DA’WAH: UN ALTRO ISLAM È POSSIBILE. ANZI, C’È

Nel documentario di Italo Spinelli, presentato alla Festa del Cinema di Roma, la serenità di un collegio in cui si insegna il Corano in Indonesia.

di Maurizio Ermisino

La sveglia è alle 3 del mattino. Subito la doccia, le abluzioni per essere pronti per la preghiera. E, prima e dopo la preghiera, la lettura del Corano. Inizia così una giornata tipo dei 2.700 ragazzi tra i 6 e i 18 anni che frequentano Dalwa, uno dei pondok pesantren, i collegi islamici in Indonesia. La vita, le aspirazioni, i dubbi e i dispiaceri di questi ragazzi sono raccontati da Da’wah (L’invito), il film di Italo Spinelli scelto da Bernardo Bertolucci per la Festa del Cinema di Roma, che uscirà al cinema tra aprile e maggio.

È un film che dimostra che un altro Islam, lontano da quello estremista, non soltanto è possibile, ma è realtà. Ed è una realtà probabilmente più grande dell’altra, quella purtroppo più nota. Da’wah colpisce subito per il bianco, per la miriade di vesti e turbanti immacolati dei ragazzi, le pareti bianche, di marmo lucido o di cemento più grezzo, dei residence e della moschea dove si muovono. Migliaia di ragazzi si muovono in sintonia, come gocce di una schiumosa onda bianca.

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Il regista Italo Spinelli

«Conoscevo l’ambasciatore dell’Indonesia presso la Santa Sede, era un assiduo spettatore del festival Asiatica Film Mediale”», ci racconta Italo Spinelli, direttore del festival dedicato al cinema asiatico e regista di Da’wah. «Con lui era nato il progetto di un film di finzione, per cui mi sono recato in Indonesia. Facendo i sopralluoghi per il film c’è stata l’occasione di rimanere una notte in uno di questi alberghi legati alla scuola coranica, e ho chiesto di visitarla. È stata un’occasione unica, normalmente non si può entrare nelle scuole coraniche. Quando ho visto le migliaia di tuniche bianche, tutti teenager, è stato un impatto forte, positivo, e ho pensato che sarebbe stato interessante raccontarlo».

L’Indonesia non è uno stato musulmano, è uno stato laico, multietnico e  multireligioso, con un presidente di origine cinese e di religione cristiana.

 

UN ALTRO ISLAM. Da’wah, nome che contraddistingue la predicazione dell’Islam, l’insegnamento della religione, letteralmente significa “invitare”. Come sentiamo dire a un insegnante, Da’wah è stare con gli amici, è insegnare senza imporre. Da’wah deve partire da un cuore puro. Il film di Spinelli ci mostra l’Islam nella sua quotidianità, l’Islam come dedizione, passione, studio, conoscenza, etica. E serenità. «Non ho forzato nulla quell’idea di serenità, abbiamo raccontato una giornata tipo, avendone seguite tante», spiega Spinelli. «Questo sorriso, questa purezza, questa serenità è quella che ha colpito anche me quando si sono aperti i cancelli».

È un modo per farci vedere la religione musulmana per quello che è, o dovrebbe essere, non per quello che ci fanno vedere le trasmissioni di Rete 4.

 

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La preghiera nella Dawah Mosque

UNA REALTÀ GENTILE. Quello che colpisce, guardando il film, è la consapevolezza, l’istruzione, la conoscenza di questi ragazzi. E anche la loro maturità, e la presa di distanza dall’Islam estremista. E anche il dispiacere per il fatto che, dall’esterno, l’Islam sia visto in questo modo. «L’Islam è in realtà gentile, ma loro considerano la loro Da’wah qualcosa di duro, usano le bombe». dice uno dei ragazzi. «L’Islam è una religione di pace, non vendichiamo le altre religioni».

«Sono molto colpiti e frustrati da questa immagine dell’Islam che c’è fuori, è la stessa reazione che abbiamo noi a quello che accade», ci conferma Spinelli. «Questi giovani che sono impegnati sul piano della religione lo sentono come un’offesa, come qualcosa con cui non hanno niente a che spartire. Loro vengono educati all’invito. C’è una reazione di sconforto, di allarme per quello che succede. Anche loro volevano sapere da me perché veniva visto così. E si chiedono come si possa reagire a tutto questo».

 

LE INTERPRETAZIONI. Viene da chiedersi: è questo il vero Islam? «Non c’è un solo Islam: è fatto da varie sfaccettature», risponde il regista. «L’Islam indonesiano non è quello arabo, ci sono scuole islamiche che hanno un orientamento salafita, diverso dalla scuola che abbiamo conosciuto. In questa visita non ho avuto limiti, ho potuto chiedere tutto. Dire che questo sia l’Islam non è corretto,  è giusto dire che c’è un un altro islam Èaltro islam, anzi, che ci sono vari Islam. Quello che cambia sono le interpretazioni di quello che c’è scritto sul Corano. Da’wah vuol dire invito, e qui seguono il principio del convincimento, della non violenza».

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Gli esercizi nella scuola coranica

«In Indonesia, ma ho la sensazione che valga per altri Paesi, c’è una maggioranza assoluta di popolazione tollerante che è contraria al terrorismo», continua. «Il problema è che l’Islam radicale è più potente in fatto di comunicazione, la minoranza è più rumorosa. L’altro Islam non ha abbastanza voce, ma nella maggioranza dei musulmani non c’è spirito aggressivo. La notizia dell’attentato copre il dialogo interreligioso, tutto quello che accade, ad esempio, nella realtà indonesiana: a Giakarta esistono più chiese che moschee. Cristianesimo e Islam hanno molti aspetti in comune. Nel film sentiamo dire, quando Maometto si rivolge ad Allah: non punire perché non sanno ciò che fanno. È qualcosa che appartiene anche alla nostra religione»

 

IN PUNTA DI PIEDI. Come in altri documentari di questo tipo (pensiamo a quelli di Francesco Rosi o di Louisiana) la chiave è entrare in punta di piedi nel mondo che si racconta, dare fiducia, fino a diventare invisibili, parte dell’arredamento. È così che le riprese non vengono falsate, sono reali, vivide.

«Siamo stati lì per giorni e giorni, chiacchierando, parlando con i ragazzi, senza girare e senza porre loro domande, senza metterli in difficoltà», ci spiega il regista. «Abbiamo mangiato insieme, chiacchierato di Valentino Rossi e del Real Madrid, di quello che accadeva in Europa, di quello che sarà il loro futuro: loro immaginano di proseguire su questa strada. Volevamo cercare di evitare l’imbarazzo davanti alla videocamera».

Da’wah è un film da vedere perché ci mostra da vicino un altro Islam, completamente diverso da quello che ci viene proposto ogni sera dai media. L’idea di pace che ci rimane dopo aver visto queste immagini è qualcosa che colpisce. E che ci fa pensare. «Provocare la morte di chiunque credo non sia nel fondamento di nessuna religione, che la mente umana abbia mai concepito», riflette Spinelli. «L’uso distorto della religione purtroppo ha creato nel mondo una situazione inquietante e terrificante».

 

DA’WAH: UN ALTRO ISLAM È POSSIBILE. ANZI, C’È

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