CENTRI PER UOMINI AUTORI DI VIOLENZA, UN BANDO PER ACCREDITARSI

Entro il 30 aprile enti e associazioni in possesso dei requisiti previsti possono fare domanda per accreditarsi nell’elenco dei centri per uomini autori di violenza (Cuav). Sul bando (e non solo) con Michela Battista, funzionario di servizio sociale, responsabile del coordinamento dell’interdistretto di Lazio, Abruzzo, Molise

di Ilaria Dioguardi

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Scadono il 30 aprile i termini entro cui enti e associazioni in possesso dei requisiti previsti dal decreto del Ministro della Giustizia e della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità del 22 gennaio 2025  possono presentare domanda di accreditamento per l’inserimento nell’elenco dei centri per uomini autori di violenza (Cuav), istituito presso il Dipartimento per la Giustizia minorile e di Comunità del Ministero della Giustizia. Qui tutte le informazioni utili. «La materia è definita in modo molto puntuale dalla norma. Un Cuav deve lavorare in rete, l’équipe deve essere multidisciplinare», dice Michela Battista, funzionario di servizio sociale, responsabile dell’area di coordinamento dell’interdistretto di Lazio, Abruzzo, Molise.

Battista, cosa consiglia di consultare per capire cosa sono i Cuav?
«Bisogna partire dalla Conferenza permanente Stato Regioni del 14 settembre 2022, che declina in maniera molto precisa e puntuale come i Cuav devono essere organizzati, che tipo di personale deve essere inserito all’interno, quali obiettivi devono avere, la formazione che devono possedere gli operatori, come deve essere fatta la formazione continua. La declinazione a livello normativo è ripresa all’interno del decreto-legge del 22 gennaio 2025 a cui fa riferimento il bando, con i criteri e le modalità per il riconoscimento e l’accreditamento degli enti e delle associazioni abilitati per i percorsi di recupero destinati agli autori di reato».

Cosa sono i centri per uomini autori di violenza?
«Si tratta innanzitutto di programmi che riprendono la Convenzione di Istanbul, in particolar modo l’articolo 16. I centri per uomini autori di violenza riservano attenzione prioritaria sia alla sicurezza che al rispetto dei diritti umani della donna e dei figli minori. Nascono con l’obiettivo di limitare la recidiva e favorire l’adozione di comportamenti alternativi da parte degli autori di reato violenti. Uno degli scopi prioritari è la presa di consapevolezza da parte degli autori di reato di quello che è stato il comportamento e l’assunzione di responsabilità della violenza. Lo scopo è, quindi, riconoscere il disvalore di alcune azioni in quanto, in virtù di una modalità relazionale, non sono adeguate alla risoluzione dei conflitti che nascono all’interno della relazione di coppia. Partendo dal principio cardine che dovrebbe essere questo, anche la messa a terra dei programmi dovrebbe essere tutta incentrata e finalizzata a questo».

Che cosa devono contenere i programmi e qual è la formazione che gli operatori devono avere?
«I programmi sono molto focalizzati sugli aspetti che ho appena declinato, e anche su altri. Una modalità operativa fondamentale che viene declinata nella norma è il lavoro di rete. Un Cuav non può non operare in maniera integrata con la rete dei servizi sociosanitari e assistenziali del territorio. Questo tenendo conto, in maniera predominante, delle necessità fondamentali delle vittime. È prioritaria la protezione delle persone che subiscono l’azione violenta, tanto è vero che all’interno dei Cuav viene indicato che non possono, in alcun modo, fare mediazione tra reo e vittima e, se è necessario, si possono organizzare degli incontri che vengono definiti di tipo “colloquiali”, magari per la gestione dei figli. Devono essere fatti in spazi appositi e con delle modalità ben specifiche. Se un Cuav si occupa sia di autori di violenza sia di vittime (quindi, è una struttura che ha sia un Cuav che uno sportello per le vittime di reato) è fondamentale che i due percorsi siano completamente distinti e separati, che le persone non si incontrino all’interno. Per quanto riguarda i requisiti strutturali e organizzativi, la norma è molto puntuale, dà delle indicazioni anche sugli orari di apertura».

Quali sono gli orari di apertura di un Cuav?
«Un Cuav deve garantire almeno due giorni di apertura a settimana, anche su appuntamento, per un totale di almeno 12 ore settimanali, anche con fasce orarie differenziate. Deve dedicare una casella di posta elettronica per questo specifico servizio e un numero di telefono dedicato. Deve adottare una carta dei servizi all’interno della quale deve indicare le fasce orarie, l’indirizzo di posta elettronica, tutte le informazioni necessarie su come definire le attività ed essere contattati».

