
«NESSUNO SI SALVA DA SOLO»: GIUSEPPE DI VITTORIO, IL SINDACATO E IL MONDO
Il nuovo libro di Michele Colucci, ricercatore del CNR, ricostruisce la biografia del sindacalista pugliese con uno sguardo inedito sulla sua dimensione internazionale. Una storia del Novecento che parla al presente: «La sua lezione più grande? Ricordarci che l’emancipazione non deriva dalle spinte individuali, ma dalle esperienze collettive»
18 Maggio 2026
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A oltre 70 anni dalla morte, la figura di Giuseppe Di Vittorio, fondatore e primo segretario generale della CGIL, ha ancora molto da dire. Ne è convinto Michele Colucci, storico e responsabile delle attività di ricerca in Storia delle migrazioni presso il CNR-Istituto di Studi sul Mediterraneo, che alla vicenda umana e politica del sindacalista ha appena dedicato una biografia. Il volume, intitolato Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo (Carocci), è stato presentato lo scorso 7 maggio alla Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma, dinanzi a una platea interessata ad approfondire aspetti in parte inediti della storia di un uomo che, partito a lavorare ancora bambino nelle campagne del Tavoliere di Puglia, ha attraversato la stagione del sindacalismo rivoluzionario, due guerre mondiali, l’esilio durante il fascismo e la ricostruzione del dopoguerra.
Da dove nasce l’idea di approfondire la biografia di Giuseppe di Vittorio?
Sono convinto che la figura Di Vittorio possa aiutarci a comprendere il presente e i modi con cui la storia del Novecento ha ancora un impatto sulla realtà contemporanea. Si tratta di una biografia, che io definirei “esemplare”, perché racconta un’esperienza di riscatto e di emancipazione sociale senza precedenti, ottenuta grazie alla determinazione, all’impegno sociale e alle lotte sindacali di un uomo che il destino sembrava portare in un’altra direzione.
Cosa intende esattamente?
Di Vittorio nasce in una famiglia di braccianti nel contesto della Capitanata di fine Ottocento. Quando ha ancora sette anni, la morte drammatica del padre per un incidente sul lavoro lo costringe al lavoro nei campi. Nella Puglia di inizio Novecento i bambini fanno la “quindicina”, cioè vengono portati a lavorare lontano dalle proprie famiglie con la possibilità di tornare a casa solo ogni 15 giorni e solo per poche ore. È in questa situazione così difficile che Di Vittorio scopre la forza dell’organizzazione collettiva: scopre cioè il vincolo della solidarietà tra lavoratori e il vantaggio dell’unione nella rivendicazione di migliori condizioni di lavoro. Da queste prime esperienze di lotta parte un percorso lunghissimo che lo porterà a diventare prima un apprezzato dirigente sindacale e poi un deputato, per conoscere l’esilio durante il fascismo e diventare, dopo il 1945, una figura centrale della storia italiana e mondiale.
Lei sceglie però un punto di osservazione specifico: la dimensione internazionale.
Sì, la solidarietà internazionale accompagna Di Vittorio fin da quando è un poverissimo bracciante. Come per molti ragazzi della sua età, l’attività sindacale è per lui un modo non solo per migliorare le condizioni di lavoro, ma anche per aprirsi al mondo: insieme si condividono le prospettive di lotta che arrivano dai sindacati statunitensi, si organizzano manifestazioni quando viene ucciso l’anarchico Francisco Ferrer in Spagna, si protesta contro la visita dello zar Nicola II in Italia, perché in Russia vengono perseguitati i dissidenti. Insomma, anche in condizioni difficilissime, sentono l’importanza di alzare lo sguardo. E questo sguardo così curioso e partecipe caratterizza Di Vittorio in maniera ricorrente, anche molto tempo dopo, quando diventerà deputato nel 1921 e poi quando conoscerà il mondo perché costretto alla fuga, prima nell’esilio del 1914 e poi in quello lunghissimo tra il 1926 e il 1941.
Che importanza hanno le migrazioni nella sua vita?
Un ruolo fondamentale, anche perché lui stesso è un emigrante. In Francia conosce da vicino non solo le sofferenze e le difficoltà, ma anche le battaglie dei tantissimi italiani che vivono nel Paese. Ma conosce anche le migrazioni interne, perché nella Puglia dei primi del Novecento c’è un enorme movimento di braccianti che si spostano da un luogo all’altro, entrando spesso in conflitto tra loro. Di Vittorio capisce subito l’importanza di prevenire questi conflitti e di evitare le strumentalizzazioni delle classi padronali, puntando sulla sindacalizzazione.
