ha spiegato il regista nella conferenza stampa di lancio del film. «“La stanza del figlio” nasceva da paure, da fantasmi. Questo film da esperienze di vita vissuta».

“Mia madre” è essenzialmente un film intimista, che abbassa il tiro rispetto a “Il caimano” e “Habemus Papam”, che affrontavano il nostro rapporto con il potere, con la politica e la religione. È un film meno ambizioso, che nasce sempre dall’esperienza personale. La società che ci circonda stavolta rimane un po’ in secondo piano.

Esistono facce vere?

Ma Moretti riesce a parlarci della paura per una cultura che forse sta per svanire, con il sogno di una fila lunghissima per entrare davanti a un cinema d’essai, il Capranichetta di Roma, che è appunto solo un sogno. «Ma la cultura non sta scomparendo» riflette il regista. «Qui a Roma c’è un cinema che ha da sei mesi in programmazione il film di Wenders e Salgado». O con la preoccupazione di Margherita che tutti quei libri di latino della madre vadano perduti, un’eredità che nessuno è in grado di raccogliere. C’è la preoccupazione che scompaiano i volti degli operai, i volti veri, come quando, in una scena in fabbrica del film nel film, le comparse sono tutte truccate, con le unghie e i capelli fatti, con le sopracciglia ritoccate, anche gli uomini. «Ma è possibile che non si riescano a trovare facce vere?», chiede la regista Margherita. «Ma sono queste le facce che si vedono in giro», risponde il suo aiuto. Ecco, seppur lontanissimo da “Il caimano” per forma e obiettivi, Moretti anche qui ci fa sentire gli effetti a lungo termine di quello che è stato l’ultimo trentennio telecratico sulle nostre vite.

Shots from "Mia Madre"
Un momento della lavorazione di “Mia Madre”

Guardare “Mia madre” è come guardare una tranche de vie, che può essere stata, o potrebbe essere la nostra. Tutti hanno subìto una perdita importante, o potranno subirla. E tanti, se non tutti, hanno anche gioie, come i figli. In questi anni, attraverso le sue storie, abbiamo seguito un po’anche la vita di Moretti, che nei suoi film mette sempre molto di sé. E così fa venire i brividi pensare che quel bambino che in “Aprile” avevamo visto nascere, e ne “Il caimano” cercare quel pezzetto mancante nelle costruzioni, qui (la protagonista di “Mia madre” ha una figlia) impara ad andare in motorino e si innamora. Il tempo vola, al cinema, come nella vita reale.

Siamo tutti inadeguati

Quanto al suo cinema, c’era una volta il Nanni Moretti a cui Dino Risi diceva «spostati un po’ e fammi vedere il film». Ecco, Moretti negli ultimi film si è davvero spostato, e, come l’ultimo Woody Allen, effettua una sorta di transfert lasciando i suoi tic e le sue nevrosi a un protagonista interpretato da un altro attore, che qui è addirittura una donna. «Mi faceva piacere dare caratteristiche che di solito nei miei film sono maschili a un personaggio femminile», spiega il regista. «Questo senso di inadeguatezza, il mio lavoro di regista, mi faceva piacere darli a una donna». Ma se ne “Il caimano” e “Habemus Papam” si era ritagliato comunque delle parti da istrione con battute irresistibili, qui sceglie ancora di più la via della sobrietà, scegliendo il ruolo del fratello della protagonista, e lasciando a John Turturro – è l’attore americano protagonista del film che sta girando la regista – la parte del “fool”, del matto shakespeariano. Mia madre è un film che vive in tre mondi, la realtà, il cinema e il mondo dei sogni e dei ricordi, sempre intrecciati tra loro.

Shots from "Mia Madre"
Nanni Moretti con Margherita Buy

Già, l’inadeguatezza. Moretti usa più volte il suo termine durante la presentazione del film. A volte l’autore romano può sembrare schivo, restìo, ma guardandolo bene è solo timido. E anche questa è una cosa in cui si possono ritrovare in tanti. «Diciamo che il senso del disagio è qualcosa che conosco molto bene», svela il regista. «E la cosa mi fa impressione, perché tanti anni fa pensavo che con il tempo sarei riuscito ad avere il “pelo sullo stomaco”, che con il passare del tempo si diventasse più capaci, invece mi accorgo che accade il contrario. E più il tempo passa più il disagio cresce. E questo non è riposante». Così non è detto che una carriera quarantennale aiuti ad essere più sicuri. «Sicuramente faccio sempre gli stessi sogni, prima del primo giorno di riprese, come quando cominciavo da ragazzo, i dubbi, le angosce le insicurezze sono gli stessi di 40 anni fa».

Ed è proprio in un sogno, quella famosa fila davanti al cinema, che Moretti, nei panni del fratello, parla a Margherita, che è modellata su di lui. Chiedendo, per una volta, di provare a rompere gli schemi. «In una sorta di capriola è come se parlassi a me stesso». Anche stavolta, come sempre, parlando a se stesso Nanni Moretti è riuscito a parlare a tutti noi. E raccontando le sue nevrosi e le sue paure è riuscito anche a farci capire un po’ le nostre.

NANNI MORETTI: TUTTO SU MIA MADRE E SULLA MIA INADEGUATEZZA

NANNI MORETTI: TUTTO SU MIA MADRE E SULLA MIA INADEGUATEZZA