Può parlarci del lavoro di rete?
«Un requisito fondamentale riguarda la modalità di lavoro: un Cuav deve lavorare in rete, l’équipe deve essere multidisciplinare. Se il centro prende in carico una persona è fondamentale che si relazioni anche con tutti gli enti che sono coinvolti. Ad esempio, se ha problemi di dipendenza da sostanze molto probabilmente verrà investito anche un servizio territoriale per le dipendenze della ASL. Mettersi in rete con noi e con il servizio sanitario agevola la tipologia di programma personalizzato che bisogna mettere a terra. Nelle norme è specificata anche la fattispecie delle tipologie di professioni che possono essere inserite all’interno dell’équipe, che deve rispondere in maniera adeguata a bisogni molto complessi. La multidisciplinarietà permette di avere punti di vista diversi della stessa situazione e condizione, l’interazione tra i professionisti di formazione differente consente di trovare delle strategie di intervento più personalizzate, che permettano di trovare una chiave di accesso alla persona per attivare la dinamica di cambiamento: questo deve essere un principio che bisogna avere ben chiaro, giustamente la norma specifica che ha tale scopo. Dato che i bisogni sono molto complessi, ci si può avvalere anche di una supervisione clinica a supporto del personale. Questo è un aspetto fondamentale, altrimenti i professionisti, per la tipologia di materia, possono andare facilmente in burnout. L’équipe deve essere formata almeno da tre operatori e deve comprendere almeno un professionista con la qualifica di psicoterapeuta o psicologo, che deve avere una formazione specifica nel campo della violenza di genere. Per il resto dell’équipe, la norma parla di varie figure professionali: assistenti sociali, educatori, avvocati legali, mediatori linguistici, criminologi. Si lascia uno spazio di apertura alle regioni di poter promuovere e valorizzare altre professionalità, che all’interno della regione si è verificato che possono essere funzionali a questo tipo di attività».

E per quanto riguarda la formazione?
«La formazione del personale deve prevedere almeno 120 ore, di cui 60 in affiancamento con gli operatori di un Cuav: devono essere operatori già formati sul campo. La norma parla anche di formazione continua: le associazioni sono obbligate a garantirne 16 ore annuali per tutte le figure professionali che operano. La formazione deve essere svolta da formatori con esperienza consolidata sul tema della violenza maschile. Si danno delle indicazioni precise sulla tipologia di contenuti formativi, sia per quanto riguarda la formazione che va erogata sia per quel che concerne la formazione che devono avere gli operatori. La materia è molto dettagliata, ad esempio si parla di violenza di genere, di violenza assistita a figli minori. Se ci si rifà alla norma difficilmente si può sbagliare. La norma dice anche quali sono gli obiettivi di programma e quali sono le prestazioni minime garantite dal Cuav».

A chi è riservato l’accesso ai servizi di un Cuav?
«Ovviamente l’accesso ai servizi è riservato agli utenti maggiorenni, ma non preclude l’opportunità dell’accesso da parte del minore, solo ed esclusivamente se si ha il consenso da parte di chi esercita la potestà genitoriale e da parte di chi ha in carico la persona».

Le associazioni come possono fare domanda per accreditarsi?
«La domanda è a compilazione automatica, bisogna inserire tutti i dati, è abbastanza facile e intuitivo capire cosa bisogna inserire. Ci sono degli aspetti su cui bisogna stare attenti perché possono determinare l’esclusione dal bando. È importante allegare tutta la documentazione richiesta. Lo scopo principale del bando è che, per poter entrare nel circuito di chi vuole fare questo tipo di servizio, è necessario accreditarsi. Dopo la chiusura del bando, verrà fatto l’elenco delle realtà accreditate, che sarà accessibile. I percorsi potranno essere messi a terra solo da chi è accreditato. A questo farà riferimento anche il giudice in udienza perché ovviamente, a questa tipologia di percorsi, accedono anche i soggetti che hanno la sospensione condizionale della pena con il codice rosso e, quindi, hanno l’obbligo del percorso come uomo maltrattante. La norma è molto precisa anche su questo e dice che la segnalazione può arrivare anche da un soggetto terzo che può essere un ente, un servizio, un avvocato. Ma la richiesta del programma deve essere fatta dall’interessato».

Può spiegarci perché?
«Perché è l’interessato che si deve mettere in gioco, è lui che deve intraprendere la strategia di cambiamento. Anche perché, altrimenti, si rischia la sospensione condizionale della pena con l’obbligo del corso, può capitare che la persona faccia un colloquio con uno psicologo, pensando di aver risolto il problema. Ciò non va bene anche perché la norma è pure su questo molto precisa ed è una tutela per la comunità. La persona deve avere la certificazione che è stato presa in carico, che sta svolgendo il corso e deve comunicarlo al giudice. Il corso di solito ha un termine stabilito di un anno, al termine deve produrre la certificazione dello svolgimento. Si può fornire questa documentazione solo una volta che si è verificato che ci sono i requisiti per poter mettere a terra il programma».

I requisiti quali sono?
«Si parte dai colloqui di valutazione per capire se effettivamente la persona è motivata ad entrare nel merito dell’azione delittuosa che ha commesso, del comportamento violento che ha agito. E se vuole avere non solo questo principio di consapevolezza ma anche di presa di responsabilizzazione nei confronti dell’azione commessa. Questo per comprendere come mettere in atto una strategia di cambiamento e perché questa tipologia di percorsi è finalizzata in primis all’abbattimento della recidiva: si spera che, una volta concluso il percorso, la persona non ritorni a reiterare il comportamento violento».