In che modo concretamente?
All’epoca in provincia di Foggia i lavoratori sono molto organizzati e, quando c’è uno sciopero, non lavora nessuno. Per lavorare al loro posto i padroni chiamano i cosiddetti crumiri, persone che vengono dal Sud della Puglia, dal Salento o dalla provincia di Bari. I crumiri, che accettano paghe più basse, si scontrano con i lavoratori del posto in una guerra fratricida, una guerra tra poveri, diremmo oggi. Di Vittorio e il suo gruppo comprendono che questa situazione va scongiurata. E quindi, invece di criminalizzare i lavoratori che vengono da fuori, decidono di sindacalizzarli, aprendo uffici della Camera del Lavoro direttamente nei paesi da cui provengono. La coesione sociale, pensano, non si ottiene stigmatizzando gli altri, ma rivendicando maggiori diritti per tutti. E questo principio lo applica anche in esilio, dove s’imbatte nelle questioni legate alla dimensione internazionale, come il colonialismo e l’anticolonialismo, che contrasta con tutte le forze fin dalla guerra coloniale di Libia del 1911-12.
Qual è, in sintesi, l’attualità del personaggio?
Mi ha sempre colpito la sua scelta di risolvere i problemi che ha avuto nei vari momenti della vita attraverso la dimensione collettiva. Di Vittorio ha preferito mettersi insieme agli altri piuttosto che optare per spinte individuali o individualiste. Questo lo ha portato a costruire grandi esperienze di solidarietà tra lavoratori, grandi esperienze sindacali. E questa, oggi, è forse la lezione più grande: per lui il riscatto e l’emancipazione nascono dalle esperienze collettive. Nessuno si salva da solo, per dirla in una battuta. In un mondo, come quello attuale, segnato dai conflitti, dal razzismo e da guerre che sembrano irrisolvibili è affascinante pensare qualcuno, nel corso della storia, abbia saputo costruire un’alternativa reale.
La vicenda di Di Vittorio le ispira un po’ di ottimismo per il presente?
Sì, perché se è stato possibile fare tutto questo in un momento in cui le condizioni di vita erano infinitamente più dure di oggi, non c’è ragione perché non si possa fare anche adesso. Recentemente qualche segnale è arrivato, basti pensare che tutte le iniziative sulla guerra e sulla Palestina sono partite proprio dai lavoratori. È il segno che evidentemente qualcosa di buono può succedere anche oggi.
Lei si occupa di storia delle migrazioni presso il CNR. Quanto questo lavoro si intreccia con la sua ricerca?
La biografia di Di Vittorio ci ricorda l’importanza, ancora molto attuale, delle migrazioni interne nei contesti agricoli. Anche lì non deve esserci per forza un destino di sfruttamento segnato, ma si può intervenire costruendo esperienze sindacali e di cambiamento. Inoltre, all’epoca delle migrazioni interne verso le città del secondo dopoguerra, le realtà sindacali hanno lavorato moltissimo per scongiurare il razzismo e lo sfruttamento. Poi c’è il peso delle migrazioni internazionali, tema su cui l’Italia oggi è molto esposta sia sul fronte degli stranieri che arrivano che su quello dei giovani italiani che vanno all’estero. Lo stesso Di Vittorio, durante l’esilio politico in Francia, ha lottato per il diritto all’asilo politico dei rifugiati italiani. C’è quindi una connessione molto forte tra quello che succedeva in quegli anni e il dibattito attuale.
Qual è allora il contributo che lo studio storico delle migrazioni può dare al dibattito di oggi?
Bisogna continuare a studiare a fondo le migrazioni dal punto di vista storico, perché altrimenti non si riesce a comprendere quello che succede oggi e il dibattito resta ostaggio, da una parte, delle tendenze più xenofobe e più violente e, dall’altra, di quelle un po’ vittimistiche e caritatevoli, che pure non aiutano a comprendere il fenomeno. Un approccio scientifico solido, a partire dallo studio della storia, è decisamente un buon punto di partenza.
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Michele Colucci
Giuseppe Di Vittorio cittadino del mondo. Una biografia tra sindacato e internazionalismo
Carocci, 2026
260 pagine, 23 euro