Qual è la situazione del momento, per quanto riguarda i Cuav?
«Prima della pubblicazione del bando, si è riscontrata una messa a terra, non sempre fluida, dei programmi per gli autori di reato violenti. Dalla visione dei programmi, alcuni sono molto buoni nel contenuto e hanno dato riscontri molto positivi. Ci si auspica però che, anche se la norma ad oggi si concentra sull’uomo autore di reato violento, i programmi possano essere aperti anche alle donne, che se pur meno rappresentative all’interno della tipologia di reato, comunque ci sono anche donne autrici di reati violenti».

Cosa si potrebbe migliorare?
«Perché pochi centri di uomini autori di violenza prevedono dei percorsi anche per le donne maltrattanti, che esistono perché ci sono, ad esempio anche nei confronti dei figli. Speriamo che le associazioni, gli enti che si vogliono accreditare abbiano l’intuizione di poter prevedere anche un percorso di questo tipo».

Qualche altra area di miglioramento che riscontrate?
«A volte i centri con cui stiamo lavorando adesso hanno qualche difficoltà nel seguire le indicazioni e le prescrizioni previste all’interno della sentenza, soprattutto quando si tratta di sospensione condizionale della pena. Questo è un aspetto fondamentale, è un’attenzione che bisogna avere, altrimenti si inficia il programma, diventa complesso relazionare al giudice che è andato tutto bene. Se ci sono delle difficoltà prendiamo in carico le persone, c’è un assetto procedurale sulle sospensioni condizionali della pena all’interno dell’ufficio dedicato perché è previsto dalla norma. Ci tengo a ribadire che la presa di consapevolezza, il processo di responsabilizzazione è un aspetto fondamentale su cui bisogna lavorare perché altrimenti il percorso, il programma e il senso di tutta l’”architettura” che è stata creata intorno a questa problematica precipita».

Questo bando serve prima di tutto per fare ordine tra le associazioni che si occupano di uomini autori di violenza?
«Sì, e basta seguire la direttiva della norma perché dentro la norma c’è tutto. Sono scritte nel dettaglio tutte le indicazioni, anche la puntualizzazione dell’importanza del percorso di consapevolezza, anche le specifiche su quali sono le modalità con cui progettare i programmi per far sì che la persona intraprenda un reale cambiamento. Poi, una volta fatto questo bando, si può capire se manca qualcosa, ad esempio, l’aspetto dell’assenza di percorsi specifici per donne autrici di violenza. Ricordiamoci sempre che il problema non è solo l’azione specifica, violenta. Il problema è la relazione affettiva disfunzionale che c’è e che si ripercuote anche nella crescita dei figli. E bisogna ricordarsi che bisogna lavorare sulla relazione anche perché l’abuso può essere anche di natura psicologica, aspetto spesso sottovalutato che, invece, è fondamentale».

I percorsi sono a carico di chi?
«I percorsi sono a carico della persona autrice di reato. Le modifiche riferite agli articoli di chi commette reati di violenza di genere sono state tutte ridefinite, come il famoso codice rosso che recita che l’accesso a questi programmi non può essere un ulteriore onere per la finanza pubblica, ma deve essere a carico del cittadino. È opportuno però riflettere sul fatto che la nascita della problematica dell’aggressività dell’uomo maltrattante deriva da fragilità della persona che vengono espresse in maniera disfunzionale. Siamo tutti d’accordo sul fatto che nulla è giustificabile, però non possiamo non considerare che c’è un problema a monte. Se pensiamo ai casi mediatici, anche di persone di buona famiglia che hanno agito questi comportamenti violenti nei confronti delle donne, ci rendiamo conto che derivano dalla difficoltà di gestire le frustrazioni, come ad esempio il “no”. Quindi, se la persona se lo può permettere, riesce anche a fare un percorso valido e funzionale. Ma per chi ha difficoltà economiche inizia a diventare un po’ complesso e non va bene che rimanga sempre indietro. Ricordiamoci che, se un ente vuole abbracciare questo tipo di servizio, dovrebbe avere anche una finalità associativa da Statuto. Se l’obiettivo è agire per prevenire la violenza di genere, sarebbe buona cosa anche venire incontro alle situazioni personali. Un elemento che abbiamo notato è che, a volte, anche per la numerosità della richiesta e il poco tempo a disposizione, si opta subito per il lavoro di gruppo. La modalità di lavoro in gruppo va bene, ma non si può prescindere dal lavoro sul singolo e sull’individuo. L’optimum sarebbe lavorare in entrambi i modi, sul singolo e poi accompagnarlo al lavoro di gruppo. Per un lavoro più ottimale ed efficace è importante il confronto all’interno di un lavoro di gruppo ma mantenendo il doppio binario».

 

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